Se il potere si apre alla società civile
La buona politica e la società civile
"Politica" è una parola bastarda. Ha molti padri e madri. Non è
sempre la stessa cosa. Dipende da chi la genera e per che cosa.
Per chiarire, mi avvalgo d´una citazione di George Orwell. Nel 1948, scriveva
(in Writers and Leviathan): «Questa è un´epoca politica. La guerra, il
fascismo, i campi di concentramento, i manganelli, le bombe atomiche sono
quello a cui pensare». Se non si parlava di campi di sterminio e di genocidio,
era per la diffusa ignoranza di ciò che era effettivamente accaduto nel cuore
dell´Europa. Auschwitz sarebbe in seguito assurto a simbolo di una certa
concezione della politica. Il che è certo molto imbarazzante per la politica stessa.
Questa visione della politica è terrificante. Ha come madre la potenza
sopraffattrice, nelle relazioni tra i popoli e tra parte e parte, tra i
dominatori e gli oppressi, all´interno dei popoli. L´uso di categorie
primordiali come, ad esempio, quelle di amore e odio, per dividere il campo
dell´agone politico, sono il riflesso di questa concezione della politica
basata sulla malevolenza tra gli esseri umani.
La concezione opposta della politica è espressa in una frase di Aristotele. Se
là la politica è violenza e prepotenza, qui «compito della politica pare essere
soprattutto il creare amicizia» tra cittadini, cioè legame sociale (Etica
Eudemia, 1234 b).
Con le parole di Hannah Arendt (Was ist Politik? - inediti del 1950, pubblicati
nel 1993, trad. it. Che cosa è la politica? Torino, Comunità 2001, pp. 5 ss.),
ciò che è proprio di questa concezione della politica è l´essere collocata
infra, in mezzo, tra le persone. La virtù politica è propria di coloro che
amano stare "con" le altre persone, non "sopra", nemmeno
"accanto" o, peggio, "altrove"; di coloro che conducono la
loro vita insieme a quella degli uomini e delle donne comuni, stando dentro le
relazioni personali e di gruppo, quelle relazioni che, nel loro insieme, fanno,
di una semplice somma d´individui, una società. Chi disdegna stare con le
persone comuni, credendosi diverso, e il suo cuore batte piuttosto per i
salotti, le accademie, le fondazioni culturali, le tavole rotonde, gli studi
televisivi, potrà certo essere un´ottima persona. Ma non è adatto alla politica
in questo senso. Ciò è così vero che, proprio gli uomini politici più distanti
dalla vita della gente comune, che disprezzano, fanno a gara nel dar prova di
atteggiamenti populistici e volgari, per far mostra d´essere uguali agli altri,
"uno di loro"; in realtà offendendoli e insultandoli, nel momento in
cui le trattano non come cittadini ma come plebe.
Forse non abbiamo mai pensato che tra tutti i regimi politici, la democrazia è
l´unico che presuppone amicizia tra governanti e governati. I regimi
autocratici o oligarchici, comportano separazione che, nel caso migliore, si
traduce in indifferenza, in quello peggiore, in inimicizia e avversione. Solo
la democrazia vive e si alimenta di un circuito di reciproca fiducia che può
esistere solo a condizione che i governanti non si costituiscano in classe
separata, solo a condizione che i cittadini comuni non li vedano come cosa
diversa da sé.
Che significa classe separata? Innanzitutto che, una volta entrati in uno dei
luoghi della politica, si sia acquisito il diritto di non uscirne mai più, fino
a quando provveda la natura. I ceti o le caste delle società premoderne erano
stratificazioni sociali alle quali si apparteneva dalla nascita alla morte.
Oggi, al ceto politico di regola non si appartiene per diritto di nascita,
anche se non manca, anzi si moltiplicano i casi di nepotismo, di familismo e di
trasmissione ereditaria delle cariche politiche. In politica oggi, di norma,
"si entra", o, come si dice autorevolmente, "si scende"
(una volta si sarebbe detto "si sale" o si "ascende"), ma,
una volta entrati non se ne vuole più uscire. Se proprio occorre lasciare un
posto, ce n´è sempre un altro cui aspirare e che ci attende. Oggi quello che
importa è entrare in un giro di potere. A che "giro" appartiene? ci
chiediamo, vedendo qualcuno che "gira", per l´appunto, da un posto
all´altro. Quando entri in un giro, non ne esci più, a meno che tu abbia
tradito le aspettative di chi ti ci ha messo.
