Salvarsi dalla catastrofe è improbabile, perciò ci spero
«Oggi invece c’è una causa altrettanto grande per cui battersi e che non ha ombre: salvare l’umanità».
Il primo problema da risolvere per intervistare Edgar Morin è trovarlo. Alle
soglie dei 90 anni (li compie l’8 giugno), dopo aver scritto i sei volumi della
Méthode , molti altri libri e un’infinità di articoli, il celebre sociologo e
filosofo francese (ma di famiglia italiana e d’ascendenza ebraico-spagnola, il
vero nome è Nahoum), non ha nessuna intenzione di andare in pensione. Torna dal
Marocco e subito riparte per il Brasile. Bisogna prenderlo al volo mentre,
nella sua casa parigina, si prepara a ripartire per Torino dove da domani sarà
festeggiato come merita. Continua a pensare e a scrivere come ha sempre fatto:
interdisciplinare e indisciplinato. Il suo ultimo libro, La Voie («La Via», la maiuscola è più che
voluta), sottotitolo «Per l’avvenire dell’umanità», ha incendiato il dibattito
intellettuale francese. È un catalogo dei molti mali del mondo (sociali,
politici, economici, ambientali, educativi e così via) e delle possibili
riforme, prima che la catastrofe sia definitiva.
La constatazione è pessimista, il programma ottimista.
«Non ragiono per certezze, ma per probabilità. È probabile che il mondo corra
verso una catastrofe. Ma la storia è piena di avvenimenti improbabili che si
verificano con effetti benefici. Pensi ad Atene: nessuno avrebbe potuto pensare
che una piccola città potesse sopravvivere a due attacchi dell’enorme impero
persiano e regalare al mondo la democrazia».
Applichiamo la lezione all’attualità
politica. Cosa pensa delle rivoluzioni arabe?
«Dimostrano che il mondo arabo non è necessariamente condannato o alla
dittatura militare o a quella teocratica. Le aspirazioni profonde dei popoli
sono sempre quelle: dignità, libertà, democrazia. Gli arabi domandano oggi, con
più fortuna, quello che chiedevano i cinesi a Tienanmen. Certi principi hanno
effetti di lunghissima durata. Quelli del 1789, nel breve termine, hanno
provocato la guerra, il Terrore, l’Impero e la Restaurazione. Ma,
nel lungo, hanno fecondato il mondo e abbattuto il comunismo: il 1789 ha sconfitto il 1917».
Lei sta riformando l’insegnamento
superiore in Brasile...
«Lì c’è una vitalità straordinaria. Mentre in Europa la sinistra è
sclerotizzata, le “sinistre” dell’America Latina dimostrano la capacità di
progettare il cambiamento e anche di attuarlo. Parlo al plurale perché Lula,
Kirchner, Bachelet, Correa non sono la stessa cosa, mentre Chávez è solo un
dittatore delirante».
I suoi giudizi su Obama sono piuttosto
contrastanti.
«Ho avuto e ho molta simpatia per lui. Intanto perché credo che sia lucido e
abbia davvero una visione planetaria, pur restando profondamente americano. È
lo stato di crisi profonda del mondo a impedirgli di realizzare i suoi
progetti. In alcuni casi è stato troppo prudente, per esempio sull’economia; in
altri ha fatto errori di strategia. Laddove ha potuto intervenire per
promuovere i diritti umani, come in Tunisia ed Egitto, lo ha fatto; altrove non
può, come in Arabia Saudita. Ma di una cosa sono certo: se non sarà rieletto
lui, il prossimo presidente sarà perfino peggio di Bush».
Lei ha dichiarato di aver conservato le
aspirazioni della giovinezza ma perdendone le illusioni. E rimpianti ne ha?
«Forse solo di essere diventato comunista, prima di Stalingrado. Sapevo tutto
delle purghe, della dittatura, di Stalin e così via, ma lo giustificavo con il
fatto che l’Urss era in guerra e accerchiata. Ho capito in ritardo di essermi
sbagliato. Anche se aver vissuto nel Partito comunista è stata un’esperienza
umana straordinaria. Faceva davvero pensare a una Chiesa. Ho scoperto lì un
aspetto della natura umana, il fanatismo settario».
Si consoli: lei ha capito dopo la guerra,
i suoi compagni italiani nel ’56 quando è andata bene, oppure nel ’68 o mai...
«Dipende dalla differente natura dei due partiti. Quello francese era più
rigido, più duro. Quando non ci credevi più, la tua fede crollava di colpo,
senza mezze misure. Quello italiano era più dolce, più sfumato. Ricordo una
conversazione con il mio amico Bruno Trentin, di certo un comunista dal volto
umano. Era appena uscito Arcipelago Gulag e lui diceva che in fondo Stalin e
Solzenicyn erano due facce della stessa medaglia. Non capiva che bisognava
scegliere».
Perché il pamphlet del suo amico e
coetaneo Stéphane Hessel, Indignezvous! , «Indignatevi!», ha tanto successo?
«Perché è stato l’elettrochoc su un’opinione pubblica letargica, assuefatta a
continui casi di corruzione e alla deriva xenofoba e razzista. Hessel ha il
merito di dire a tutti di non rassegnarsi. Aggiungo che, a 93 anni, Hessel
appare una persona esemplare: ha fatto la Resistenza e si è sempre battuto per i diritti
dell’uomo. Se ci fosse un Nobel della dignità, bisognerebbe darglielo».
Ma lei o Hessel parlate a una società
dove la voglia di impegnarsi latita.
«Noi abbiamo fatto la
Resistenza e, nonostante gli amici morti, abbiamo avuto
fortuna: dal ’45 a oggi nessuna generazione ha conosciuto questa esperienza,
questo dono di sé. Me lo dicono molti giovani: eravate fortunati, avevate la
cosa più bella, una causa magnifica per cui battersi. La nostra causa, sì, era
giusta, ma aveva delle ombre. Ha ragione Grossman: Stalingrado è la più grande
vittoria del Novecento, ma anche la più grande sconfitta, perché ha eliminato
il nazismo però ha regalato altri vent’anni allo stalinismo».
E oggi?
«Oggi invece c’è una causa altrettanto grande per cui battersi e che non ha ombre:
salvare l’umanità. È un impegno cui sono chiamati tutti. Non c’è più una classe
sociale che deve redimere il mondo, il proletariato industriale o i poveri del
Terzo mondo o gli intellettuali. No: oggi la battaglia devono combatterla
tutti. Lo dico, da laico, agli uomini e alle donne di buona volontà».
Intervista di Alberto Mattioli
La Stampa 27.3.11

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