Elias Canetti. Strenuo custode della vita. L' odissea dell' intelligenza contro ogni pulsione di morte
Lo scrittore Elias Canetti, premio Nobel nel 1981, e' morto sabato a Zurigo all' eta' di 89 anni.
Lo scrittore Elias Canetti, premio Nobel nel 1981, e' morto sabato a Zurigo all' eta' di 89 anni. Fra le lettere che, in tutti questi anni, ho ricevuto da Canetti, ce n' e' soprattutto una che mi viene spesso in mente e di cui mi sono subito ricordato quando, ieri mattina, ho saputo della sua morte.
In quella lettera Canetti, vedovo da molti anni di Veza, la prima moglie cui ha continuato a dedicare i suoi libri, mi annunciava il matrimonio con Hera, la discreta e adorabile creatura che e' poi vissuta accanto a lui, nella sua ombra, sino alla sua precoce scomparsa, dandogli anche una figlia. In quella lettera Canetti quasi si giustificava, come se sposarsi nuovamente non perche' il matrimonio precedente e' fallito, ma perche' il compagno o compagna della vita e' morto, costituisse un' infedelta' piu' grave di quella verso una persona viva, quasi una accettazione della morte, la sostituzione di un irripetibile vivente con un altro.
Mi ha sempre molto colpito quella lettera, che ovviamente non diminuiva l' affetto per Hera ne' il valore del secondo matrimonio, ma esprimeva, calato nella vita, quel rifiuto della morte e di ogni compromesso e accomodamento con essa che e' uno dei temi di Canetti e fa di lui un grande, anomalo scrittore; almeno per un libro, Auto da fe' , uno dei grandissimi del Novecento, un interprete e avversario spietato di ogni trionfante pulsione di morte, di ogni oblio. In molte sue opere . soprattutto in Massa e potere, ma anche in Potere e sopravvivenza, negli aforismi della Provincia dell' uomo, nei drammi .
Canetti ha cercato di stanare come un segugio l' istinto di morte, di smascherarlo nelle mille forme che esso assume, di salvare ogni palpito di vita e il fluire della metamorfosi dal dominio che li irrigidisce e li annienta. Sembrava talora che si sentisse il custode degli uomini contro la morte e che si sforzasse di accogliere e conservare in se' i volti delle persone che incontrava, per sottrarli alla grande nemica. Chissa' se e quali carte si troveranno di quella seconda parte di Massa e potere che avrebbe dovuto, dopo la sconcertante analisi del male e del delirio formulata nella prima, proporre la terapia, l' impossibile guarigione dalla morte e dalla potenza che si basa su di essa e sulla sua seduzione.
In certi momenti, parlando con lui, si aveva l' assurda impressione che forse pensasse di essere immune dalla morte e che non lasciasse trapelare questa convinzione, affabile e riservato com' era, per riguardo alle buone maniere. Non e' un caso che l' impossibile seconda parte di Massa e potere non sia mai apparsa. Tutta la grandezza di Canetti, del Canetti piu' grande, sta sotto il segno dell' impossibilita' e dell' abnorme.
Nato a Rustschuk (Bulgaria) nel 1905 da una famiglia sefardita, Canetti e' una voce di quella cultura multinazionale nata nell' impero danubiano che ha vissuto, con particolare intensita' , la dissoluzione di una plurisecolare civilta' , di ogni saldo modello del mondo e della stessa identita' dell' individuo, dandone grandiose rappresentazioni letterarie.