Questa è la separazione: tra chi, in un giro del potere, c´è e chi non c´è. E
volete che chi non c´è non si senta mille miglia lontano da chi vi è dentro?
Che non si consideri appartenere a un altro mondo? E, all´opposto, possiamo
credere che chi è dentro non consideri chi è fuori un potenziale pericolo,
un´insidia per la propria posizione acquisita, e non faccia di tutto per
restarci aggrappato, impedendo accessi non graditi al proprio giro chiuso o,
almeno, per gestirli secondo propri criteri, in modo che gli equilibri
acquisiti non siano scossi? Ma questa è la sclerosi della politica. Quando si
sente dire che occorre promuovere il rinnovamento della classe dirigente e, per
questo, bisogna "allevare" nuove leve politiche, il linguaggio –
l´allevamento - tradisce perfettamente l´orizzonte culturale in cui si pensa
debba avvenire il cosiddetto "ricambio", quel ricambio che tutti a
parole dicono necessario ma che, secondo l´idea dell´allevamento, è
perpetuazione dello status quo che produce cloni.
Di quest´atteggiamento di separatezza e, in definitiva, di inimicizia, testimonianza
eloquente è l´atteggiamento del mondo politico nei confronti della cosiddetta
"società civile", un´espressione e un concetto che non ha mai goduto
di buona fama, soprattutto a sinistra. Questa è una lunga storia che sarebbe da
ricostruire interamente, a partire da quando, dopo la Liberazione,
effettivamente la pretesa dei partiti di rappresentare tutto ciò che di
"politico" vi era da rappresentare, era giustificata. Ma oggi? Oggi,
una società civile è difficile negare che esista. Dobbiamo capirci. Assai
spesso – per squalificarne il concetto stesso – la si intende come "i
salotti" dove s´incontrano persone disparate che presumono d´essere élite
del Paese e si auto-investono di chissà quale compito salvifico, o come lobby
più o meno segrete o gruppi d´interesse settoriale che curano i propri affari,
legalmente e talora anche illegalmente tramite corruzione o collusione. Da
tutto ciò, che ha niente a che fare con la democrazia, la politica dovrebbe
guardarsi. Da questa "società civile", piuttosto "incivile",
chi si occupa di politica dovrebbe cercare di stare lontano, il più possibile.
Ora, chi vuole difendere il circolo chiuso della politica e i suoi sistemi di
cooptazione demonizza la società civile identificandola con questi ambienti. Ma
è un´operazione che sa di diversivo, cioè di tentativo di spostare l´attenzione
su un falso obiettivo, effettivamente indifendibile.
La società civile esiste, ma è un´altra cosa: è l´insieme delle persone, delle
associazioni, dei gruppi di coloro che dedicano o sarebbero disposti, se solo
ne intravedessero l´utilità e la possibilità, se i canali di partecipazione
politica non fossero secchi o inospitali, a dedicare spontaneamente e
gratuitamente passione, competenze e risorse a ciò che chiamiamo il bene
comune. Quante sono le persone, singole e insieme ad altre, che a partire dalle
tante e diverse esperienze, in tutti gli ambiti della vita sociale, a iniziare
dai più umili e a diretto contatto con i suoi drammi e le sue tragedie,
sarebbero disposte a dare qualcosa di sé, non per un proprio utile immediato,
ma per opere di più ampio impegno che riguardano la qualità, per l´appunto
civile, della società in cui noi, i nostri figli e nipoti si trovano e
troveranno a vivere? Da quel che mi par di vedere, tantissime. Quando si parla
di politica e di sua crisi, perché l´attenzione non si rivolge a questo
potenziale serbatoio di energie? Non per colonizzarle, ma per trarne,
rispettandone la libertà, gli impulsi vitali. In fin dei conti, sono questi
"servitori civili", quelli che più di altri conoscono i problemi e le
difficoltà reali della vita nella nostra società. C´è più sapienza pratica lì
che in tanti studi accademici, libri, dossier che spesso si pagano fior di
quattrini per rimanere a giacere impilati. Perché c´è così poca attenzione e
apertura, anzi spesso disprezzo, verso questo mondo?
