Spaesati, insicuri e isolati. Ci manca la vera comunità
Nell’età della comunicazione regnano i surrogati della collettività. Che per essere reale deve essere radicata nella storia e nello spazio
Esce oggi il nuovo libro di Marcello Veneziani Amor fati (Mondadori, pagg. 242, euro 18) di cui, per gentile concessione dell’editore e dell’autore, pubblichiamo un capitolo sui legami che vincolano una vera comunità. Al centro del denso saggio filosofico c’è il concetto di destino che «radica l’essere nel divenire, dà senso all’accadere, connette l’esistenza a un disegno e a una persistenza». Un antidoto, dunque, al senso corrente in cui predominano l’automatismo della tecnoscienza e dell’economia; e in cui il pensiero è ridotto a ludico solipsismo. Chiude il volume una rassegna di vite esemplari, in un senso o nell’altro, vere e proprie figure del destino nella mitologia contemporanea: da Michael Jackson ad Albert Camus, passando per Madonna, Che Guevara, James Dean, Lucia Bosè, Alain Delon e Ingmar Bergman.
Nell’epoca spaesata, la comunità esiste come residuo possente che dà sostegno alla vita reale, è presente come lutto e orfanità ma anche come aspirazione comune. La famiglia, il gruppo, la città, l’associazione, la rete, la patria, l’ecclesia, benché in crisi, sono gli unici contesti in cui si esprime la vita, senza dei quali non avrebbe senso né sostegno la persona. Si è persona in relazione all’altro, perché persona – lo dice il suo stesso etimo – esige qualcuno che ci osservi. Siamo persone rispetto a qualcuno. Persona indica un carattere, una modalità specifica di presentarsi, perfino una maschera, che ha senso solo in rapporto col mondo; altrimenti non si è persone, ma solo individui. La persona esige relazione e la vita esige legame sociale. L’io prende corpo e misura rispetto a un tu, si qualifica e si definisce rispetto a un tu, e dentro un noi. E tuttavia, l’orizzonte comunitario sembra retrocedere al passato, sfumare nelle superstiti isole dell’ideologia, fino a diventare la proiezione onirica di solitudini a disagio. La famiglia è vissuta come luogo di evacuazione e tempo di smobilitazione, le associazioni sopravvivono se diventano occasionali e laterali luoghi di socializzazione o di rappresentanza degli interessi singoli; le città e le nazioni si riducono a sfondi paesaggistici, display o location; le religioni sono ricacciate nel privato come sette recintate, separate dal vivere civile e comune.
Una vera comunità non può essere sconfinata, universale, coincidente con
l’umanità, perché la comunità delimita un noi e lo distingue dal resto; ma non
può essere neanche il suo rovescio, una setta, una tribù, un circuito chiuso.
Se è comunità esige sia una separazione sia un’apertura, è sempre un essere-con
ma a viso scoperto, a cielo aperto. La comunità ha un territorio, delinea un
confine e può avere anche un suo cuore segreto, ma non ha cinte murarie entro
cui barricarsi. La comunità designa un’appartenenza, ma non preclude alla
differenza. Altrimenti è una fortezza che si reputa assediata, non è un luogo
di primaria esperienza del mondo ma una cittadella di reclusi, ostile al mondo.
Comunità è comunicare. Si può essere congrega di asceti e ordine di cavalieri, ma
non si può essere comunità civica chiusa all’esterno. La comunità è delimitata
ma aperta. Se non subisce assedi, non può murarsi dentro.
La comunità non esclude al suo interno la solitudine, come l’essere in società non scongiura l’isolamento. Essenziale è la distinzione tra solitudine e isolamento, come ben distinse Hannah Arendt. La solitudine può essere un’indole, un’esigenza, una scelta, una conquista, perfino una beatitudine (Beata solitudo, sola beatitudo); l’isolamento è invece una perdita del mondo e una sconfitta, un impoverimento e un’emarginazione, un’inadeguatezza, una condanna e una sofferenza. L’isolamento non è la solitudine involontaria di cui scriveva Hume, perché non è sempre né solo inflitta dalla società. È una solitudine sgraziata, a volte subita a volte interiore, cioè covata nel proprio seno, irriducibile all’emarginazione e all’ingiustizia sociale. In una comunità è possibile la solitudine ma non l’isolamento, perché isolarsi presuppone la fuoruscita, la perdita, l’esclusione dalla comunità. In una società si può essere soli ma anche isolati; in una comunità invece si può essere soli ma non isolati, perché se si è veramente isolati si è già fuori dalla comunità. In una società è possibile distinguere una sfera pubblica e una sfera privata, anzi la società sorge su quella distinzione; una società malata non distingue, non tutela o addirittura inverte i rispettivi spazi che attengono alla vita pubblica e privata. In una comunità, invece, l’orizzonte privato tende a collimare con l’orizzonte pubblico, o quantomeno ad armonizzarsi e a riconoscere uno spazio comune in cui confluiscono e interagiscono il pubblico e il privato.
