Se la propaganda terroristica fa comodo agli Usa e a Bin Laden
Il vero pericolo non è un nuovo 11 settembre, né le mille imitazioni di Al Qaeda, ma l’effetto destabilizzante della guerra in Afghanistan nell’Asia centrale e l’avanzata dei Talebani.
Alla fine del 2009 Al Qaeda torna a comparire sulle prime
pagine dei quotidiani in relazione ad alcuni attentati e rapimenti. Il
presidente Obama rilascia dichiarazioni sulla minaccia terrorista ed Osama Bin
Laden torna a far circolare dichiarazioni anti-americane. Ci troviamo di fronte
ad una ripresa del terrorismo transnazionale che tanto piace ad Al Qaeda,
oppure si tratta della solita propaganda che tende ad ingigantire in casa
nostra la minaccia del famigerato saudita? La risposta va ricercata nello
strano rapporto che da quasi un decennio lega i due nemici: gli Stati Uniti
d’America e Al Qaeda.
Verso la fine del 2003, quando in Iraq scoppia la violenza settaria tra sciiti
e sunniti e le forze di coalizione si ritrovano a combattere contro un nemico
elusivo e micidiale, cioè i jihadisti di Al Zarqawi, Osama Bin Laden rilascia
una dichiarazione storica. In uno dei tanti video che arrivano alla redazione
di Al Jazira afferma che all’apparenza George W. Bush e Al Qaeda cooperano
perché mirano a raggiungere lo stesso obiettivo: creare un clima di paura
globale. Dall’11 settembre in poi terrorizzarci fa infatti comodo ad entrambi.
L’amministrazione
Bush usa l’arma della paura per giustificare l’attacco
preventivo in Iraq. Nel febbraio 2003, durante il famoso discorso al Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite, Colin Powell, l’allora segretario di Stato
americano, crea dal nulla il mito di Al Zarqawi, che diventa un
superterrorista. Lo presenta al mondo come il legame che esiste tra Saddam
Hussein e Osama Bin Laden, è questa infatti la prova che i due sono alleati, e
tutti naturalmente ci credono. Oggi sappiamo che si trattava soltanto di
menzogne, Al Zarqawi non faceva neppure parte di Al Qaeda e Saddam Hussein
addirittura temeva Bin Laden.
La propaganda della paura è anche l’arma che subito dopo l’intervento armato
contro l’Afghanistan, che distrugge sia Al Qaeda che il regime talebano, il
saudita usa per trasformare quest’organizzazione nel primo marchio terrorista
internazionale. I video, le dichiarazioni ed i comunicati che come un
nubifragio allagano le redazioni dei giornali e delle televisioni hanno lo
scopo di tenere alta la tensione. L’Al Qaedismo diventa così un ombrello
ideologico che dà vita ad una nebulosa di gruppuscoli armati che vogliono
emulare la madre di tutti gli attentati, l’11 settembre. A motivarli è
naturalmente la presenza delle forze di coalizione in Afghanistan ed in Iraq,
non certamente la propaganda di Bin Laden, che per i giovani potenziali
jihadisti suona sempre più assurda ed incomprensibile.
Caratteristica
comune di questi gruppi è l’assenza di professionalità e la
faciloneria con la quale pensano di poter riprodurre, anche se su scala
ridotta, la tragedia delle due torri. A parte l’attentato di Madrid nel marzo
del 2004 e quello di Londra a luglio dell’anno dopo nessuno va in porto. C’è
poi un ulteriore elemento che accomuna i jihadisti del dopo 11 settembre, tutti
operano all’interno di gruppi compartimentalizzati, sono cioè indipendenti e
privi di contatti tra di loro o con il nucleo storico di Al Qaeda, che dopo la
sconfitta a Tora Bora si è rifugiato in Waziristan.
La poca professionalità e l’isolamento sono la chiave di lettura del fallito
attentato aereo di questa settimana, quello che ha suscitato le dichiarazioni
del presidente Obama e che ha risvegliato dall’apatia dell’esilio Bin Laden. A
quanto ci viene detto a progettarlo è un gruppo ubicato nello Yemen, Al Qaeda
nella Penisola Arabica, appartenente quindi alla nebulosa dell’Al Qaedismo. E’
questa l’ennesima sigla contenente il marchio di Bin Laden e composta di gente
esaltata, indottrinata che non possiede la professionalità necessaria per
portare a termine con successo un attacco. Sebbene l’intenzione fosse quella di
far esplodere sui cieli dell’America un aeroplano con 300 persone a bordo,
l’attentatore non solo cerca di far esplodere l’esplosivo mentre è circondato
dai passeggeri ma finisce per darsi fuoco. La tragedia è stata evitata perché
fortunatamente ci troviamo ancora una volta di fronte a terroristi incompetenti.
