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Sviluppo con l’anima

«Occorrono nuovi indicatori di benessere in grado di guardare alla dimensione economica, sociale e ambientale»

 


Gli indicatori che segnalano i traguardi e le finalità da perseguire nell'attività economica hanno un peso culturale formidabile ed orientano di fatto le scelte delle autorità nazionali ed internazionali.
Nella vulgata tradizionale le finalità dell'azione socio-economica sono sempre state quelle dello sviluppo da perseguire essenzialmente attraverso la crescita del Pil. L'idea di fondo è che la creazione di maggior reddito avrebbe comunque creato le condizioni per un maggiore benessere e, sebbene concentrata all'inizio in poche mani, sarebbe stata alla fine redistribuita attraverso un processo di «sgocciolamento» (trickle down) che avrebbe fatto arrivare a valle, e dunque ai più poveri, le risorse economiche create.
Il primo ripensamento di fronte a questa convinzione incrollabile arriva da due considerazioni oggi largamente condivise. Concentrarsi sulla crescita senza valutare le sue conseguenze sociali e sull'ambiente può generare paradossi come quello del progressivo deterioramento delle condizioni ambientali sul pianeta e della riduzione della soddisfazione di vita (paradosso di Easterlin). Su questo secondo punto, esaminando gli Stati Uniti, Easterlin ha evidenziato come i percorsi del reddito pro capite (in continua crescita) e della quota degli individui che si dichiarano molto felici (stazionario prima, in lieve diminuzione poi) si divaricano in maniera sostanziale.
Il paradosso di Easterlin ha a mio avviso tre spiegazioni precise. In primo luogo, gli indicatori tradizionali (crescita del reddito individuale, aumento delle capacità e delle opportunità) indicano la strada giusta fino a tre quarti della vetta, dopodiché prevalgono i confronti con i propri simili (e dunque pur in presenza di reddito maggiore si può essere infelici se si cresce meno del proprio gruppo di confronto), che attenuano l'effetto di ulteriori aumenti di reddito sulla soddisfazione di vita.
Secondo: le società più ricche sono spesso anche quelle più diseguali ed è ormai noto che indicatori di malessere come tasso di criminalità, obesità, numero di detenuti e disa¬gio psichico sono correlati con la diseguaglianza. Infine, il paradosso di Easterlin può semplicemente dipendere dal fatto che il Pil pro capite non è neanche un buon indicatore di benessere economico. Nel momento in cui il Pil pro capite cresceva (specie negli ultimi due decenni), gli Stati Uniti registravano valori crescenti di rapporti debito/reddito e debito/ricchezza delle famiglie, che pagavano inoltre molto più cari beni pubblici come istruzione e sanità (o erano addirittura escluse dall'accesso a questi ultimi).
Di fronte a questi paradossi è ormai avviato un ripensamento che porta ad affiancare alla parola «sviluppo» l'aggettivo «sostenibile» e che ha indotto la commissione Sarkozy a riconoscere la necessità di individuare indicatori di benessere più ampi in grado di guardare simultaneamente alle tre dimensioni (creazione di valore economico, sociale ed ambientale).
Questa rivoluzione sta avendo ovviamente anche conseguenze lessicali. La parola «sviluppo» viene considerata sempre meno adatta a identificare il traguardo dell'azione socio-economica perché identificata per troppo tempo con l'obiettivo quantitativo della crescita. Persino il termine più ampio di «benessere» tende a essere sostituito con concetti che più facilmente rendono conto della multidimensionalità come «ben-vivere». Alcuni, più audacemente parlano di «felicità economicamente sostenibile», ovvero - sulla scorta di una grande quantità di evidenze empiriche sempre più rigorose sulle determinanti della soddisfazione di vita individuale - di creazione delle condizioni socio-economiche che rendono più facile la fioritura della vita umana.
Non c'è spazio per approfondire, ma va detto che l'attenzione alle determinanti della felicità ha aperto nuovi orizzonti e ha fatto scaturire riflessioni non banali

http://www.missionline.org 29/10/2009   

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