Prodotto tipico e contagioso dell’isolamento è l’insicurezza, che tende a
espandersi. Le società prive di destino e di comunità pullulano di singoli
isolati, sono abitate da milioni di eremiti – diceva Montale – che vivono il
loro isolamento in piena folla. L’isolamento produce paura, genera domanda di
sicurezza. Si tratta di domande di origine metafisica e psicologica, prima che
sociale e militare, che investono il senso e l’identità, l’incertezza
dell’esistenza in un orizzonte labile e l’incedere del vuoto e del nulla; ma il
gigantesco, capillare sradicamento di ogni domanda in rapporto al destino
costringe a dirottare le domande d’insicurezze sul controllo delle risposte e a
circoscriverle nell’ambito della pubblica sicurezza. Accade allora che
l’insicurezza si riduca a incolumità, la metafisica a ordine pubblico e
l’incertezza della vita in rapporto al destino si trasfiguri, fingendo di
assumere concretezza, in paura sociale dello straniero, del criminale, del
pedofilo, in generale del disordine e dell’anomia. In un percorso inverso e
paradossale rispetto alla critica alla religione degli illuministi e poi di
Feuerbach, accade che si proietti in terra un bisogno di cielo, e si invochi il
vigilante in luogo dell’angelo custode, si installi una ronda o una postazione
di pubblica sicurezza laddove manca un’edicola sacra e protettiva; si risponda
con l’ordine poliziesco a una domanda di ordine esistenziale e si prometta
tutela dei singoli da ogni prossimità inquietante mentre la domanda da cui
sorgeva l’insicurezza era incentrata sul bisogno di comunità. Non è l’estraneo
che spaventa, ma è il venir meno di quel che è nostrano a disorientare.
Le comunità soffrono meno di queste paure rispetto alle
società spaesate perché sono rassicuranti, familiari e calde; l’insicurezza si
accompagna all’isolamento. L’assenza degli dei, del fato e della comunità viene
compensata con il raddoppio della vigilanza. La perdita d’identità è risarcita
con l’aumento dei controlli.
L’estensione della società al pianeta, lo sconfinamento del locale nel mondiale
e la rete globale di relazioni telematiche rendono sempre più evanescente
l’appartenenza stessa a una società. Più la società si estende e più perde ogni
traccia di contorno, fino a realizzare l’idea popperiana che la società sia
solo un’astrazione platonica e che esistano soltanto gli individui con le loro
dirette e occasionali relazioni. Se la società è un concetto astratto, il mondo
non è fondato sui legami ma è regolato da leggi e contratti, le consonanze si
fanno solo sincronie, perché sono fondate soltanto sul temporaneo convergere di
interessi e apprensioni; le relazioni non prevedono comunanza ma tecnologia. È
la tecnica a rapportarci al mondo; le comunanze al più consentono di stabilire
rapporti sentimentali nell’ambito dell’affettività privata.
A uno sguardo più attento, potrebbe perfino modificarsi la considerazione da
cui siamo partiti circa il tramonto della comunità; a tramontare sembra essere
piuttosto la società che cede il passo a una frammentazione di meteoriti
individuali o tribù microsociali e di solitudini globali, mentre la comunità
resiste almeno in tre ambiti: come nostalgia del passato, come prospettiva del
futuro e come sentimento intenso nel presente. La comunità abita in interiore
homine, come vuoto e come attesa, ma anche come percezione di legami elettivi e
naturali che sentiamo come fondativi della nostra vita e del suo senso. Per
questo, la comunità oggi acquista vigore proprio nella solitudine, come
invocazione, memoria e pre-sentimento. Viceversa diventano pericolose, quanto
artificiose, le pseudocomunità che sorgono dall’isolamento perché sono
agglomerati ringhiosi di risentimenti ed emarginazioni che armano le
frustrazioni fino a renderle militanti. Tanto sono aggressive le pseudocomunità
di clan, di club o di quartiere quanto sono fittizie e interiormente vuote.
Possono attenere tanto a un villaggio quanto a un branco o a un collettivo.
Reti effimere, occasionali, hobbystiche, orgiastiche, emozionali, virali... La
comunità sorge da un’esigenza naturale che si costituisce in orizzonte
culturale. Entrambi la radicano nel tempo e nello spazio. Il nesso tra natura e
cultura è l’orlo del destino.
http://www.ilgiornale.it martedì 02 marzo 2010

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