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Sessualita’ e desiderio

La Sessualità nell'Essere Umano

 

 

 

Le “nove porte” di Apollinaire aprono la strada ad un pensiero logico ed illogico contemporaneamente, così come logico ed illogico è il desiderio.

Ma può un ‘moto dell’anima’ essere logico? Può essere dettato dalla ragione, può contenere in sé una ratio che superi lo iato tra sentimento, passione e ragione?

Apollinaire ama le sue donne, ad ognuna di loro dedica canti e costruisce – da poeta qual è – parole per esprimere i suoi sogni, le sue passioni. Egli non cerca di colmare la mancanza della donna che ama, che è assente, ma ne fa una costruzione fantasiosa e fantasmatica di come vorrebbe che fosse, di come vorrebbe vivere la sua realtà. È il corpo di lei che gli interessa, ma quel corpo lui lo ha già , anche se non in quel momento. Apollinaire non descrive qualcosa che non ha,  ma costruisce, mette in poesia un ‘ come ‘ vorrebbe che ‘ quel ’ corpo fosse per lui e lui per quel corpo.

Vorrebbe che ‘quel corpo’ diventasse porta non già per penetrarlo o possederlo come comunque aveva già fatto o avrebbe potuto fare, ma  per fondersi con e in  esso in quel modo vertiginoso e inebriante che ogni atto d’amore erotico porta in sé.

La poesia di Apollinarie è poesia erotica, di Eros e, quindi, d’amore.

Già, ma Eros è amore o è desiderio?  l’amore non è estraneo al desiderio:  per amare di un amore che dà, bisogna partire da un’affermazione e da un sentimento  di sé che incorpori l’Altro nel desiderio.

Desiderare l’altro: ecco come si presentifica, come si fa Cosa l’amore nella sessualità.

E allora, la mente va oltre la mancanza, oltre l’idea di un desiderio  alla disperata ricerca  dell’oggetto che fa sentire il vuoto, un non-esser-ci incolmabile e disperante, fino allo sfinimento della lotta impari con un altro-da-me che deve essere a tutti costi sessualizzato, erotizzato, cannibalizzato e quindi distrutto, verso quel senso di morte che diventa stato, situazione terrificante perché destinata ad una ripetizione coatta e ineludibile per la sopravvivenza del nuovo essere desiderante.

No, non sono la mancanza  e l’assenza che possono o devono generare desiderio.

Il desiderio è già mancanza di per sé e in sé. Non è la cosa, ciò che riempirà, ma è l'inesistente, l'ineffabile, quel soffio di vento desertico che cerca dimora e luogo non certo in un vuoto, ma in uno spazio apposta creato per esso. Non mancanza, dunque , ma spazio  costruito, costruito come una poesia, una parola, come un corpo nuovo pronto a danzare nello spirito.

E dunque, quale  e di chi sarà questo corpo nuovo, luogo e casa (oikos) del desiderio? Sicuramente un corpo d’amore, un corpo sano nelle sue cavità, nelle sue viscere pronto ad accoglierlo, ormai fatto presenza visibile e leggibile da quella pupilla che si irradia solamente se può vedere al di là dell’io - e solo così potrà incontrare quel altro io altrettanto desiderante di farsi casa. E, finalmente, l’atopia potrà aver fine.

Nulla sarebbe più vano e pericoloso che ricondurre il desiderio ad una definizione. Spinoza dice: “il desiderio è l’essenza dell’uomo”.

Eppure, a partire dai greci,  la filosofia e la psicoanalisi, poi, non hanno fatto altro che occuparsi del desiderio, e non è un caso che ognuno l’abbia fatto secondo la propria personalità e non certo secondo  logiche di pensiero, che diventavano solamente secondarie al vissuto soggettivo.

Non solo significati, ma nomi ed etimologie atte a darne senso e giustificazione.

Eros, epithumia (desiderio verso ciò che è piacevole), orexis (desiderio ragionato), hormé (slancio): ecco alcuni nomi dei greci.

Ma desiderio per chi? O per che cosa?

