Se in Italia tornano i forcaioli
Uomini politici e giornalisti scatenati nell’invocare le maniere forti, leggi liberticide e abusi polizieschi.
Ci sono parole del linguaggio politico di un tempo che sono
scomparse dal vocabolario anche se, si spera, non dal sentire comune. Una di
queste è «forchettoni», inventata più di mezzo secolo fa da qualche buontempone
del Pci per indicare i boss della Dc, ma che oggi potrebbe avere un valore
universale, almeno in chiave metaforica, per indicare i super-ricchi e la classe
dirigente palese e quella occulta (la finanza). Un’altra che mi è tornata in
mente leggendo i commenti di politici e giornalisti sugli scontri di Roma di
otto giorni fa è «forcaioli».
Ma prima di affrontare questa bassa materia, sarà meglio aggiungere qualche
considerazione, cercando di farlo a freddo, sui manifestanti del 15 scorso.
C’ero anch’io, per un primo tratto e mi ha impressionato, anche se a distanza,
la violenza organizzata, organizzatissima, di un’infima minoranza di «arditi»
che non mi sembra abbiano molto a che vedere con la tradizione storica dei
violenti di sinistra, anarchici e autonomi compresi. Anche se molti degli ex
sono pronti a metterci su la bandierina, e ho sentito persino paragonare i
«violenti» a quelli di piazza Statuto, Torino 1962, ma lì io c’ero e posso
testimoniare (se si vedano gli atti processuali e il bel libro di Dario
Lanzardo) che i moti nacquero dall’incontro tra i giovani della Fgci e i
giovani operai immigrati delle piccole fabbriche. I manifestanti violenti di oggi
sono, mi sembra, un fenomeno nuovo e non solo italiano, frutto di un’epoca
radicalmente nuova che mi pare solleciti, più che risposte di sinistra,
risposte più o meno apocalittiche che concentrano in sé una mescolanza di idee
di destra e di sinistra. È questa una tendenza che richiede analisi
approfondite e accorte per poter essere compresa e, quando necessario,
adeguatamente combattuta. Certamente non si tratta di «compagni che sbagliano»,
anche se sono cresciuti sull’assenza di idee di sinistra credibili e adeguate
ai bisogni dell’epoca. Perché, che cosa vuol dire essere di sinistra, fuori
dalle retoriche dei salottini benestanti e dei residui burocratici, e solo
tali, del passato? Una cosa molto semplice e molto disattesa: è sinistra
l’organizzazione degli oppressi, variamente oppressi, per una società giusta, e
di questo non c’è per ora segno in Italia, e l’adesione alle loro lotte e
ideali di gruppi di persone che, per amore di giustizia, si mettono dalla parte
degli oppressi, ritenendosi in qualche modo oppressi essi stessi,
dall’ingiustizia subita da altri.
È un discorso antico che l’epoca in cui viviamo prospetta in termini certamente
nuovi anche se i «teorici» della sinistra vecchia e nuova non sembrano
essersene accorti, ma non diversi da quelli di ieri nella sostanza e nella
spinta etica, che è quella della ribellione all’ingiustizia subita o vista
subire da altri. Il problema non è solo quello di un manipolo di violenti, che
hanno dalla loro una radicalità e una capacità di organizzazione che non hanno
le maggioranze degli «indignati», ma cosa opporre di più saldo e forte che sia
adeguato ai bisogni del tempo, alla crisi che ci è stata imposta, da un
manipolo di criminali in grado di condizionare e far schiava la politica, che
sono loro i primi responsabili di ogni violenza, distruttori del pianeta e
nemici di ogni giustizia. Il problema è la stragrande maggioranza degli
«indignati» incapace per ora di organizzarsi e di reagire con modi nuovi, come
altrove già succede, alle violenze del sistema e a quelle di una minoranza
organizzata.
Faceva impressione nel corteo romano l’andamento iniziale da passeggiata
dimostrativa o da marcia della pace, l’assenza pressoché assoluta di servizi
d’ordine e perfino di cordoni, l’impreparazione all’eventualità di scontri:
un’impreparazione dovuta al mancato trasferimento di modelli, esperienze,
riflessioni da una generazione all’altra, a questi «nuovi» sia da parte della
vecchia sinistra che da quella che si proclamava nuova.
Un vuoto scandaloso. La via d’uscita ci sarebbe ma è appunto quella che non va
bene a nessuno dei partiti e gruppi, dei nuovi e vecchi ideologi, e che si
chiama disobbedienza civile, una proposta che evidentemente non appare consona
alle mistificazioni italiche dei violenti, come dei nonviolenti, dei politici e
dei fedeli servitori del potere economico. Torniamo ai «forcaioli». Uomini
politici e giornalisti hanno dato prova di un coraggio da leoni nel gridare al
lupo sulle loro gazzette e nell’invocare le maniere forti, leggi liberticide e
abusi polizieschi. Sono tanti e tutti eroici, costoro, nel chiedere e
nell’invitare il potere a innalzare forche per i dissidenti, per i
non-accettanti. E sono loro, io penso, tra i principali nemici della democrazia
e della giustizia oggi in Italia, e non solo dei movimenti che
ineluttabilmente, buoni o cattivi, verranno.
http://www.unita.it 22 ottobre 2011

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