Se l’Europa ricordasse Keynes
Quello di cui c´è bisogno sono istituzioni europee che rilancino in proprio l´economia: con eurobond, con comuni tasse sulle transazioni finanziarie e sulle emissioni di biossido di carbonio.
Si dice spesso che l´Europa unita ha perso potere di attrazione, adesso che gli
europei non si fanno più guerre. Ma è difficile chiamar pace, quello che stiamo
vivendo.
Guerresco è il modo in cui da due anni Greci e Tedeschi si parlano. Guerresco
il clima di depressione, di paura. Guerresco, soprattutto, il trattamento
riservato ai paesi indebitati, non a caso chiamati con l´acronimo Pigs, maiali:
considerati alla stregua di popoli vinti con le armi, da ostracizzare, punire.
I piani di austerità, come la guerra di Clausewitz, stanno diventando la
continuazione della politica con altri mezzi, e l´Europa, associata a tali
piani, subisce lo stesso destino. Il che vuol dire: austerità e bellicosità
soppiantano la politica, la sopprimono. C´è dominio tedesco, ma l´egemone non
ha progetti di rifondazione della civiltà europea. È tragicamente assente un
potere europeo che rappresenti tutti, democraticamente legittimato, che sia
pronto a fronteggiare la buona sorte e la cattiva. Latitano istituzioni
sovranazionali forti, che nella sciagura di uno Stato riconoscano la sciagura
dell´intero sistema. Ci sono innocenti e colpevoli, vincitori e vinti: l´idea
stessa di solidarietà, più morale che politica, oscura pericolosamente
l´interesse, le responsabilità, gli obblighi condivisi.
Fu trattata così la Germania,
nel trattato di Versailles del 1919, e sappiamo quel che seguì, il rancore
nazionalista che il castigo suscitò. Hitler sfruttò tale risentimento, dando al
popolo non solo una crescita trainata dalle spese militari ma dignità e senso
di appartenenza perduti. Manca oggi il Keynes della situazione, che denunci le
calamità ineluttabilmente provocate da penitenziali terapie deflazionistiche.
Conseguenze economiche della pace s´intitolava il libro pubblicato nel ´19, e
oggi potrebbe esser scritto tale e quale, con le periferie sud-europee al posto
della Germania.
Keynes aveva partecipato alla conferenza di Versailles come rappresentante del
Tesoro britannico, ma il 7 giugno 1919 si dimise, e scrisse il suo libro
denuncia. Le sue idee, respinte dai vincitori, furono straordinariamente
veggenti: non si può chiedere l´impossibile a un popolo vinto, demoralizzato,
devastato, e dare al diktat il nobile nome di trattato. Non è pace, se la crisi
non è vissuta come dramma comune a debitori e creditori. In queste condizioni
era una beffa, il proclama del Presidente Usa Wilson: il ´14-18 avrebbe «messo
fine a tutte le guerre». Altre conflagrazioni sarebbero venute, precipitando
l´Europa in una guerra di trent´anni.
I ricordi giocano brutti scherzi, proprio alla Germania che dopo il ´45
ricostruì una democrazia modello, forgiata dalle introspezioni della politica
della memoria. Ma col tempo la memoria si è fatta come emiplegica: come se solo
una parte della storia venisse trattenuta. Resta l´assillo dell´iperinflazione
fra il 1914 e il 1923, ma svapora la deflazione cominciata nel ´29 e finita con
l´avvento di Hitler. Lo stesso vale per le riparazioni che frantumarono la
democrazia di Weimar, e per la sconfitta di Keynes a Versailles: si dimentica
la vittoria tardiva, ma pur sempre vittoria, che questi conobbe dopo la seconda
guerra mondiale. Stavolta Europa e America cambiarono rotta: nacquero il Piano
Marshall, il Fondo monetario internazionale, l´unità europea. Vinse il New Deal
di Roosevelt, non l´ottimismo cieco di Wilson. Di nessuna guerra si poteva dire
che sarebbe stata l´ultima, tantomeno in Europa, se tra ex belligeranti non si
concordavano una comune crescita e comuni istituzioni, nella consapevolezza che
sempre può arrivare qualcuno che alla politica preferisce altri mezzi.
