Un salto di paradigma
L’efficienza energetica e le rinnovabili potrebbero avere un ruolo strategico per «decarbonizzare» il settore della produzione dell’energia e ridurre così le emissioni.
L’efficienza energetica e le rinnovabili potrebbero avere un ruolo strategico per «decarbonizzare» il settore della produzione dell’energia e ridurre così le emissioni. Ma in Italia gli incentivi sulle rinnovabili [per impianti di piccola taglia diffusi sul territorio] e la ricerca non sono promossi dal governo. Il cambio di paradigma necessario ma anche la crisi dei rifiuti sono alcuni degli spunti offerti da questa analisi di Guido Viale, raccolta per il «Rapporto sui diritti globali 2011» [Ediesse], curato dall’associazione SocietàInformazione e promosso da Cgil, Antigone, Arci, Cnca e altri.
Redazione Diritti Globali: Entro il 2012, così come prevede il Protocollo di Kyoto, l’Italia deve ridurre le sue emissioni climalteranti del 6,5% rispetto ai livelli del 1990. La strategia di rientro del governo, anziché puntare su efficienza energetica, mobilità sostenibile e rinnovabili, sembra scommettere sui meccanismi flessibili previsti da Kyoto. E secondo le stime più accreditate porterà il Paese a spendere 2,2 miliardi di euro per l’acquisto di crediti esteri di anidride carbonica. La stessa cifra non sarebbe più efficacemente e utilmente impiegata se fosse destinata a forme di incentivo di innovazioni in grado di produrre, qui in Italia, un significativo taglio delle emissioni? Quali sono a suo parere i provvedimenti determinanti per una responsabile e rigorosa strategia di riduzione delle emissioni?
Guido Viale: L’Italia mantiene ancora oggi,
nonostante la riduzione introdotta nel decreto rinnovabili di quest’anno, gli
incentivi per le fonti rinnovabili più alti del mondo, soprattutto nell’eolico
che ormai ha quasi raggiunto la cosiddetta grid parity (e per questo non
dovrebbe più ricevere incentivi; o questi dovrebbero comunque essere
commisurati ai sovracosti effettivi, in modo da evitare posizioni di rendita) e
nel fotovoltaico, che invece è ancora oggi il sistema più costoso per produrre
energia elettrica. Per questo gli incentivi avrebbero un senso preciso se
venissero utilizzati per “fare sistema”: cioè per garantire uno sbocco di
mercato sicuro a un’industria produttrice di impianti, che in Italia non c’è e
non è incentivata; e per
promuovere la diffusione del solare fotovoltaico con impianti di piccola
taglia, quelli che possono beneficiare del sistema di “scambio sul posto”: cioè
che sono asserviti a un’utenza diretta e connessi alla rete solo per compensare
i picchi di consumo o per utilizzare temporanee eccedenze produttive. Ma così
non è. Questo è,infatti, dati i suoi attuali costi di impianto che rendono
necessario l’incentivo, l’uso più appropriato del fotovoltaico: una
installazione capillare, tetto per tetto, casa per casa, azienda per azienda,
impianto sportivo per impianto sportivo, là dove le condizioni di esposizione
al sole lo rendono conveniente. Ma diffondere il fotovoltaico in questi termini
è un’operazione complessa, che richiede un’accorta regia – per coordinare
sensibilizzazione, informazione, check-up energetico, promozione,
progettazione, finanziamento, installazione e manutenzione – a livello di
gestione del territorio. Una responsabilità precipua delle amministrazioni
locali in cui ben poche di esse si sono cimentate, anche solo cominciando a
installare impianti asserviti agli edifici di loro proprietà. La stragrande
maggioranza della potenza installata in Italia nel settore fotovoltaico
incentivata con il conto energia è invece costituita da impianti a terra di
grandi dimensioni, costruiti spesso espiantando colture pregiate come viti e
olivi – perché, dato il livello degli incentivi, cedendo un terreno a
un’impresa energetica un agricoltore guadagna comunque di più che coltivandolo
– ma finanziati da grandi gruppi energetici multinazionali [per lo più esteri]
che si sono gettati sull’Italia attratti dagli incentivi spropositati; o
addirittura da fondi di private equity, che ne fanno una pura speculazione
finanziaria. Senza muovere un dito, incasseranno infatti gli incentivi a spese
della nostra bolletta energetica per vent’anni, dopo aver ammortizzato
l’impianto, male che vada, in una decina di anni. Non c’è da stupirsi che nel
settore fotovoltaico l’Italia abbia realizzato negli ultimi due anni uno degli
incrementi più alti del mondo. Ma a costi stratosferici. Peggio ancora per gli
impianti a biomasse alimentati con olio di palma o con legname proveniente da
altri continenti; impianti che si stanno moltiplicando grazie agli incentivi in
vigore, nonostante che sia dal punto di vista ambientale che da quello
economico, queste soluzioni siano fatte in pura perdita. Un metodo migliore per
screditare le rinnovabili – e aprire le porte al nucleare, che comunque è e
sarà molto più oneroso – non avrebbe potuto venir inventato. È chiaro che in queste
condizioni il perseguimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni e dei
consumi imposti al nostro Paese dagli impegni assunti in sede internazionale
non verranno raggiunti. L’Italia si ritroverà probabilmente in regola alla
scadenza del protocollo di Kyoto, non per aver adottato una politica virtuosa,
ma perché la crisi economica e produttiva degli ultimi tre anni ha ridotto i
consumi energetici e, conseguentemente, le emissioni. Ma rispetto all’obiettivo
20-20-20 adottato dall’Unione Europea per il 2020 la strada imboccata è
assolutamente controproducente.