Siamo ancora in un terreno di battaglia, dove amore , cioè Harmonia, Aphrodite, è costretto a lottare con odio, neikos, e pare che per lungo tempo questo ultimo abbia avuto il sopravvento, tanto che  noi apparteniamo al ciclo dell’odio in quanto proprio sotto questo regno avrebbe avuto luogo la generazione dei sessi. Ma amore, ancora misconosciuto, ha la sua specificità nel riunire  e nel porre in termini di amalgama le differenze dei sessi.

Comunque, l’amore è fatto da anime mortali, cioè imperfette  e valga la pena ricordare i due cavalli del carro alato di Fedro, di cui uno è perfettamente docile e l’altro, male allevato, recalcitra agli ordini. L’entusiasmo, etimologicamente trasporto divino, per il bello dell’amore è contrapposto al conflitto del rifiuto. Ma il bello trionferà, se non altro nell’intima  custodia all’interno del proprio corpo degli splendenti agalmata,  oggetti del desiderio, che ci riportano all’idea principale di quanto il desiderio non sia mancanza, ma al contrario pienezza e non certo di soli oggetti, ma anche di espressioni vitali, abbattendo l’atarassia epicurea, cioè  assenza del turbamento amoroso.

Questa è la vera ipostasi: al di là del mutamento resta il momento di grazia giusto, opportuno, un kairos che collega l’istante del qui ed ora all’eternità. D’ora in poi, il desiderio non dovrà essere “mancanza”

Ma non è ancora tempo per tutti.

Freud afferma che amore è disinvestimento della libido dell’io in direzione dell’oggetto e parla, con la psicoanalisi, di  Desiderium ,  rivolgendosi al latino de-siderium , cioè allontanamento da Dio, caduta dal cielo e dagli astri (sidera)  e al greco pothos per indicarne un rimpianto per un passato andato e, dunque,  riprende la  tradizione platonica del desiderio come versione negativa del non avere qualcosa, e ancora, di  mancanza. Riprende il concetto di desiderio come  epithumia e ne ricava l’es, mentre per il super-io trae origine dal coraggio, thumos. Il termine libido rappresenterà l’intera forza del desiderio.

Il Simposio di Platone fa ancora da padre, da modello nello studio arzigogolato del desiderio.  Non solo è legato alla mancanza ma anche  al diavolo. Dia-bolos, colui che separa, che divide e, dunque, che conduce alla morte.

 Certo, anche l’amore può condurre  alla morte, ad una certa morte, e già dire ‘morire d’amore’ - niente altro che metafora – la  rievoca e la  attualizza, nel senso che metafora , meta-phorein, è ciò che trasporta al di là. Ma l’amore non necessariamente trasporta in quel al di là del regno dei morti, nell’ade profonda; trasporta al di là di quel noto e insito narcisismo primario che è patrimonio e dotazione temporale di ogni essere umano.

Allora, nuovamente, desiderio non può essere un “oggetto”  e la migliore prova d’amore, dice Lacan, è donare ciò che non si ha.

E dopo il taglio e tutte le operazioni chirurgiche di Zeus, come in un carnevale che è  mescolanza, mescolanza  sessuale, l’uomo ritrova la sua vittoria sulla morte attraverso lo svelamento del desiderio: l’uomo desiderante un altro uomo si identifica con il sole, la donna per la donna, con la terra e l’amore eterosessuale, misto, è la luna.

E’ dunque chiaro come non si possa parlare di desiderio sessuale, o nella sessualità, senza parlare d’amore.

E parlare d’amore significa chiamare a noi quel daimon, essere intermedio tra uomini e dei, che è Eros.

Eros è nato da un atto d’amore voluto da sua madre Penia, povertà ma anche materia intellegibile, che si unisce a Poros, l’espediente, colui che vive di artifici, ma anche Ragione di tutte le cose,  ubriaco, distratto e stanco, cioè irresponsabile come sono spesso gli uomini che non possono amare spontaneamente e liberamente, perché il garante della libertà, lo sappiamo, corrisponde al desiderio  di esistere di per sé, in quanto l’esistenza precede l’essenza.

E’ Agostino che spezza la catena del desiderio-mancanza e offre un bellissimo esempio autobiografico, nelle Confessioni.

Si incomincia a sentire  un’idea di desiderio sessuale, di passione , di ardore che coglie la carne. E il peccato, con Sodoma e Gomorra.