Il Cancelliere sembra indifferente alle lezioni di ieri, se non ignaro. La
stanchezza europea del suo popolo è anche opera sua. In parte, forse, pesa il
suo apprendistato nella Germania comunista. Se si esclude l´attuale governo
polacco, i governi dell´Est tendono a diffidare di un´Unione sovranazionale.
Sono i più puntigliosi difensori delle decisioni unanimi, dei veti nazionali,
dell´Europa impolitica. Coltivano sovranità illusorie, e non vedono che il
presente crollo è crollo ormai palese degli Stati nazione.
Tanto più succube è la Merkel
verso la Germania
della Banca centrale tedesca e della vecchia dottrina che la pervade: prima
viene la casa in ordine, poi la comunanza transnazionale. La Bundesbank sta prendendo
la sua rivincita sull´internazionalismo di Brandt, Schmidt, poi di Kohl che
volle la moneta unica contro l´istituto di emissione. La storia contava ancora,
a quell´epoca: Kohl disse che bisognava «liberare l´Europa dal problema
tedesco» e creare gli Stati Uniti d´Europa, di cui la moneta unica sarebbe
stata la molla inaugurale. Il trattato di Maastricht doveva preparare ben più
radicali trasformazioni istituzionali, e se il disegno naufragò fu perché - per
colpa del nazionalismo francese - rimase a metà strada.
Lo stesso Patto di stabilità e di governo della crisi (fiscal compact),
approvato a marzo da 25 Stati, disciplina le singole economie con nuovi
trasferimenti di sovranità ma non crea né le istituzioni comuni (Commissione
che risponda ai deputati europei più che ai governi, Parlamento con partiti
europei, vera Costituzione) né gli strumenti finanziari (eurobond, project
bond) che permettano all´Unione di far politica e unire quel che è sfaldato. È
così che la Grecia
è divenuta capro espiatorio, che il male interno s´è fatto esterno, che sono
state innalzate fallaci linee Maginot (il cosiddetto firewall) per impedire
contaminazioni già in atto.
Naturalmente è molto rischioso prendersela solo con l´Europa, non fosse altro
perché sono ancora gli Stati o i direttorii di Stati a determinarla. Anche
l´Unione, come Atene, rischia di divenire capro espiatorio, nemico esterno. La
crescita invocata da Hollande e dai socialdemocratici tedeschi, dai Democratici
italiani e dal Syriza di Tsipras a Atene, dovrà scaturire da iniziative europee
ma anche da mutazioni nazionali, necessarie in un´economia-mondo dove
l´Occidente non è più centro.
Fatto sta che le due cose - l´ordine in casa e l´iniziativa europea - dovranno
andare insieme: non domani, ma subito. Che le riforme strutturali fatte in
Germania nel 2002, presentate come esemplari, sono impraticabili in tempi di
recessione (da ben 5 anni la
Grecia è in recessione). Non c´è tempo. Dietro l´angolo c´è
la bancarotta non solo ellenica ma europea, e cittadini impauriti già fuggono
dalle banche greche e spagnole.
Quello di cui c´è bisogno sono istituzioni europee che rilancino in proprio
l´economia: con eurobond, con comuni tasse sulle transazioni finanziarie e
sulle emissioni di biossido di carbonio. O in assenza di eurobond, con un patto
significativamente detto «di redenzione», suggerito dal Consiglio tedesco degli
esperti economici: la parte dei debiti eccedente il 60 per cento del prodotto
interno diverrebbe debito dell´Unione, gestito da un Fondo comune di 2.300 miliardi
di euro, per la durata di almeno 25 anni. Comunitarizzazione di una parte del
debito, rilancio dell´Unione: lo propongono oggi Hollande, Monti, i
socialdemocratici e Verdi tedeschi. Lo chiede anche Obama, che da anni propugna
un New Deal alla Roosevelt: per non naufragare nella crisi e perdere le
elezioni, implora una rapida ripresa europea. La Merkel è isolata, in casa e
fuori. Oggi al vertice informale di Bruxelles vedremo se qualcosa si muove.
Una nuova politica della memoria urge in Germania. Non per ultima, la memoria
dei debiti bellici tedeschi, estinti a Londra nell´accordo del 1953, anche
grazie alla Grecia che rinunciò alle riparazioni. Non per ultimo, il ricordo
del monito di Keynes contro gli assolutisti del contratto, portati a trasformare
i patti (il fiscal compact, oggi) in «usura ininterrotta».
Repubblica 23.5.12

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