Spettacolo surreale e un po' triste
Anomalie in un Paese che non ha il coraggio di celebrare degnamente i propri 150 anni
«Dovevamo vedere anche questa»: davvero non si saprebbe come commentare se non con le parole appena citate, pronunciate dal preside di un liceo bolognese, lo spettacolo surreale cui stiamo assistendo attorno alla festa-non festa del 17 marzo.
Non è infatti del tutto insolito e surreale (oltre che, sia consentito aggiungere, un po' triste) che un Paese stia a discutere se la festa che ricorda i suoi 150 anni, benché istituita poche settimane fa, debba essere precipitosamente (il 17 marzo è vicino) abolita? Ma tant' è. Tra le anomalie italiane bisognerà forse computare anche questo rincorrersi di dichiarazioni degli ultimi giorni, che - a partire dalle posizioni confindustriali contro il nuovo giorno festivo (sia pure una tantum) - sta facendo visibilmente vacillare la posizione del governo in materia.
Bisognerà mettere, tra le anomalie suddette, un ministro dell' Istruzione e perfino un presidente del Comitato dei garanti per le celebrazioni, Giuliano Amato, che autorevolmente e sorprendentemente si spendono perché la festa venga cancellata, finendo così per ridar fiato e spazio alle perplessità antiunitarie degli esponenti leghisti. Quisquilie, si dirà con qualche ragione, rispetto ai problemi del Paese. Ma il tira e molla attorno al 17 marzo è anche il sintomo di uno stato confusionale diffuso, di un' incapacità a percepire cose che dovrebbero essere ovvie e per molti invece non lo sono più. Del resto, non è un caso che già qualche anno fa pensammo bene di rendere il 2 giugno, festa della Repubblica, una festa mobile, collocata la prima domenica di giugno: se non proprio un' abolizione in tutto e per tutto, un evidente declassamento a ricorrenza di serie B (inimmaginabile - c' è bisogno di dirlo? - che in Francia si possa riservare un trattamento simile al 14 luglio).
Ma le incertezze dell' attuale maggioranza attorno alla festa per i 150 anni dell' Unità d' Italia sono il sintomo anche di un carattere di fondo del centrodestra italiano. Se, nella topografia politica europea degli ultimi due secoli, la destra si è in genere mostrata particolarmente sensibile a tutto ciò che riguardasse le radici culturali e le tradizioni storiche di un Paese, questo carattere si è rivelato invece debole e problematico nel caso della destra italiana guidata dall' attuale presidente del Consiglio. A causa della presenza della Lega con i suoi richiami espressamente antiunitari, certo. Ma anche perché lo stesso Berlusconi, nonostante il nome del suo partito (Forza Italia), si è presentato fin dall' inizio come privo di vincoli nel passato, come protagonista di qualcosa di interamente nuovo e che proprio su questo carattere di assoluta novità, su questo «presentismo» ben sintetizzato da due cose come la pubblicità e la televisione, molto contava per i propri successi politici.
Semmai era Alleanza nazionale a rivendicare un rapporto con la tradizione e la storia del Paese; anche se in modo necessariamente problematico, visto che richiamarsi all' una e all' altra rischiava di ricordare la provenienza neofascista che si voleva giustamente far dimenticare. Se comunque An aveva esercitato nel passato una funzione di riequilibrio rispetto alle posizioni della Lega e al sostanziale disinteresse dell' homo novus Berlusconi per la storia nazionale, questa funzione non poteva che indebolirsi dopo lo strappo dei finiani. Tra gli effetti collaterali della rottura Berlusconi-Fini bisognerà allora collocare anche lo spettacolo di un governo che, di fronte alle opposte dichiarazioni sulla festa del 17 marzo, sembra non sapere che cosa fare.
Belardelli Giovanni
Corriere della Sera (11 febbraio 2011)

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