La risposta alla domanda formulata sopra è semplice: la scarsa attenzione, se
non l´ostilità, dipende dalla difesa di rendite di posizione politica che
sarebbero insidiate dall´apertura. Non c´è da fare tanti giri di parole: è la
sempiterna tendenza oligarchica del potere costituito. Viene in mente la frase
dell´abate Siéyès con la quale inizia il celebre libello "Che cos´è il
terzo stato", un testo che contribuì a creare autocoscienza in chi allora
– la Francia
pre-rivoluzionaria – chiedeva riforme: "Che cos´è il terzo stato? Tutto.
Che cos´è stato finora nell´ordinamento politico? Niente. Che cosa domanda?
Diventare qualcosa". Noi potremmo tradurre: "Che cos´è la società
civile? Molto. Che cosa è nell´ordine politico? Quasi nulla. Che cosa occorre
che diventi? Qualcosa".
Sotto questo punto di vista, c´è oggi in Italia una specifica situazione
d´emergenza politica e democratica, rappresentata dalla legge elettorale
vigente, con la quale rischiamo di essere chiamati alle urne, nel momento in
cui – col favore dei sondaggi- piacerà a chi di dovere. Questa legge sembra,
anzi è, fatta apposta per garantire l´impermeabilità del ceto politico, la sua
auto-referenzialità, per munire la sua separatezza. È una legge, nella sua
essenza, dello stesso tipo di quelle vigenti nelle dittature di partito. Il
fatto che non vi sia "il" partito, ma vi siano "i" partiti,
non cambia il giudizio. La sua ratio, come direbbero i giuristi, può esprimersi
così: dall´alto discende il potere e dal basso sale, o si fa salire, il
consenso. Ma questa non è democrazia. E´, se si vuole," democratura",
secondo la felice e, al tempo stesso orrenda, espressione dell´esule bosniaco
Predrag Matvejevic. Col sistema elettorale attuale, i vertici dei partiti –
tutti quanti – dispongono dell´intero potere di definire chi formerà la
rispettiva corte in Parlamento. Non è poca cosa per loro e questo spiega il
fatto che, a suo tempo, quando fu approvato, non ci sia stata una reazione
adeguata. Il potere si è capovolto e cominciamo ad accorgercene. E ci
accorgiamo di quanto ciò finisca per alimentare sentimenti, risentimenti e
atteggiamenti anti-politici, da cui tutti, meno i demagoghi, hanno molto da
perdere.
La ragione per non andare più a votare con questa legge elettorale non si
riduce alla pur rilevantissima stortura ch´essa comporta: il fatto cioè che
deputati e senatori siano nominati dall´alto, senza alcuna possibilità
d´influenza degli elettori, altro che nel distribuire il numero di "posti"
che spettano all´uno e all´altro partito, assegnati poi a questo o quello per
beneplacito altrui. La posta è assai più grande: per i partiti è il dilemma tra
l´apertura alla società o la chiusura; per i cittadini tra la politica e
l´antipolitica, tra la partecipazione e l´esclusione politica, tra la fiducia
nella democrazia e il risentimento contro la democrazia.
Quando parliamo di democrazia, però, non pensiamo solo a partiti, elezioni,
parlamenti, governi, e cose di questo genere. In una parola, non pensiamo solo
a forme e istituzioni politiche, cioè a tecniche di governo. Pensiamo anche a
una sostanza della società.
Ora, la domanda da porre è se ci può essere democrazia come forma in una
società non democratica. La risposta è sì. Ci può essere. Ma che genere di
democrazia? La democrazia come tecnica di governo, innestata su una realtà
sociale non democratica, non fa che amplificarne e moltiplicarne i caratteri
non democratici o antidemocratici, rappresentandoli, generalizzandoli e, per
così dire, rendendoli obbligatori per tutti. Per esempio, noi non diremmo certo
che una società a maggioranza razzista e xenofoba è democratica. Questa società
può senz´altro governarsi in forme democratiche, cioè la maggioranza può
imporre per legge la sua visione del mondo razzista e xenofoba. Questo ci dice
che la democrazia, intesa solo come forma di reggimento politico, non è affatto
più tranquillizzante di altre. Sotto certi aspetti, anzi, fa più paura, perché
ha dalla sua la forza del numero. Questo spiega il fatto che la democrazia può
essere, o diventare, odiosa al pari e forse più di altre forme politiche. Ciò
accade quando alla forma (democratica) del potere corrisponde una sostanza non
democratica della società.