RDG: Rinunciando a cogliere le opportunità di sviluppo imposte dagli obblighi internazionali di riduzione delle emissioni, il nostro Paese non rischia di perdere il treno della green economy?
GV: Certamente. La green economy, qualsiasi cosa si intenda con questo
termine, è comunque sempre ‘sistema’, che vuol dire coprire quanto più è
possibile tutta la filiera: nel caso dell’energia elettrica, non solo
installazione e generazione elettrica, ma anche e soprattutto produzione,
progettazione e ricerca in campo impiantistico. Se produrre silicio è forse
un’operazione che richiede grandi disponibilità di energia elettrica che
l’Italia non ha, tutte le attività a monte e a valle di questa avrebbero dovuto
essere sostenute contestualmente all’introduzione degli incentivi per le fonti
rinnovabili: non solo in termini finanziari, ma soprattutto con programmi di
ricerca e sviluppo a beneficio di tante piccole imprese che hanno bisogno di
riconvertirsi perché con le produzioni tradizionali non hanno più mercato. Ma la
green economy richiede anche un salto di paradigma: dai grandi impianti – pozzi
petroliferi, miniere di carbone, oleodotti, gasdotti, ferrovie, flotte
petroliere e carboniere, raffinerie, impianti di termogenerazione, grandi reti
di distribuzione – propri dell’economia fondata sui combustibili fossili, che
richiedono a loro volta grandi organizzazioni aziendali multinazionali, grandi
capitali, grandi concentrazioni di potere, grandi guerre, a una economia
fondata sulla generazione distribuita, che richiede decentralizzazione,
diversificazione, sia degli impianti di generazione (a seconda della
disponibilità delle risorse e dei carichi), che delle soluzioni volte
all’efficienza energetica; e, quindi, un’attenzione specifica al territorio che
soltanto chi lo conosce perché ci vive può avere e mettere a disposizione di
una progettazione adeguata. Di tutto questo non c’è traccia né nei programmi
del governo, della maggioranza o dell’opposizione, né nel cervello dei loro
rispettivi esponenti.
RDG: Oggi le competenze e il mercato della produzione di uno dei settori chiave per vincere la sfida del cambiamento climatico, quello delle tecnologie per la generazione di energia da fonti pulite, si stanno concentrando assai lontano dal Belpaese. La produzione di turbine, ad esempio, si sta spostando in Cina, India e Corea del Sud e la situazione è del tutto analoga anche per i pannelli di solare fotovoltaico e solare termico. Benché sembri questo il quadro d’insieme, ci sono settori e segnali in controtendenza? O esempi di imprese italiane virtuose che riescono ancora a essere all’avanguardia dal punto di vista del prodotto offerto o del modello produttivo adottato?
GV: Sì, ci sono molte piccole imprese italiane che sono all’avanguardia nel
mettere a punto prototipi di nuove soluzioni: per esempio nel settore del
fotovoltaico, delle batterie, dell’aerodinamica per l’eolico. Ma poi quando si
passa alla produzione di serie non hanno le risorse per impegnarsi e, nel migliore
dei casi, vendono i loro brevetti a qualche gruppo estero (o addirittura sono
costrette a ceder loro il personale che hanno qualificato). Eppure, l’Italia ha
un settore metalmeccanico molto forte che sta perdendo colpi a causa della
crisi e, soprattutto, della progressiva restrizione delle prospettive di
mercato della Fiat. Qui, pro-
poste di conversioni produttive sostenute da politiche industriali e di ricerca
adeguate potrebbero avere effetti molto positivi sia sul tessuto industriale
che sull’occupazione. Ma nessuno se ne occupa.
RDG: Oltre alla crisi climatica, diventata ormai la questione ambientale, l’Italia si trova a dover fronteggiare la crisi dei rifiuti. Un’emergenza clamorosamente evidente in Campania, ma latente anche in Sicilia e nel Lazio. Dopo 17 anni di gestione d’emergenza, diversi miliardi spesi e vari scandali sullo smaltimento illecito di rifiuti, Napoli e Provincia sono ancora invase dalla spazzatura. Il problema sta in una manifesta incapacità amministrativa a risolvere la questione, oppure nella volontà di mantenere uno stato di emergenza continuo per poter derogare alle normali leggi su gestione dei rifiuti, realizzazione di discariche e inceneritori e assegnazione degli appalti?