“ Mi recai a Cartagine, e dovunque attorno a me ribolliva la caldaia degli amori disonesti. Non amavo ancora e bruciavo dal desiderio di amare, consumato dal segreto desiderio dell’amore, odiavo me stesso per questa mia indigenza. Assestato d’amore, andavo cercando un oggetto d’amare….. la dolcezza di amare e di essere amato era per me molto maggiore  quando godevo del corpo dell’oggetto amato…..”

Perversione del desiderio, passione amorosa per Agostino, logica del desiderio per la psicoanalisi. Ed ecco ritornare alla domanda. C’è logica nel desiderio? Per la psicoanalisi sì.

Faust fa patto con il diavolo per soddisfare la propria volontà di conoscenza e di felicità, ma nonostante i servigi resi a Mefistòfele e le cadute in tentazioni  sembra che nulla riesca a saziare l’ardore dei suoi desideri. Quale la morale? Che occorre non desiderare? Certo che no, bensì l’affermazione della libertà dell’uomo e la rivolta verso un supremo punitore . Per essere un uomo, occorre infrangere i limiti dell’umano e realizzare atti contro natura per rispondere al desiderio.

Appare qui in tutto il suo godimento e la sua evidenza il concetto edipico.

Ma il miracolo dell’amore, e cioè l’accettazione della castrazione, salva l’uomo dalla dissoluzione.

Occorre poi arrivare a Schopenhauer e a Nietztche per cogliere un altro senso del desiderio.

Schopenhauer, precursore della psicoanalisi e ispiratore sia di Freud che, maggiormente,di Lacan, afferma (Metafisica dell’amore sessuale) :

“ogni innamoramento, infatti, per quanto etereo possa apparire, è radicato esclusivamente nell’istinto sessuale, anzi non è nient’altro che istinto sessuale più specializzato, meglio individuato nel senso più rigoroso del termine”

e riporta così il desiderio alla sfera sessuale.

Si spinge oltre: “il fine dell’amore non è l’unione delle anime o la reciprocità dei sentimenti, bensì il piacere sessuale”.

Ma perché tanta importanza per il piacere sessuale, che altro non è che un istinto? La risposta è nella Volontà, volontà di fare un figlio.

Fare un figlio significa procreare, generare, ma significa anche creare altro, costruire un altro da noi, un terzo regolatore del proprio e del reciproco amore:

“L’attrazione crescente di due innamorati è già di fatto volontà di vivere del nuovo individuo”.

E questo “nuovo individuo” non può essere il desiderio che si è fatto amore o amore che si è fatto desiderio, cioè un’aggiunta, una somma del proprio e dell’altrui  essere e del proprio e dell’altrui corpo? Stiamo parlando di un a-priori che ritroviamo negli sguardi amorosi, nel colpo di fulmine, nello choc dell’incontro inaspettato, ed è lì, dentro tutto questo, che ogni mente ed ogni corpo sa che nascerà un “qualcosa”. Ma desiderare è ancora colpa, perché tutto è in funzione di questa nascita; non c’è ancora la libertà di se stessi e infatti i peggiori matrimoni sono quelli d’amore: dopo la creazione d’amore si diventa compagni, a volte pure noiosi.

La sessualità è qualcosa che si diffonde sul e nel corpo: e allora, perché non generare in continuazione? Forse perché l’uomo ha una quantità psichica di sperma, dopo di che impara ad erotizzare e a sessualizzare piuttosto che amare.

Si apre allora un'altra creazione, un’altra scrittura di parole già scritte e dimenticate: ecco quindi i lapsus, gli atti mancati, i sogni e i sintomi come discorsi ben riusciti. Mi chiedo però se non sia qui, ora in questo momento specifico, opportuno parlare di mancanza, di quella mancanza d’amore che muore dietro alla morte del desiderio. Il desiderio è ri-scritto nel corpo non già come bellezza ma come richiesta d’aiuto di ri-trovargli una casa, un luogo. E allora, bisogna saper danzare nuovamente  con i corpi e con la penna.

Ritornare ad essere desideranti, solo così si potrà ritrovare quella potenza nietzschiana  verso sempre nuove possibilità di vita.

