Rousseau, quel passaggio dall’alchimia alla ragione
Esce l’edizione integrale delle «Institutions chimiques»
Ci sono pervenuti dei manoscritti di Jean-Jacques Rousseau riguardanti la
chimica. Sino ad oggi non sono stati valutati in maniera corretta, tanto che
per taluni critici restano mero esercizio di compilazione; altri, invece, ne
hanno esagerato il valore, trasformandoli nel fondamento paradigmatico di tutta
l’opera politica ulteriore. Le Institutions chimiques, insomma, registrano
«l’embarras ordinaire» dei posteri di fronte alla questione fondamentale dei
rapporti intrattenuti dal pensatore con le scienze del tempo. Dopo l’edizione
del 1999 nel «Corpus» delle opere filosofiche in lingua francese, allora pubblicato
da Fayard, a cura di Bruno Bernardi e Bernadette Bensaude Vincent, vede ora la
prima sistemazione critica grazie a Christophe Van Staen (Honoré Champion,
Parigi, pp. 416, e 75). Il testo, completamente riveduto e arricchito dalle
appendici e da un lessico, restituito ai lettori nella sua completezza (per
esempio, l’articolo «arsenico» , è dato integralmente per la prima volta)
riserva non poche sorprese e mostra i passi compiuti dal celebre Jean-Jacques
nell’indagare i principi della coesione dei corpi o quelli della loro
trasparenza, i meccanismi della natura o «opérations» quali distillazione,
fusione, cristallizzazione. Ma soprattutto tali pagine trovano finalmente un
posto nel lascito di Rousseau: Van Staen ricorda che in esse si leggono preziose
indicazioni sull’evoluzione sotterranea della sua opera e sulla coscienza che
egli sviluppa progressivamente dinanzi ai pericoli in grado di contagiare le
anime credule, nutrite da una concezione fantastica delle scienze e dei loro
vantaggi. Non si tratta di un testo importante per la chimica del XVIII secolo,
ma di un documento che mostra come tale disciplina riesca ad aiutare una grande
mente a emanciparsi dall’ «imaginaire» che l’aveva plasmata. Il giovane
Rousseau, detto in soldoni, non si forma sui libri di Descartes, Keplero o
Newton (quest’ultimo, comunque, era interessato all’alchimia), ma su nozioni
letterarie, oniriche, ingenue, non sempre rivelate nel primo libro delle
Confessioni. Van Staen parla dell’attrazione che esercitavano su di lui gli orologi
d’Oriente, i misteri della lingua dei segni, le macchine fantastiche degli
antichi. C’è insomma una storia esemplare di conversione allo spirito
scientifico in questo libro che si basa sui tre tomi manoscritti conservati a
Ginevra (siglati Bge, Ms. fr. 238) e che non fu incluso nei cinque volumi delle
Oeuvres complètes di Rousseau della «Bibliothèque de la Pléiade» , dove comunque
si trovano le pagine sulla botanica. Si potrebbe, utilizzando un azzardo,
affermare che le Institutions come pochi altri testi riflettono il passaggio
definitivo dall’alchimia alla chimica nel XVIII secolo. Non è un mistero: il
tempo dei Lumi è ancora percorso da idee esoteriche e Antoine-Laurent de
Lavoisier (1743– 1794), che diede la prima versione della legge di conservazione
della massa, riconobbe e battezzò l'ossigeno (1778), confutò la teoria del
flogisto, conviveva con concezioni a lui diametralmente opposte. Basterà
ricordare la monumentale Bibliotheca chemica curiosa, due volumi in-folio
usciti a Ginevra nel 1702 e curati da Jean-Jacques Manget: conteneva i testi
essenziali per gli iniziati, da Arnaldo di Villanova a Ruggero Bacone, da
Avicenna a Raimondo Lullo. Di più: nel 1761, come ricorda Eric J. Holmyard
nella Storia dell’alchimia (ora nelle edizioni Odoya), qualcuno credeva che il
creatore della pietra filosofale, Nicolas Flamel, morto nel 1418, svolgesse
ancora la sua attività a Parigi; anzi, con la moglie era vivo e vegeto. Del
resto, i due nel secolo precedente furono segnalati in India: alla faccia delle
pillole d’immortalità cinesi che si vendevano bene nella capitale francese, ma
non sottraevano ancora i clienti ai becchini.
Corriere della Sera 12.4.11

Precedente: Libertà della volpe e libertà delle galline








