Se Occupy Wall Street spaventa l’Economist
Forse i nuovi movimenti cominciano a fare davvero paura.
La lettura dell’Economist è un salutare esercizio intellettuale che
consente di sondare l’umore dei boss dell’economia globale – umore che, a
scorrere gli articoli dell’ultimo numero, sembra volgere al nero.
A preoccupare lorsignori, diversamente da quanto ci si potrebbe aspettare, è,
più che il pessimo andamento dei mercati, la rabbia che monta ovunque contro le
loro ruberie. La furia del 99% – per usare lo slogan di Occupy Wall Street –
somiglia troppo a un salutare ritorno dell’odio di classe per non turbare i
sonni dell’1%. I quali hanno quindi commissionato al loro più prestigioso
organo mondiale il lancio di una vigorosa campagna di “controinformazione”.
Una campagna che parte con tre articoli che, in questo caso, si concentrano
sull’obiettivo di difendere dignità e ruolo del più grande hub finanziario
globale, la City
di Londra. È un impegno comunicativo a trecentosessanta gradi, che si sforza di
toccare tutte le corde che possano influenzare l’opinione del lettore:
argomentazione razionale, appello all’orgoglio e all’interesse nazionale (nella
circostanza inglese), perfino lo spauracchio di nuove, possibili esplosioni di
odio razziale. La razionalità consisterebbe, come argomenta il più lungo dei
tre articoli, nella necessità di valutare quali potrebbero essere gli effetti
dell’introduzione di regole troppo stringenti per la finanza da parte dei
governi.
Tre i nemici più temuti: l’obbligo per le banche di separare i servizi
commerciali a privati e imprese dagli investimenti ad alto rischio,
l’introduzione di tasse elevate sulle transazioni finanziarie, l’introduzione
di vincoli stringenti nei confronti degli eccessi di “creatività” che hanno
innescato la crisi globale. Si tratterebbe, sostiene il settimanale, di
medicine destinate a uccidere il malato, perché, invece di riequilibrare
l’economia a favore dei settori produttivi, aggraverebbero il rischio di
recessione strozzando il credito.
Il secondo articolo cerca di accendere l’orgoglio nazionalistico britannico:
attenzione, si scrive, perché penalizzare la City vorrebbe dire colpire l’unico settore che,
in questo momento, consente all’Inghilterra di essere competitiva sul mercato
mondiale (neanche una parola, ovviamente, sul fatto che il disastro inglese
fatto di deindustrializzazione, immiserimento di un terzo abbondante della
popolazione, disoccupazione di massa, feroci tagli al welfare, ecc. affonda le
radici proprio nel dirottamento di tutte le risorse del Paese nelle mani dei
signori della City).
Infine il capolavoro: l’odio per la finanza è antico (già, e non per caso!) e
ha antecedenti illustri nella predicazione di Cristo, Maometto e di quasi tutti
i movimenti religiosi (ad eccezione di Luterani e Calvinisti che, “per
fortuna”, hanno salvato la situazione), ma questo odio si è spesso tradotto in
odio per i gruppi etnici che, come gli ebrei, sono i più abili nello svolgere
questa attività. Come a dire: si comincia a inveire contro i Goldman Sachs e i
Rothschild, e si finisce con chiedere la riapertura dei forni crematori.
Peccato che, a scatenare guerre di sterminio e a compiere delitti contro
l’umanità, non siano stati movimenti come gli Indignati, bensì regimi totalitari
che incarnavano gli interessi di agguerrite borghesie nazionali, e che
sfruttavano ideologie scioviniste e razziste per dirottare l’odio dei proletari
contro falsi bersagli.
In ogni caso, il fiotto di bugie, depistaggi e disinformazioni vomitato dall’Economist
un merito ce l’ha: ci fa capire che i nuovi movimenti cominciano a fare
davvero paura.
da MicroMega online(7 gennaio 2012)

Precedente: Come dare dignità al nostro futuro








