Sen, l’ottimismo della ragione che invoca giustizia
Una teoria della giustizia, l’ultimo libro di Amartya Sen
“Alla memoria di John Rawls”: in questa dedica che apre l’ultimo libro di
Amartya Sen c’è molto più che l’omaggio formale ad uno dei maggiori filosofi
politici del Novecento, autore fra le altre cose di Una teoria della
giustizia, che nel 1971 rivoluzionò gli studi etico-politici contemporanei
con la sua innovativa concezione della “giustizia come equità”. C’è il
riconoscimento della grande eredità intellettuale lasciata da Rawls a chiunque
oggi voglia cimentarsi con le teorie di giustizia, a partire da
un’“antropologia” molto distante da certe varianti della “teoria della scelta
razionale” molto in voga nella scienza economica contemporanea, secondo le
quali gli esseri umani sarebbero in grado di prendere solo decisioni fondate
sul proprio interesse individuale senza alcuna capacità di “simpatia” verso gli
altri nell’assunzione di un punto di vista imparziale.
Ma c’è anche l’individuazione in Rawls di un nobilissimo e autorevole bersaglio
polemico: da qui infatti – dal confronto dialettico e critico con la concezione
rawlsiana della giustizia come equità - prende le mosse quell’originale e
antisistematica teoria della giustizia che Sen (premio Nobel per l’economia nel
1998) affida al suo ultimo scritto: L’idea di giustizia, recentemente
pubblicato in Italia da Mondadori (euro 22, pp. 451). Rawls è infatti identificato
come l’ultimo grande esponente di quell’”istituzionalismo trascendentale” che
nasce con i filosofi dell’illuminismo e che - dopo aver mutuato da Hobbes
l’idea del “contratto sociale” - tenta di delineare le strutture della “società
giusta”. Passando per le opere di John Locke, Jean-Jacques Rousseau e Immanuel
Kant, fino ad arrivare, appunto, al neocontrattualismo di Rawls e ai nostri
contemporanei Ronald Dworkin, David Gauthier e Robert Nozick, questo approccio
“punta a identificare la natura di ciò che è ‘giusto’, anziché a individuare
qualche criterio per riconoscere un’alternativa come ‘meno ingiusta’ di
un’altra”.
Sen colloca la propria indagine all’interno di un approccio alternativo, quello
della “comparazione centrata sulle realizzazioni concrete”, fatto risalire ad
un’altra tendenza interna all’illuminismo europeo comprendente le opere di Adam
Smith, Condorcet, Jeremy Bentham, Mary Wollstonecraft fino ad arrivare a Karl
Marx e John Stuart Mill. Tutti questi autori, al di là delle loro idee
tutt’altro che univoche in materia di giustizia, condividono in buona sostanza
un metodo comparativo connesso a concrete realizzazioni sociali frutto delle
istituzioni reali, dei reali comportamenti – che
nell’approccio dell’istituzionalismo invece tendono ad assecondare
“naturalmente” le istituzioni giuste una volta che esse siano riconosciute come
tali dai membri di una comunità – e da molteplici altri fattori.
Ma quali sono secondo l’economista indiano gli elementi di profonda debolezza
dell’istituzionalismo? Essenzialmente ne possiamo ricordare tre:
1. L’impossibilità di trovare un consenso universale attorno
ai principi di una società giusta che abbiano le “carte in regola” per proporsi
come imparziali ed unici. In questo senso le conclusioni della “posizione
originaria” immaginata da Rawls – dove tutti i membri della comunità sono
coperti da un “velo di ignoranza” sulla loro futura collocazione sociale e
dunque sono privi di interessi particolaristici da difendere in un confronto
sviluppato attraverso argomentazioni razionali – sono giudicate da Sen troppo
ottimistiche.
2. Anche ipotizzando la “perseguibilità” di una teoria
trascendentale – anche ipotizzando cioè che si possa arrivare a quell’accordo
al quale abbiamo accennato nel punto 1 - Sen ne afferma la “superfluità”:
“l’identificazione di assetti sociali completamente giusti non è né necessaria
né sufficiente”, nel senso che non è necessaria per decidere in “quale
direzione” deve andare il processo di cambiamento fra uno stadio “più ingiusto”
di una società e uno “meno ingiusto” (come non è necessario decidere che la Gioconda è il dipinto
ideale per scegliere fa un Picasso e un Dalì), e non è nemmeno sufficiente
per fondare le ipotesi riformiste sul grado di prossimità all’ideale che gli
assetti proposti possono raggiungere: la vicinanza nella proposizione non si
traduce infatti in una vicinanza nella valutazione (un amante del vino rosso
può preferire un buon bicchiere di bianco ad un bicchiere che mette insieme
bianco e rosso al fine di avvicinarsi al suo bicchiere di rosso ideale).
