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Un governo di transizione per rigenerare la politica

Alla vigilia della ripartenza di "Annozero", intervista a Santoro su Rai, Tv e non solo

 

 

C’è una malattia conformistica che sta intossicando la Rai. C’è un conflitto di interessi che ha trasformato la tv italiana in una marmellata indistinta. C’è una politica che si occupa solo di spartirsi il potere. E c’è il rischio – dice Michele Santoro, giornalista e conduttore ai nastri di partenza con il suo Annozero – che il servizio pubblico diventi, sotto i nostri occhi, “televisione di Stato”. 

 

Annozero parte domani. Come vanno i preparativi?
Diciamo che, nonostante la nostra capacità di recupero, stiamo ancora scontando i tanti freni che ci sono stati “imposti”: dai ritardi delle troupe e della redazione, agli spot andati in onda solo lunedì, per arrivare alle situazioni contrattuali (ad oggi, ancora non definite) di Vauro e di Travaglio.

 

Intanto Masi ha emesso una nuova direttiva, e qualcuno l’ha ribattezzata “circolare-bavaglio”. Lei è d’accordo?
Sono sconcertato. Perché ci troviamo davanti a una innovazione molto pesante – e non so quanto concordata con il consiglio di amministrazione – della prassi comunemente adottata dalla nostra azienda. Perché il potere di controllo è per legge dei direttori di rete, e si esercita nel rispetto dell’autonomia degli autori. Tanto più quando gli autori sono giornalisti, che per contratto sono autonomi. Devono rispettare le regole che ci sono, ovviamente. Regole che sono state approvate dagli organismi deputati, tra cui non figura la direzione generale della Rai.

 

Ma c’è un problema “culturale” dietro le richieste della direzione generale? C’è un’idea sbagliata di cosa debba essere il giornalismo?
Io direi che c’è una mancanza di rispetto nei confronti delle autonomie. In particolare, ci sono pezzi di produzione televisiva che – con una prassi molto innovativa rispetto al passato – subiscono un controllo “dettagliato” e “assiduo” (noi di Annozero e Raitre, tanto per capirci). Insomma, ci sono prodotti che nascono già con il marchio doc e ci sono prodotti che se lo devono conquistare. Ma è chiaro che i prodotti che già nascono doc, sono per natura conformati al gusto di chi quel timbro lo pone, o meglio pretende di porlo.

 

Ma in cosa la situazione della Rai è peggiorata rispetto al passato?
Prima avevamo una tv pubblica in cui lo “scandalo” trovava ospitalità. Ora si rinuncia a provocare qualunque tipo di reazione. È una forma di malattia conformistica, che impoverisce la televisione pubblica, invece di renderla più forte e competitiva. Così i motivi di “scandalo” deflagranti riguardano cose che una volta venivano considerate abbastanza normali. E una vignetta diventa una bomba atomica..

 

Eppure l’hanno sempre attaccata, con l’accusa di essere fazioso…
Bisogna intendersi: ci sono due modi di “attaccare”. C’è quello polemico, e io non ho mai inteso limitare le polemiche nei miei confronti. E c’è l’attacco che pretende l’annientamento della voce critica, che è cosa ben diversa. Ma adesso c’è una terza posizione, ipocrita: non polemizzare né chiudere, ma creare talmente tanti ostacoli da rendere il nostro lavoro difficilissimo.

 

Capita spesso che chi difende Feltri tiri in ballo, come contraltare, Annozero. Come vive questo paragone?
Feltri può dire quello che vuole (nei limiti della legge, s’intende). Il problema delle campagne del Giornale sono i tempi. Che sono straordinariamente coincidenti con  i momenti in cui gli obiettivi (Fini, Santoro, Boffo) vivono un attrito con Silvio Berlusconi. E allora il punto non è la libertà di Feltri, ma il conflitto di interessi.. Inutile fare le mammolette: se il padrone chiede, è difficile che i giornali resistano.

 

L’eterno ritorno del conflitto di interessi?
Certo, è un tema che non dovrebbe essere “di parte” e che condiziona enormemente la nostra democrazia. Perché un giornalismo libero è la precondizione per avere una buona democrazia. O almeno, per invertire la rotta. Ma la nostra tv è stata ridotta a una marmellata: da quando potere politico, economico e mediatico si sono concentrati nelle stesse mani, si è verificato un impoverimento generale, e la differenza Rai-Mediaset è stata completamente annullata.

 

C’è chi la racconta diversamente. Prima c’era il monopolio della sinistra…
Io ho sempre detto che si doveva dare la possibilità alla “cultura di destra” di esprimersi. Ma è successo? Non credo. Non ho visto emergere autori di destra, al massimo è stata autorizzata qualche società “di destra”a entrare nel mercato televisivo. Ma non è la stessa cosa.

 

Insomma, quale futuro per il servizio pubblico?
Dal mio punto di vista, si dovrebbe obbligare la Rai a rispondere a esigenze a cui il mercato non risponde spontaneamente. Non a regolamentare l’attività dei conduttori e degli autori! Ma il problema è che c’è una insensibilità trasversale al tema della “libertà”. Faccio un esempio. Contro la nomina dell’ex onorevole ed ex sottosegretario Martusciello a commissario dell’authority, si è levata solo una voce: quella di Mockridge, amministratore di delegato di Sky. E penso che invece, su questo terreno, Fini dovrebbe fare la parte del leone. E va recuperata la diversità e la libertà valoriale, in nome del “non-appiattimento”. Altrimenti si arriva non al servizio pubblico, ma alla tv di Stato. Contro cui ci siamo battuti in tanti, e da diverse provenienze politiche.

 

La sinistra è in difficoltà perché non ha spazi mediatici?
No, si esagera quando si pensa che la tv di per sé sia il soggetto politico della trasformazione del paese. La difficoltà della sinistra non dipende dalla tv, ma dalla cultura “non alternativa” a quella di Berlusconi: il loro sogno è quello di controllare la tv al posto suo… Il Pd non è un partito, ma un’aggregazione di famiglie politiche diverse. E i partiti sono insediamenti che nascono da percorsi molto complessi, non si possono improvvisare né salendo sopra un predellino né con una sommatoria a freddo.

 

Parliamo di questa estate politica. Cosa sta succedendo al “sistema”?
La domanda è: ma quando Berlusconi non ci sarà più, che forme assumerà la democrazia italiana? Dovremo dire che questa è stata l’ultima forma (malata) di democrazia? Che confronto ci sarà? Quali profili politici? Se non emergeranno forze con visioni solide, rischiamo la libanizzazione della politica, con il dominio dei gruppi di potere. Serve una democrazia dei partiti, ma di partiti che svolgano il loro ruolo, non che pretendano, per esempio, di condizionare l’informazione. E allora non credo sia sbagliato pensare a una aggregazione o a un governo di transizione appoggiato da partiti diversi (che esca anche dalle urne). Con i partiti che fanno un passo indietro per rigenerarsi, e le istituzioni che si riformano e si liberano del conflitto di interessi. E poi, la destra torna a fare la destra e la sinistra la sinistra. Pronti a uscire dall’annozero…

http://www.ffwebmagazine.it 22 settembre 2010

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