Solo il mercato ci può salvare.
Quando le attività rallentano, quando c’è un lungo periodo privo dei benefici di un boom, quello è il momento buono per concentrarsi sulle riforme strutturali di base
Il premio Nobel 2006 per l’Economia, Edmund Phelps, professore alla Columbia University, non crede nelle ricette pronte all’occasione. «Non mi piace l’idea che ogni arma del governo debba essere messa sul campo di battaglia per impedire che i consumi calino, così come non mi piace l’idea che si debba fare tutto il possibile per far sì che gli investimenti non scendano, che il tasso di occupazione non fletta. È assurdo».
Quindi, come se ne esce?
«Semplice: le cose fluttuano, dobbiamo accettare che ci sia un certo livello di fluttuazione anche in economia. Non voglio essere disfattista, ci possono essere dei motivi di cali dell’occupazione, ad esempio, che giustificano azioni per contrastarli, ma ci sono situazioni in cui l’occupazione non aumenta per motivi strutturali».
E questo cosa comporta?
«Le faccio un esempio: in alcuni Paesi, come il mio, ci sono fortissime riduzioni nei prezzi delle abitazioni. Non sono dovute a una mancanza accidentale della domanda aggregata, che la banca centrale può controbilanciare con una riduzione dei tassi di interesse per aumentare la liquidità. Si tratta di uno sviluppo strutturale: è la fine del boom immobiliare, ed è una correzione della sopravvalutazione delle case. Quindi dobbiamo accettare che non esiste un modo facile e univoco per controbilanciare queste forze strutturali».
Quindi bisogna lasciar correre tutto come va?
«La cosa migliore da fare, in relazione a queste situazioni, è riformare l’economia per aumentarne il dinamismo. Quando le attività rallentano, quando c’è un lungo periodo privo dei benefici di un boom, quello è il momento buono per concentrarsi sulle riforme strutturali di base».
La Bce ha alzato di 25 punti base i tassi per calmierare l’inflazione. È una scelta corretta?
«Tutti gli attori del mercato, quelli privati come i decisori pubblici, devono affrontare periodi di grandi incertezze. Non so se si tratterà di un altro 0,25% o di cinquanta punti base, ma non ne sarei sorpreso nel vedere altri rialzi da parte della Bce. Il lato positivo è che questi aumenti saranno temporanei, finché il petrolio e le materie prime consentiranno una tregua all’inflazione».
E la Federal Reserve aumenterà i tassi prima di fine anno?
«La Fed prima o poi dovrà aumentarli, ne sono certo. C’è qualcosa di innaturale in tassi così bassi, nel senso che non sono sostenibili né è più possibile trovare delle giustificazioni per difenderli».
L’America ha superato la crisi dei mutui subprime?
«Ci vorrà molto tempo perché il settore finanziario riesca a districarsi nella confusione che si è creata negli Usa. Avremo bassi livelli di attività economica, per uno, due o tre anni. Spero in maniera decrescente. Il futuro è pieno di incertezze, ma l’incertezza è un’amica. Nessuno vorrebbe vivere in un’economia dove il futuro è già definito: sarebbe frustrante».
Qualcuno ha definito l’affare dei mutui «maligni» come la punta di un iceberg...
«Spero di no, sarebbe un iceberg oceanico. È però vero che davanti a noi ci sono anche questioni relative ad altri prestiti, penso alle obbligazioni societarie rischiose. Il futuro ci riserverà delle sorprese».
Come devono cambiare l’economia Usa e quella occidentale?
«Non credo che avere più sicurezza economica sia ciò di cui abbiamo più bisogno in Occidente. Serve piuttosto una rivitalizzazione dell’economia: più innovazione, più imprenditorialità, più dinamicità. Questo determinerebbe non solo una crescita più rapida della produttività, ma anche livelli più alti di impiego, con posti di lavoro più interessanti per chi li occupa».
da http://www.lastampa.it - 7 luglio 2008

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