Santa Teresa d’Avila: non è tenera la notte
Una studiosa rilegge «la vita sessuale» dei mistici: un lato rimosso del cristianesimo
Nata nel 1515 e morta 67 anni dopo, Santa Teresa d’Avila è patronessa di
variegate professioni umane, dagli scrittori ai cordai, ma anche di persone
sofferenti in cerca di grazia e persone ridicolizzate per la loro pietà. Perché
lei, tra le sante più affascinanti nel rapporto con il misticismo, e la
trascendenza e il miracolo, ribadiva spesso il martirologio della semplice
pietà, umiltà, accettazione del dolore.
Dottore della Chiesa, abbracciò la vita del Carmelo, dopo un’infanzia di grandi
letture, e una tragica malattia, culminata in guarigione quasi inspiegabile, fu
visitata da quei fenomeni mistici cui lei per prima cercò di negarsi, prima di
arrendersi all’evidenza dell’amore divino. Dotata i quell’ironia tipica dei
santi, attraversò la Spagna
per fondare monasteri, e fu prolifica, raffinata e scaltra scrittrice,
influenzata dalle meditazioni mistiche di san Pietro d'Alcantara e dagli
Esercizi di Ignazio di Loyola.
Tra le sue opere più conosciute, l’autobiografia scritta nel 1567, il Cammino
della Perfezione , il viaggio all’interno dell’anima fatto con Il castello
interiore . Queste, insieme agli scritti minori e meno conosciuti vengono ora
raccolte in volume da Bompiani (con testo spagnolo a fronte, pp. 300, € 20).
L’introduzione è di Massimo Bettetini, psicoterapeuta, psicologo della fiaba,
poeta.
Tracce di Santa Teresa vi sono anche nel saggio di tutt’altra natura, che esce
dal Melangolo, La vita erotica dei santi di
Virginia Burrus, professoressa di storia della chiesa antica in un’università
americana. Nonostante il titolo, quasi un provocatorio ossimoro, il testo è una
serissima esplorazione dell’ascetismo visto non come cancellazione della
sessualità bensì una forma diversa e intensa di vita erotica.
Passando al setaccio le biografie dei santi, l'autrice offre una rivoluzionaria
interpretazione del contributo offerto dalla vita dei santi alla storia della
sessualità.
Frequentavo, abitando a Roma, il Carmelo di piazza Sant’Ignazio per consultare
nella biblioteca, gli Etudes Carmelitaines ; ricordo, all’entrata, le
gigantografie dei loro numina - Teresa d’Avila e Juan de la Cruz. Ho amato ben più
gli scritti di Teresa, nella sua lingua inaudita di scrittrice maniaca della
parola scritta, all’albeggiare della stampa - di quelli del poeta, che
attaccava ai suoi mirabili versi dei commenti interminabili oggi crudelmente
illeggibili. Il castigliano teresiano è una delle meraviglie stabili di questo
massacrato martire mondo umano. L’ho amata e, come succede nei veri amori, l’ho
impalpabilmente dimenticata.
Leggerla in italiano dubito possa avere lo stesso effetto. Lo scrivere, in lei,
è lo stesso che amare; e l’oggetto della sua passione smisurata è la natura
umana di Gesù Cristo. In questo incessante spasimo passionale di donna amante
il suo corpo di Descalza implacabile innanzitutto con se stessa è impegnato
fino al limite del ritegno femminile cristiano. Durissima nelle sue regole
penitenziali Teresa sorvolava sul lapsus carnis delle sue monache, cioè sulle
loro povere masturbazioni, importandole essenzialmente di orientarne i desideri
sulla umanità di Cristo, che si raffigurava come un monarca assoluto,
addirittura al di sopra del Re di Spagna. Ne parla infatti abitualmente come di
Su Magestad .
«Le notti sono brevi, nei Carmeli», dice la Madre nei Dialogues des Carmelites di Bernanos.
Così Teresa contrastava i demoni notturni, le apparizioni di Cristo che i
domenicani dell’Inquisizione pretendevano insinuarle di un Satana trasformista:
non dormendo, svegliandosi ogni momento come un uomo malato di vescica,
imponendo alle figlie del Carmelo scalzo di levarsi quasi ogni ora per pregare,
meditare, purgare di ogni intrusione del sottosuolo l’insidiosa, perfida,
fragilissima pace notturna.
Carmelo è sinonimo di notte , e di notte che veglia, come nel ventunesimo del
Protoisaìa la sentinella posta a dare responsi agli ansiosi su che cosa avviene
di notte. Dove nulla accade può accadere di tutto, e noi, che non sappiamo come
occupare le ore d’insonnia, teniamo i sonniferi a portata di brancicamento sul
tavolino, che si sia atei o teosofi o cristiani, paurosi dell’ignoto e della
mors aeterna . In una mia poesia di pochi versi, che nel tempo è diventata
indecifrabile anche per il suo autore, il titolo Meditazione carmelitana ,
vuole semplicemente intendere meditazione notturna , e teresiana perché
notturna, teresiana perché ogni notte risveglia Carmeli meditanti, la penna e
il calamaio mai asciutti dell’inesorabile monaca che alla Encarnación di Avila
e dovunque si trovasse riempiva della sua scrittura visionaria carte su carte.
Scritta per obbligo dei confessori, la sua autobiografia, Vida, è un ordito
fitto di estasi e premonizioni. Come di Vittorio Alfieri non si legge,
volendone leggere qualcosa, che la
Vita scritta da lui stesso, così della meravigliosa scrittura
teresiana non sembra sfuggito all’oblio altro che la Vida , impervia anche questa
perché troppo naturale, e ignorata probabilmente oggi da chi non sia ispanista.
Tuttavia, fuori del suo castigliano sorgivo e unico, anche dell’autobiografia
non si recupera che la superficie.
Santa e Dottora per la Chiesa
cattolica, è per me memoria di mistero umano fiorito fuori stagione. Mistero
femminile di chi, toccando i soffitti durante i suoi repentini arrobamientos di
lievitazione, ha guardato oltre il muro - oltre tutte le fiammeggianti mura di
questo mondo.
"Maniaca della parola scritta all’albeggiare della stampa Una vita di
estasi e premonizioni Il suo castigliano è una delle meraviglie stabili di
questo massacrato martire mondo umano"
La Stampa TuttoLibri 12.11.11

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