Sull’altra faccia della medaglia troviamo i servizi di sicurezza americani,
anche loro non hanno dato prova di grande professionalità. Il giovane
attentatore nigeriano, Umar Farouk Abdulmutallab, compare su una delle tante
liste del terrore ciononostante riceve il visto d’ingresso negli Stati Uniti.
Non finisce neppure nella no-flying list, l’elenco di coloro a cui è vietato
volare perché sospettati di avere qualche legame con organizzazioni armate.
Nessuno poi bada al fatto che il padre, un ricco banchiere, poco tempo fa aveva
allertato i servizi segreti nigeriani che il figlio era caduto nella rete
dell’indottrinamento di un gruppo che progettava attentati contro le ambasciate
statunitensi nel mondo mussulmano, Al Qaeda nella Penisola Arabica appunto.
Falliti
attentati, incompetenze,
dubbia professionalità sembrano caratterizzare il comportamento sia di chi ci
vuole distruggere e di chi invece dovrebbe difenderci. Questo il sunto di
quanto sta accadendo. Eppure il mancato attentato aereo diventa una sorta di
scampato secondo 11 settembre. La macchina propagandistica statunitense e
quella di Bin Laden si mettono subito in moto e tornano ad usare la paura quale
arma principale.
Il marchio Al Qaeda permette a Bin Laden di legarlo agli attentati di dicembre
ed al rapimento di due italiani avvenuti in Mauritania, anche questi
rivendicati da un appartenente alla nebulosa del terrore: Al Qaeda nel Magreb.
E nel giro di pochi giorni si parla di ripresa dell’attività di Al Qaeda vicino
a casa nostra, nel Magreb, appunto. Eppure tutti i rapimenti avvenuti negli
ultimi 12 mesi in questa regione, tra Mauritania e Mali, tra cui tre sauditi e
due canadesi che lavoravano per le Nazioni Unite, sono stati tutti orchestrati
da gruppi criminali e non da Al Qaeda.
La dicotomia Usa-Al Qaeda è dunque tornata prepotentemente alla ribalta senza
una vera base, senza cioè che ci siano prove inconfutabili della sua esistenza,
sulla base della paura. Domandiamoci perché ciò avviene ed a chi fa comodo. La
risposta alla prima domanda rientra nella tipologia classica del bene e del
male: in un momento in cui l’Occidente ancora si lecca le ferite della
recessione creata dalla scelleratezza di Wall Street far quadrato contro un
nemico diabolico come Al Qaeda, un avversario che vuole distruggerci ci
tonifica e ci distrae dalle conseguenze disastrose della crisi economica.
Per rispondere alla seconda domanda bisogna fare un salto in Pakistan, dove
negli ultimi tre mesi gli attentati terroristici sono diventati una ricorrenza
quasi quotidiana. Dall’inizio di settembre ce ne sono stati ben 25, tutti con
un numero considerevole di vittime. La causa si chiama Afghanistan, la rimonta
dei Talebani sotto il naso delle truppe di coalizione, sta destabilizzando il
Pakistan.
Gli attentati non portano il marchio Al Qaeda ma quello Talebano. E questo è un
durissimo colpo non solo per gli americani ma per Osama Bin Laden, la cui
organizzazione è passata ormai in seconda linea.
Naturalmente Barack Obama non è Bush, ma come Bush deve giustificare una guerra
che l’America non riesce a vincere, una guerra che altro non e’ che la risposta
all’11 settembre. Ebbene a buttar giù le due Torri non è stato un commando di
talebani ma Al Qaeda. Obama, come il suo predecessore sfruttata qualsiasi
opportunità, come appunto il fallito attentato aereo, per ricordare agli
americani che si combatte in Afghanistan una guerra che altrimenti
imperverserebbe in America, una guerra contro Al Qaeda. Nello stesso modo,
anche Osama Bin Laden sfrutta qualsiasi attacco rivendicandolo per giustificare
il suo ruolo di icona contro la minaccia statunitense nei territori del
Califfato. E a facilitare questa propaganda è proprio il marchio Al Qaeda.
Il vero
pericolo non è un nuovo 11 settembre, né le mille imitazioni di
Al Qaeda, ma l’effetto destabilizzante della guerra in Afghanistan nell’Asia
centrale e l’avanzata dei Talebani. È in questa regione che gli occidentali
continuano a morire ed è in questa parte del mondo che l’America rischia di
riprodurre l’altra grande tragedia nazionale del dopoguerra: la guerra del
Vietnam.
http://www.unita.it/ 30 dicembre 2009

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