Siamo già europei e non lo sappiamo
«L’Europa non è un tesoro che va scoperto, ma una statua che deve essere scolpita: qualcosa che va creato, un dramma dalla trama intricata, che sfida ogni possibilità di programmazione a priori. È come un treno che mentre corre dispone i binari davanti a sé. Continua ad andare, senza seguire un percorso prestabilito, ma adattando sempre la propria strada».
A ottantaquattro anni, spesi per metà nella nativa Polonia e
per metà nell’adottiva Gran Bretgana, Bauman si considera un cittadino europeo:
«Come altro potrei definirmi? L’identità europea è inclusiva perché permette di
accomodare due o più punti di riferimento di identità nazionali ma al tempo
stesso annulla le differenze tra loro. Quando l’università di Praga mi ha
chiesto quale inno nazionale volevo suonato alla cerimonia di consegna della
laurea honoris causa, ho chiesto l’inno europeo: la Polonia mi ha esiliato,
togliendomi la cittadinanza; la Gran Bretagna mi ha accolto, ma sebbene
naturalizzato inglese continuo a sentirmi uno straniero. “Ogni uomo diventa
fratello”, dicono le parole di quella struggente canzone e l’idea di
fratellanza è certo un perfetto emblema della identità europea: uniti ma
indipendenti, distinti ma inseparabili».
Quali
sono stati a suo parere fin qua i più grandi risultati dell’Unione europea?
L’Unione europea ha curato le antiche ferite lasciate da secoli di odi
tribali e antagonismi nazionali: si tratta di un processo non finito, che probabilmente
non ha ancora raggiunto il punto di non ritorno. Il rischio di un’inversione è
sempre in agguato, ma io voglio essere ottimista e dire che soprattutto negli
ultimi mesi abbiamo visto questo processo consolidarsi ulteriormente.
Qualche pessimista potrà sottolineare che la comunità economica non ha superato
il test della crisi finanziaria internazionale e che di fronte al collasso del
sistema del credito gli stati nazionali europei si sono richiusi in vecchie
logiche nazionali, adottando di nuovo l’apparentemente abbandonata strategia di
giocare ognuno per sé. Ma bisogna anche riconoscere che l’idea di pace e
convivenza europea, l’idea di vivere insieme nella differenza, ha talmente
preso forza che, pur paragonando la situazione attuale a quella della “Grande
Crisi”, anche le più nefaste delle profezie si sono ben guardate
dall’ipotizzare che questa situazione possa degenerare in una corsa agli
armamenti, in cinque anni di guerra mondiale, in una nuova concentrazione di
atrocità come quella che abbiamo visto meno di settant’anni fa.
Abbiamo
forse bisogno di un’ulteriore dimostrazione dei successi europei? Quali sfide
ha davanti a sé l’Europa?
L’Europa ha ora il compito di portare a termine questo processo: come un
tempo siamo riusciti a trasformare comunità locali disperse e autoreferenziali
in stati nazionali, così ora bisogna trasformare stati nazionali dispersi e
autoreferenziali in una immaginaria comunità più ampia.
Guardandomi attorno noto che tutto questo sta già succedendo, forse non a
livello istituzionale, ma nella vita quotidiana di milioni di persone, che
sempre più vedono l’Europa come il loro guscio e difficilmente notano i confini
nazionali durante le loro peregrinazioni. Dopo l’ingresso della Polonia
nell’Ue, circa due milioni di giovani polacchi si sono trasferiti in Gran
Bretagna per trovare un lavoro migliore o nuove possibilità di studio e di
vita. Per loro cambiare stata è un’esperienza non dissimile dal trasferirsi in
un’altra città polacca: anzi certe volte un volo internazionale è più agevole
di un lungo viaggio in treno. Questi giovani si sentono già cittadini
dell’Unione europea, piuttosto che emigranti, espatriati o esiliati.
Però
al tempo stesso crescono fenomeni di intolleranza, di discriminazione, di
chiusura.