Freud parla di rimozione, originaria e  secondaria, di coazione a ripetere, di spostamento, di identificazione eccetera. Bene, ci serve tutto questo? Sì come apparato teorico a cui riferirci, come paradigmi a cui volgere un sapere , ma non certo per capire o alimentare una situazione d’amore, nostra o di altri. Nulla può avvenire, che si sia donna, uomo o terapeuta, se non diamo ospitalità  all'eterno Eros vagabondo, errante e viandante che spinge ogni porta per entrare. Lasciamogliela aprire, nell’intimità della nostra vita personale e professionale, con gioia -  che è passione etica per eccellenza e  che dovrebbe sempre accompagnare ogni azione morale.

Infatti, in amore possedere è nulla, gioire è tutto.

Ma è sempre così?  Se il desiderio è godimento di sé e godimento dell’altro dovremmo risponderci affermativamente; ma ben sappiamo quanta impossibilità spesso ci sia. Conosciamo infatti l’infelicità , l’infedeltà, il dongiovannismo e via dicendo. Quante persone amano senza poter provare desiderio e, invece, dove lo provano non possono amare!  Si tratta dunque di amore impossibile, incestuoso e quindi mortifero.

Il segreto, ancora una volta, è nella libertà di vivere. “L’uomo libero pensa a tutto tranne che alla morte e la sua saggezza è una meditazione non sulla morte ma sulla vita”: questo ci insegna  Spinoza  (Etica V)

E l’uomo libero è colui che ha tolto il velo alla verità, come Dioniso che ama Arianna e sa sedurla senza voler tutto comprendere o come Otello che, pur di vedere la verità di Desdemona, non si sottrae  alla frustrazione del desiderio e alla cocente gelosia.

Ma, alla fin fine,  di chi è il desiderio? Parafrasando Nietzsche, non c’è il desiderio, ma ci sono le persone desideranti. Uomini e Donne.

C’è guerra, però, tra i due sessi,  ma è la condizione del vero desiderio e dell’amore a tutto campo che comporta il riconoscimento della differenza tra ciò che vuole la donna e ciò che vuole l’uomo.

 E quindi la guerra non è certo, come pensa la psicoanalisi, per astioso risentimento o invidia, ma  in ragione della differenza di ciò che ognuno vuole creare, dare e produrre.

Freud si chiede: “che cosa vuole la donna?” e poi ci dice: “donna si nasce, uomo si diventa”.

Nietzsche, in Ecce Homo, afferma che le donne sanno benissimo cosa vogliono e aggiunge. “ la donna perfetta sbrana quando ama”. Nulla di più vero!

Ed ecco di nuovo l’amore e l’Eros. Ma c’è una forma di amore, l’agapè, di cui però non parlerò, perché agapè non è sessuale, è amore per il prossimo, puro dono e carità e presuppone il senso della distanza e il rifiuto dell’unione.

Parlerò, invece, dell’amore del lontano, di colui con il quale non ci si può congiungere , perché è amore di ciò che ciascuno porta in sé di più lontano; i canti di Zarathustra ne sono testimoni.

“ E’ notte: dover esser luce! È notte, ecco il mio desiderio erompe da me come una sorgente – il mio desiderio è di parlare – è notte: ora parlano più forte tutte le fontane zampillanti. E anche l’anima mia è una zampillante fontana” (Il canto della notte)

E ancora, Del grande anelito: “anima mia, io intendo il sorriso della tua melanconia: la tua stessa sovrabbondante ricchezza ora tende le mani desiderose! La tua pienezza guarda al di sopra di mari mugghianti e cerca e attende: l’anelito della pienezza traboccante guarda dal cielo del tuo occhio sorridente”

Ecco cantati  solitudine e  tristezza  della lontananza -  che non vanno toccate con parole altre se non  quelle dei canti. Ognuno sa che cosa sia la tristezza della solitudine, ma ancora una volta la vitalità del desiderio, del desiderio sessuale ci spinge verso un’effusione dell’anima per erompere nelle tenebre.

Ed ora, concludo con un pensiero di Democrito:   “Solo gli insensati vivono senza godere di ciò che la vita offre”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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