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Tecnica e profitto

Scrive Sofocle nell' "Edipo a Colono": "Chi vuol vivere oltre il limite giusto e la misura perde la mente ed è in palese stoltezza"

 

 

Il ruolo salvifico della tecnica, ipotizzato da Emanuele Severino, cozza con il ricordo che mi porto dietro dal ginnasio, quando fui colpito da Prometeo e dai suoi doni, il Fuoco e la Tecnica, rubati agli Dèi per soccorrere l'umanità indifesa. Poi - sbagliando come tutti - avevo trovato noiosa e incomprensibile la seconda parte del Protagora dove si sosteneva come Zeus, ad un certo punto, avesse preso atto come i due doni di Prometeo non fossero assolutamente sufficienti perché gli esseri umani potessero formare comunità stabili. Per questo motivo Zeus, preoccupato per le nostre sorti, aveva ordinato ad Hermes di consegnarci altri due doni: il Pudore e la Giustizia, per correggere la natura umana e per indirizzarla verso la convivenza pacifica. Questa mossa fu un vero successo! Platone non lo dice, ma io sospetto che Zeus non solo pensava che il Fuoco e la Tecnica fossero del tutto insufficienti per l'evoluzione pacifica dell'umanità, ma addirittura ne temeva l'uso senza il rinforzo di altri doni. Fuor di metafora (o dal mito), i due doni di Prometeo sono forse i più pericolosi alleati del Profitto, per fermare il quale e per tenere sotto controllo il Fuoco e la Tecnica, a conti fatti, adesso di doni ne occorrerebbero almeno un'altra mezza dozzina. 
Adesso io le chiedo perché, come invece sostiene Emanuele Severino, la Tecnica dovrebbe salvare noi dai disastri del Profitto e non dovrebbe aiutare invece il Profitto stesso a completare il lavoro di desertificazione, di cementificazione e di avvelenamento del Pianeta? È probabile che il processo di spoliazione delle risorse da parte del Profitto sarebbe rallentato, se non impedito e, forse, non sarebbe neppure iniziato nelle forme che conosciamo senza l'aiuto della Tecnica. Il Profitto senza la Tecnica forse non avrebbe la forza di danneggiare l'intera biosfera e quindi si limiterebbe a devastare l'umanità o solo una parte di essa. Un'ultima domanda: ma chi diavolo ha donato il Profitto all'umanità? 
Francesco Lavecchia
f.lavecchia@docartis.com

Ne Il declino del capitalismo (Rizzoli) Emanuele Severino sostiene che la salvaguardia della terra oggi può essere garantita solo dalla tecnica, per cui, se il capitalismo vuole salvare la fonte della sua ricchezza, non potrà più servire solo il profitto, ma due padroni: il profitto e la tecnica che, sola, può rallentare l'usura della terra, vero fondamento della ricchezza. Per cui, conclude opportunamente Severino: "Arriverà il giorno in cui il capitalismo dovrà rendersi conto che, distruggendo la terra, distrugge se stesso. E sarà questa coscienza, non la coscienza morale o religiosa, a spingere il capitalismo al tramonto".
Ma lei mi chiede: "Chi ha donato il Profitto all'umanità?". Probabilmente il fatto che, soprattutto noi occidentali, abbiamo smarrito quella che i Greci ritenevano la suprema virtù, che consisteva nel "non oltrepassare la giusta misura", e che l'oracolo di Delphi enunciava nella formula medèn ágan, nulla di troppo.
La cosa era così evidente ai Greci che Aristotele riteneva che il denaro, non essendo un bene, ma il simbolo di un bene, non potesse generare ricchezza. La stessa cosa pensava l'altra fonte della cultura occidentale: il cristianesimo, che in base al principio evangelico "mutuum date nihil inde sperantes (prestate il denaro senza attendere la restituzione)", proibiva il profitto sui prestiti, consentito solo agli ebrei che, in quanto "deicidi", erano già destinati all'inferno. Poi, dimenticando l'inferno, presero avvio anche le banche intitolate coi nomi dei santi. Peripezie della storia e delle opportunistiche interpretazioni dei testi sacri.
Oggi il denaro è diventato il generatore simbolico di tutti i valori e, come dice bene Marx, da "mezzo" per soddisfare bisogni e produrre beni, il denaro è diventato il "fine", per ottenere il quale, si vedrà se soddisfare bisogni e in che misura produrre beni. Per effetto di questa eterogenesi dei fini oggi ci troviamo in una crisi che conferma che là dove non ci sono beni reali, anche il denaro, simbolo dei beni, perde valore. E allora non è il caso di tornare alla saggezza greca, quella di Aristotele che distingueva i beni dal simbolo dei beni, e della giusta misura da non oltrepassare per non scatenare l'ira degli dèi ?

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