Se la trasgressione è un’idea superata
I dati rivelano una società che ha perso molti suoi tabù rispetto al sesso
Quando in un sondaggio l´intervista riguarda il sesso, anche se anonima, è
difficile che uno dica la verità. Perché nell´atto di rispondere entra in
gioco, di fronte a se stessi, l´immagine di sé che ne esce. E siccome ognuno di
noi cerca di nascondere a se stesso la propria ombra, le macchine psichiche
della rimozione e della negazione, che Freud ha bene illustrato e che ogni
psicoanalista verifica parlando a tu per tu con i pazienti in studi ben
protetti, entrano in azione automaticamente, per dare a se stessi, prima che
agli altri, un´immagine il più possibile apprezzabile di sé.
Detto questo, e accettando per vere tutte le risposte, quel che risulta è che
nell´arco di cento anni le pratiche sessuali non sono variate di molto. La
differenza è che un tempo erano segrete e oggi sono più verbalizzate, perché la
sessualità non è più un tabù. A partire dal ´68, infatti, siamo passati dalla
società della disciplina, dove il conflitto era tra la regola e la
trasgressione, alla società dell´efficienza e della performance spinta, dove il
conflitto è tra adeguatezza e inadeguatezza della prestazione. Non è un caso
che i medici ci informano che i giovani, più degli anziani, sono i maggiori
consumatori di Viagra e simil-farmaci, e questo ci dice due cose.
La prima è, che se è vero come scrive Freud: «Dove c´è tabù c´è desiderio» (la
stessa cosa diceva San Paolo a proposito del divieto della Legge), la
liberalizzazione della sessualità e la facile accessibilità alla pornografia
hanno determinato una caduta del desiderio che, per essere all´altezza delle
prestazioni, ha bisogno di supporti chimici. La seconda è che, se nella pratica
sessuale entra in gioco il grado di prestazione o l´immagine di sé, allora si
incarica la sessualità a tenere un discorso che non è propriamente il suo,
perché non parla solo di piacere, ma di immagine di sé e quindi di identità
che, nell´atto sessuale, viene rafforzata o diminuita.
Quando parliamo di identità oggi assistiamo (come mi pare di dedurre dalle
risposte fornite) a un´identità sempre meno coincidente con il proprio genere
femminile o maschile, come se nel sesso i maschi non rinunciassero a mettere in
gioco la propria femminilità e le donne il tratto maschile dell´intraprendenza
e dell´iniziativa. Tutto ciò è bene se non si arresta solo alle pratiche
sessuali, ma diventa anche disposizione psichica, capacità dei maschi di esseri
teneri e dolci senza vergognarsi, e capacità delle donne di saper guardare
negli occhi i loro partner chiedendo loro di non essere trattate come «genere»
(le donne), ma come «persone» (quella donna colta nella sua unicità).
Se la liberalizzazione del sesso portasse all´integrazione della nostra
controparte sessuale e a un processo sempre più significativo di
individuazione, non potremmo che approvarla e considerarla un´emancipazione
delle relazioni personali in quel luogo, un tempo segreto e secretato, che è la
sessualità.
http://www.repubblica.it 25.2.10

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