Ma che cosa è una società non democratica? In breve: una società in cui
esistono discriminazioni e disuguaglianze, tali che una parte, per così dire,
viva bene sopra un´altra che vive male e questa differenza alimenta odio e
violenza. Usciamo dal generico: è una società dove qualcuno possa dire: "questa
è casa mia" e tu sei un intruso ch´io posso escludere e respingere a mio
piacimento; dove, se non ti "integri", cioè non ti rendi
irriconoscibile nella tua identità, non hai diritto di cittadinanza; dove la
povertà e il disagio sociale sono abbandonati a se stessi, nella solitudine;
dove il lavoro non è considerato un diritto, ma solo un fattore dell´impresa
subordinato alla sua logica e dove i disoccupati e i precari sono solo un
accidente fastidioso di un "sistema" e non un problema per tutti;
dove l´istruzione e la cultura sono riservati ai figli di coloro che possono;
dove la salute è il privilegio di chi può permettersi d´affrontare le spese che
la sua cura comporta. Noi avvertiamo queste discriminazioni in modo sempre più
acuto. La povertà, l´insicurezza e la solitudine aumentano, anche se spesso
hanno vergogna di mostrarsi, come bene sanno coloro che operano nei servizi
sociali, pubblici e privati. Il divario tra chi può curare la propria
formazione culturale e chi non può aumenta, e spesso si manifesta in questa
forma odiosa e umiliante per il nostro Paese: chi può manda i suoi figli fuori
dell´Italia. La disuguaglianza giunge a segnare i corpi, divide quelli bene
curati e quelli degradati: addirittura lo stato dei denti è diventato, anzi
ri-diventato qual era un tempo, segno di condizione sociale.
E noi vorremmo che tutto ciò non ingeneri inimicizia sociale? Sarebbe ingenuo
sperarlo. E vorremmo che chi sta dall´altra parte della società, quella che dal
basso guarda a quella che sta in alto, non nutra diffidenza, per non dire di
più, verso una democrazia che accetta questa loro condizione? Una condizione
che non giustifica certo, ma spiega il carattere violento dei rapporti anche
quotidiani tra le persone, di chi si sente più forte sul più debole e del debole
come reazione al forte, nelle infinte situazioni in cui quel divario può essere
fatto valere, nelle famiglie, nella strada, nelle scuole, nelle fabbriche, nei
rapporti tra uomo e donna, tra "normale" e "diverso",
eccetera. È all´opera l´incultura della sopraffazione che è l´esatto opposto
dell´ethos necessario alla democrazia.
Qui, nella denuncia della mentalità dilagante, nella difesa e promozione di una
cultura della convivenza e nell´azione per contrastare l´incultura della
violenza, c´è un compito che ci riguarda tutti, in quanto questa società non ci
piaccia affatto. Ci riguarda come cittadini cui la democrazia sta a cuore come
un bene cui non vogliamo rinunciare. Ma riguarda anche i cittadini che militano
in partiti politici che hanno la parola democrazia nelle proprie ragioni
fondative o addirittura nel proprio simbolo. Ecco un´altra buona ragione per
abbandonare l´idea che la politica si faccia principalmente nelle stanze dei
palazzi del potere o negli uffici delle burocrazie di partito, che il buon
politico sia quello esperto di "scenari", alchimie, tattiche e
strategie. Tutto questo è importante, ma non basta. Siccome non basta, abbiamo
il dovere di chiederci: dove siamo quando nel nostro Paese si avvelenano i
rapporti tra le persone, nelle tragedie dell´immigrazione come in quelle delle
famiglie di senza-lavoro e nei drammi del lavoro senza sicurezza; nelle
proteste per una scuola che affonda come nella tragedia di chi è colpito dalla
forza scatenata della natura: nei nostri uffici o tra chi ha bisogno di
solidarietà? Ecco perché è necessario stringere i rapporti tra partiti e
società, abbandonare l´idea e le pratiche che fanno pensare che gli uni possano
fare a meno dell´altra, e viceversa.
Repubblica 13.9.10

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