GV: L’apparato amministrativo della Campania, a tutti i livelli, è in uno stato
di sfacelo totale; ma non è peggio di molte altre regioni del Mezzogiorno e di
parecchie amministrazioni del Centro-Nord. Ma questo è il risultato di
un’espropriazione ormai quarantennale (era cominciata con il colera, 1973,
proseguita con il terremoto, 1980,e, quando sono venuti a mancare
i disastri naturali, hanno creato artificialmente l’emergenza rifiuti, che dura
da 17 anni ed è andata incancrenendosi sempre più). L’Italia, ma anche la Campania, hanno molte
situazioni di eccellenza nel campo dei rifiuti, fin là dove vale l’autorità dei
sindaci e dell’amministrazione locale che l’hanno organizzata; ma in molti casi
la situazione è drammatica, anche se in nessuna regione del mondo si è
raggiunta una situazione al tempo stesso catastrofica e grottesca come quella
della Campania.
Il problema è che attraverso l’invenzione dell’emergenza rifiuti, si sono
espropriate tutte le amministrazioni della Campania, dalla Regione alle
Province fino ai Comuni, di qualsiasi potere su una partita così importante:
peraltro pochi se ne rendono conto, ma una cattiva gestione dei rifiuti, come
quella della Campania, è in grado di compromettere tutto: agricoltura,
turismo, industria, commercio, vivibilità urbana e Pubblica amministrazione.
Tutta la gestione dei rifiuti a livello regionale era stata consegnata nelle
mani di un grande gruppi del Nord (Impregilo) peraltro senza nessuna competenza
nel settore. I risultati si vedono. Il commissario straordinario non è stato
che l’organo di trasmissione dei poteri sul territorio dalle amministrazioni
locali alla camorra, con Impregilo che faceva da “scudo”. Ovviamente con il suo
tornaconto.
RDG: Il piano del governo per uscire dall’emergenza rifiuti punta soprattutto sulla realizzazione di nuove discariche e di nuovi impianti di termovalorizzazione, assai meno sulla differenziata e sul compostaggio, e non sembra affrontare la crisi con una strategia organica e di ampio respiro. Quali sono a suo avviso le tappe obbligate per tornare a una ordinaria gestione del ciclo dei rifiuti in Campania?
GV: Che novità! È dal 1992 che i diversi piani regionali e poi commissariali
per la gestione dei rifiuti in Campania hanno incentrato tutto sulla
costruzione di inceneritori. Prima dovevano essere 14, poi sette, poi solo
quattro, poi due, poi, con il governo Berlusconi, di nuovo quattro, poi cinque,
adesso tre (o forse quattro: è in ballo quello di Santa Maria La Fossa, da co-
struirsi su un terreno della famiglia Schiavone, ossia il camorrista Sandokan,
che spetta loro di diritto: ma adesso, con la nuova Giunta, il responsabile
campano del PDL, Nicola Cosentino, sta mettendo le mani su tutti e tre). Di
fatto di inceneritori se ne è costruito uno solo, quello di Acerra, che
funziona poco e male. Il ricorso all’incenerimento è stato la scusa per
lasciare tutto com’era: niente riduzione; niente raccolta differenziata; niente
separazione meccanica biologica, nonostante che la Campania abbia la più
ricca dotazione di impianti per questa funzione di tutta l’Italia; niente, o
quasi, incenerimento. Si manda e si continuerà a mandare tutto in discarica,
senza alcun pretrattamento. Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso ne avevano
previste addirittura 11. Ne hanno costruita una sola (Chiaiano) ed è già quasi
piena.
Ne hanno riempite due fatte, peraltro illegalmente, dal loro predecessore
Gianni De Gennaro; ne stavano riempiendo altre due, a Terzigno, nel Parco del
Vesuvio, e sono stati bloccati dalla rivolta popolare. Adesso stanno spandendo
rifiuti qua e là (anche all’estero) senza nessuna prospettiva a breve termine.
Ma su questa situazione tutti speculano e tutti hanno speculato.
Vale la pena di ricordare che nel ruolo di commissario si sono succeduti tre
presidenti di Regione, cinque prefetti, un responsabile della Protezione civile,
diventato poi sottosegretario di Stato, tre presidenti di Province. Ma il
commissario è una figura che non risponde al Consiglio – Regionale, Provinciale
o Comunale – del territorio di riferimento, ma direttamente al governo. Quindi
responsabili del disastro campano sono i governi che si sono succeduti dal 1994 a oggi.
http://www.carta.org 20/06/2011

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