3. Infine Sen rivendica l’importanza “delle diverse vite,
esperienze e realizzazioni umane” che non si lasciano “surrogare da qualche
informazione sulle istituzioni e le regole in vigore. Istituzioni e regole”,
scrive Sen, “hanno senza dubbio un’influenza molto significativa su quanto
accade e certamente sono parte integrante del mondo reale. Ma le realizzazioni
concrete vanno ben al di là del quadro organizzativo e investono la vita che le
persone riescono – o non riescono – a vivere”.
Questa centralità della vita concreta degli individui è del resto il cuore
teorico del suo “approccio delle capacità”, intese come le “opportunità
effettive” di realizzare “quelle cose a cui, per un motivo o per l’altro, [una
persona] assegna un valore”.
Queste debbono essere secondo l’economista indiano le variabili sulle quali
puntare la propria attenzione nel giudicare il vantaggio o lo svantaggio di un
certo individuo (o di una certa società) rispetto ad una diversa dotazione di “capacità”.
Tale impostazione viene contrapposta non solo a quella fondata sulla centralità
del reddito (o dei “beni primari” secondo l’accezione usata da Rawls) ma anche
a quella imperniata sulla felicità/utilità che contraddistingue la moderna
economia del benessere, nonostante lo stesso Sen riconosca l’importanza che
l’approccio utilitarista ha avuto nel mettere in discussione il “tacito
presupposto dei paladini della crescita come panacea di tutti i problemi
economici, comprese la povertà e l’infelicità” (piccola nota a margine: non ci
sentiamo di condividere il giudizio di Sen secondo cui gli utilitaristi
“tendevano a ignorare il problema dell’ineguale distribuzione di benessere e
utilità tra gli individui” perché con Mill, Edgeworth e Pigou il principio
distributivo “neutrale” viene meno grazie al concetto di utilità marginale
decrescente e ciò apre la strada a politiche egualitarie e redistributive).
L’indagine di Sen, che in quest’opera presenta una maggiore densità filosofica
rispetto ai tanti lavori che l’hanno preceduta, contiene senza dubbio elementi
di grande interesse. Il dialogo a distanza con Rawls offre spunti molto
preziosi di riflessione attorno all’impianto generale di ogni teoria della
giustizia e le critiche che vengono mosse all’istituzionalismo trascendentale e
alle elaborazioni di matrice contrattualista e neocontrattualista colgono nel
segno.
L’elemento di maggiore debolezza, almeno a parere di chi scrive, è invece
riscontrabile in una certa sottovalutazione della dimensione del “conflitto”
all’interno di una concezione della democrazia come “governo per mezzo del
dibattito” la quale rischia di far rientrare dalla finestra quell’utopismo che
- tramite la critica dell’istituzionalismo trascendentale - era stato fatto
uscire dalla porta. In un mondo in cui la colonizzazione del “mondo della vita”
da parte delle soverchianti forze del mondo dell’economia e della finanza mette
in discussione la stessa possibilità di un dibattito pubblico costruito sulla
regolare competizione di argomentazioni razionali, una maggiore attenzione agli
aspetti del dibattito pubblico reale potrebbe essere funzionale a
quell’ancoraggio alle “concrete condizioni di vita dell’individuo” cui Sen
dimostra di tenere più che a qualsiasi altra cosa.
La grande importanza dell’opera di Sen, come del resto di quelle di Rawls e
degli altri teorici della giustizia, va tuttavia ben oltre le singole lacune o
i singoli punti di disaccordo che si possono riscontrare in essa. Questi
incessanti tentativi, che in ultima analisi risalgono alla nascita stessa del
pensiero razionale e del suo primo interrogarsi sul mondo, ci ricordano – è lo
stesso Sen a sottolinearlo in conclusione del libro - che “nella società umana
la generale aspirazione alla giustizia assai difficilmente potrà essere
cancellata, anche se diversi possono essere i modi per realizzarla”. E questo
contribuisce a tener viva la speranza anche quando la storia sembra imboccare
un tornante nel quale di speranza se ne intravede ben poca. Potremmo quasi dire
che l’ottimismo della ragione resiste nonostante il pessimismo della realtà!
da MicroMega (22 ottobre 2010)

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