Una di queste e' Auto da fe' , pubblicato nel 1935, poi quasi scomparso per molti anni e riscoperto piu' tardi; una gelida e inesorabile parabola della malattia mortale contemporanea, del delirio che insidia e sconvolge la ragione del secolo. E la grottesca odissea dell' intelligenza che, per paura della vita, si trincera contro di essa, riduce l' esistenza intera a un meccanismo di difesa, si costruisce una corazza e infine si distrugge, proprio perche' si e' trasformata tutta in una corazza, che soffoca ogni cosa. Kien, il protagonista, e' il comico e straziante specchio delle manie, delle fobie e dei riti con i quali irrigidiamo la nostra vita cercando di fronteggiare la nostra paura. Auto da fe' ritrae, in una specie di ossessivo monologo al presente che sbalza l' eternita' delle cose ed e' un capolavoro di coerenza stilistica, una letale mancanza d' amore, un mondo follemente prosciugato di ogni desiderio, in cui la paranoia impedisce agli uomini di proiettare i loro affetti sulla realta' .
Nel romanzo la vita e' ritratta con l' occhio gelido della follia, in una sua disperata mancanza d' amore che fa sentire, per contrasto, cio' che la vita dovrebbe essere, la necessita' dell' amore. Auto da fe' ha la sgradevolezza dei grandi libri, che non concedono nulla, non ammorbidiscono l' angoscia e l' orrore, non smussano alcuno spigolo; e' un libro che colpisce come un pugno, ostile a chi non riesce a sentire quanta esigenza d' amore si celi in quella tragedia che induce gli uomini ad amare la morte. Non ammette giudizi intermedi; ci sono lettori che vi si riconoscono e lo sentono come una Bibbia quotidiana e altri che ne vengono duramente respinti.
Quando ho conosciuto Canetti negli anni 60 . a Londra, dove si ritirava per scrivere anche quando abitava gia' a Zurigo e talora, per non esssere raggiunto, rispondeva al telefono simulando di essere una governante . ho cercato di scoprire, dietro il suo volto gentile e socievole, quello dello scrittore che, tanti anni prima, aveva scritto Auto da fe' , compiendo un viaggio negli inferi e nel vuoto assoluto che e' impossibile raffigurarsi. Canetti non era ancora molto noto al largo pubblico, anche la critica si dimostrava imbarazzata nei confronti di una cosi' radicale anomalia; mi sembra assai buffo che, quando una grande universita' tedesca gli conferi' una laurea ad "honorem", si chiedessero a me una relazione e una motivazione. Da quella sera di Londra e' nata un' amicizia, continuata nelle lettere, in dialoghi in varie citta' e a Trieste, a casa mia, con i miei studenti, per alcuni dei quali l' incontro con lui e' stato l' esperienza fondante che li ha uniti, in visite a Zurigo, quando con mia moglie andavamo a trovarlo e poi a prendere Johanna, la figlia che allora era alle elementari e che alla mia stupida domanda se voleva venirci a visitare a Trieste rispose giustamente, sgranando gli occhi, "no".
Gli devo tante cose, anche l' aiuto a fare chiarezza in me in certi momenti di oscurita' . Ma non so chi sia stato il grande, impossibile autore dell' Auto da fe' , di quell' abisso che inghiotte e dissolve l' io individuale. Col passare degli anni e col successo, Canetti ne ha occultato le tracce e addomesticato l' immagine; ha fatto sparire, con la sua grande capacita' di nascondersi, quella presenza estrema dietro una figura rassicurante e positiva.
Senza l' autobiografia non avrebbe ottenuto il Nobel, ma l' autobiografia, pur piena di fascino, e' impari, nel suo equilibrio che arrotonda le cose, all' indigesta grandezza dell' Auto da fe' ; e' un saggio su molti abissi, ma non un' esperienza dell' abisso.
Credo si adombrasse quando gli dicevo questo, perche' era anche un geloso, tirannico guardiano dell' immagine che voleva dare di se' . Del resto, se non avesse avuto in se' qualche demone del potere, non avrebbe potuto esorcizzarlo con tanta forza. Forse questo ci ha allontanati un poco. Da lui abbiamo imparato, per sempre, quanto siano forti l' angoscia, l' aridita' , la morte intorno a noi e come l' unica risposta sia la fedelta' a ogni vita, perche' ognuna, come lui ha scritto, e' il centro del mondo.
(19 agosto 1994) - http://www.corrieri.it

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