La crescita della demagogia euroscettica è a mio avviso solo apparente: le
manifestazioni di massa contro gli stranieri accusati di «rubare i nostri posti
di lavoro» sono certamente fenomeni più visibili del continuo supporto verso la
comune casa europea che si esprime invece in modo pacato, ma al tempo stesso
anche più convinto, dato che molti dei vociferanti critici dell’Europa cercano
solo di usare a loro vantaggio elettorale la crescita di insicurezza
esistenziale che la globalizzazione porta con sé.
Come
si può contrastare questa ondata di estremismo, che rischia di essere la vera
novità delle prossime elezioni?
Poiché la flessibilità del mercato del lavoro e la fragilità nei rapporti
sociali, che sono difficilmente visibili, avvengono in contemporanea con
l’arrivo di ondate di immigrati, che invece sono fisicamente presenti, tendiamo
ad individuare nell’effetto la causa delle nostre insicurezze e pensiamo che
eliminando quell’effetto avremo anche eliminato la causa. Emblematica in tal
senso mi pare l’ideologia della Lega in Italia: l’insicurezza per loro non è il
prodotto di politiche neo-liberiste, ma nasce semplicemente dalla necessità per
i lombardi di dividere le loro ricchezze con calabresi e siciliani, o per tutti
questi di condividerle con gli stranieri.
La globalizzazione può essere affrontata con due logiche, che sembrano
incompatibili e invece sono necessariamente complementari: la logica della
chiusura locale e quella della responsabilità globale. Contrariamente a quanto
queste forze politiche dicono, per mero consenso elettorale, l’Unione europea
non è una minaccia all’autonomia degli stati nazionali, non erode la sovranità
nazionale limitando il potere dei governi nel controllo dell’economia. Al
contrario, queste dinamiche di erosione sono portate avanti da forze globali,
contro cui solo istituzioni sovranazionali come l’Unione europea possono essere
di contrasto: solo ricostruendo a livello più ampio quella rete istituzionale
che non controlla più l’economia nazionale, è possibile salvaguardare i confini
della sovranità nazionale.
La seconda logica invece ci dice che non è possibile difendere la libertà e la
democrazia a livello di stato nazionale, per quanto bene armato: i nostri
destini si decidono a livello globale e solo su questo piano possono essere
difesi i nostri valori.
Come
può l’Europa attrezzarsi per fare fronte a queste sfide?
Sono abbastanza anziano da ricordare che i padri fondatori dell’Europa unita,
Schuman, Monet, Adenauer, De Gasperi, non si sono posti queste domande: hanno
costruito l’Europa dalla porta della cucina, non dall’ingresso monumentale,
coordinando e integrando la produzione di carbone e acciaio e senza porsi il
problema della cultura europea, dell’identità europea e neppure della comunità
europea. Hanno creato un fatto compiuto, confidando che esso, una volta
sistemato, avrebbe poi creato la sua stessa logica giustificante. In questo
modo pragmatico e concreto sono riusciti dove tutti gli sforzi di unificazione
attraverso la fede o la forza erano miseramente falliti nei secoli precedenti.
Ora siamo di fronte ad un nuovo dilemma: c’è una divergenza insanabile tra il
potere e la politica. A livello globale c’è potere senza controllo politico,
mentre a livello locale c’è politica senza possibilità di incidere. I poteri
degli stati nazionali non sono più sufficienti nel mondo globalizzato. Siamo
quindi in una situazione analoga a quella di cinquant’anni fa: non abbiamo un
progetto, un ideale, un programma. Siamo come alpinisti sul costone di una
montagna che non è mai stato percorso in precedenza e non sappiamo che cosa ci
aspetti dall’altro lato: siamo spinti ad andare avanti non dal desiderio di
raggiungere qualcosa che non conosciamo, che non possiamo neppure immaginare,
ma dallo sconforto della situazione in cui ci troviamo.
Tornare indietro non è più possibile, fermarsi a riposare non è consentito.
Bisogna andare avanti, costruendo nella scalata i concetti per definire la
nuova realtà. Solo così possiamo arrivare alla forcella e vedere finalmente che
cosa ci aspetta dall’altra parte.

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