Un presidente super partes
Occorre riflettere sui pericoli e sulle conseguenze che una paventata elezione diretta avrebbe sull'istituzione oggi più amata dagli italiani, il presidente della repubblica.
Mentre già scalda gli animi la riforma della
giustizia, si profila alle sue spalle un secondo round di riforma
costituzionale destinato a cambiare la forma di governo e promosso, in primo
luogo, da chi la vorrebbe di tipo presidenziale. Se ne è parlato giorni fa
nella solenne Sala della lupa della Camera in occasione del cinquantesimo
anniversario della Rassegna parlamentare e mi colpisce il fatto che la svolta
presidenziale sia vista con favore, non solo da chi vuole rafforzare con essa
chi governa, ma anche da chi vi scorge un modo per rafforzare lo stesso
parlamento. Non è forse vero che negli Stati Uniti, dove non c'è rapporto di
fiducia fra presidente eletto e camere, il congresso è ben più forte del nostro
parlamento, mentre da noi la fiducia, che era una volta il guinzaglio del
parlamento al collo del governo, in clima maggioritario opera ormai esattamente
al contrario?
Sì è vero, ma riflettiamoci e riflettiamo soprattutto sulle conseguenze che un
passaggio del genere avrebbe sull'istituzione oggi più amata dagli italiani, il
presidente della repubblica. Quando i padri costituenti scartarono il governo
presidenziale a favore di quello parlamentare, si trovarono davanti al problema
dei compiti e del ruolo del futuro capo dello stato, che non solo non poteva
acquistare i poteri di un presidente all'americana, ma doveva anche perdere le
prerogative più significative godute in precedenza dal re. Non dimentichiamo
che nella monarchia sabauda il re era stato all'origine la fonte o addirittura
la sede diretta di tutti i poteri pubblici e che poi, con lo statuto albertino,
aveva accettato non di spogliarsene, ma di condividere il potere esecutivo e
quello legislativo con il governo e con il parlamento. Non a caso lo statuto
indicava ancora il re come titolare del potere esecutivo e gli conferiva sulle
leggi quella "sanzione", che egli poteva dare o non dare non su
fondamenta di sola legittimità, ma in base al proprio gradimento. E se era un
no, la legge si fermava. Nel tempo la forza crescente del governo parlamentare
ha progressivamente assottigliato i poteri del re. Ma gliene rimasero
abbastanza da far concludere a Livio Paladin che al vertice del regno
(prefascista) aveva governato una diarchia.
Con il governo parlamentare fondato sulla sovranità del popolo e quindi con
tutti i poteri politici che dovevano rimanere entro il circuito
parlamento-governo, il capo dello stato andava svuotato di ciò che lo aveva
riempito di più e che aveva dato ragione alla diarchia. Di cos'altro allora lo
si poteva dotare? Qui la costituente fece una delle sue operazioni più
riuscite. Dotò il capo dello stato di poteri non politici, ma di pura garanzia,
lo dotò anche di quello che si chiama potere di esternazione, vale a dire di
mandare messaggi formali e informali, e correlò l'esercizio degli uni e
dell'altro al richiamo della legittimità costituzionale, oltre che all'unità
nazionale che egli formalmente rappresenta.
Il capo dello stato come custode della costituzione non era una novità, ma i
precedenti, in particolare quello della repubblica di Weimar ne avevano fatto
una figura a metà strada fra la garanzia e la decisione, rendendone il profilo
assai meno limpido. Il nostro presidente invece, proprio perché al di sopra del
circuito politico, può incarnare l'unità della nazione ed esprimere così i
sentimenti che accomunano, non quelli che dividono. È una bella invenzione e
tanto più lo è in un paese come l'Italia, segnato da sempre da profonde
divisioni, povero di leaders politici nei quali l'intera comunità nazionale sia
riuscita a riconoscersi, e bisognoso per ciò stesso, più di altri, di una
figura nella quale potersi appunto riconoscere e dalla quale avere la sicurezza
che al di là dei conflitti e delle liti lassù qualcuno ci ama.
Ci siamo accorti che sempre più accedono a quella carica figure in età
particolarmente avanzata, più nonni - mi è già capitato di notare - che padri
della patria? Non penso affatto che sia un caso, perché sono proprio quelle
figure ad incarnare meglio la saggezza di chi sa ispirarsi alle ragioni comuni
e l'autorevolezza di chi è ed appare al di sopra delle liti. Ed è proprio a
tali figure che gli italiani riservano i loro maggiori consensi. Da anni i
sondaggi collocano il presidente della repubblica ai vertici della popolarità,
con forte distacco anche dai più popolari fra i leaders politici. È a quei
vertici insieme all'arma dei carabinieri e l'accoppiata ribadisce il bisogno di
imparziale sicurezza che entrambi soddisfano.
Ebbene nessuno si illuderà che tutto questo possa rimanere con un presidente
eletto e dotato di poteri di governo. Lo dico io che anni fa quest'illusione la
coltivai, pensando che il suggello di una unità fra gli italiani finalmente
acquisita potesse essere proprio l'elezione a maggioranza di un presidente
accettato poi da tutti come rappresentante di quella unità. Nulla della nostra
attuale realtà politica conforta questa aspettativa. Anzi, se qualcosa è
successo, è che il solco si è scavato sempre di più e siamo passati, come
Montesquieu ha scritto su "Europa", dalla frattura fra le parti
politiche alla frattura fra i poteri dello stato. E c'è solo il capo dello
stato che fa da sutura.
Siamo in condizione di rinunciarci? Io credo francamente che
sarebbe un grosso errore e che ne potrebbero venire danni irreparabili. Eletto
a seguito di un aspro conflitto politico, l'ipotetico presidente ne resterebbe
segnato, sarebbe visto come avversario da una parte del paese e tutti si
troverebbero a quel punto sprovvisti del riferimento istituzionale che è oggi
la fonte della comune sicurezza. L'intera architettura istituzionale
risulterebbe a quel punto priva di salde fondamenta.
Lo so che se si chiede agli italiani se vogliono loro eleggere il capo dello
stato e sottrarne così l'elezione alla casta, la risposta sarebbe un
maggioritario sì. Ma non è questa la domanda da fare. Chiediamo loro se sono
disposti a rinunciare, eleggendolo, al capo dello stato che sta sopra i partiti
e parla a nome dell'unità nazionale. Se i sondaggi sulla popolarità di un tale capo
dello stato hanno un senso, la risposta a questa più ponderata domanda dovrebbe
escludere l'elezione diretta.
Ma allora dobbiamo anche rinunciare a quel migliore equilibrio fra governo e
parlamento che, almeno negli Stati Uniti, sicuramente esiste? Io credo
serenamente di no, se ci saranno il coraggio e la cultura necessari a garantire
la forza a cui il governo ha titolo in modi diversi dalla distorsione dei
congegni costituzionali a cui la si affida oggi (si pensi alla fiducia sui
maxiemendamenti). Toccherebbe ai costituzionalisti, che hanno un po' ceduto il
campo ad altri su questi problemi, fornire gli argomenti che servono.
Auguriamoci che lo facciano e che siano argomenti persuasivi. L'Italia sarebbe
più libera dalle tentazioni pericolose.
www.ilsole24ore.com 1 novembre 2009

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