Ritorno all’uguaglianza
Un saggio di Richard Wilkinson e Kate Pickett evidenzia la stretta correlazione fra alte disuguaglianze sociali e bassi indici di “sviluppo umano” nei Paesi ad economia avanzata. Uno strumento utile per capire le nostre società e per ripensare una sinistra ancora smarrita dopo la fine ingloriosa dell’epopea blairiana.
“La ragione fondamentale per cui in alcune epoche della mia vita ho avuto
qualche interesse per la politica o, con altre parole, ho sentito, se non il
dovere, parola troppo ambiziosa, l'esigenza di occuparmi di politica e qualche
volta, se pure più raramente, di svolgere attività politica, è sempre stato il
disagio di fronte allo spettacolo delle enormi disuguaglianze, tanto
sproporzionate quanto ingiustificate, tra ricchi e poveri, tra chi sta alto e
chi sta in basso nella scala sociale, tra chi possiede potere, vale a dire
capacità di determinare il comportamento altrui, sia nella sfera economica sia
in quella politica e ideologica, e chi non ne ha”.
Così scriveva Norberto Bobbio in un suo fortunato pamphlet pubblicato negli
ultimi anni della propria vita (Destra e Sinistra. Ragioni e significati di
una distinzione politica. Alla figura di Bobbio è dedicato il nuovo numero
di MicroMega in edicola da venerdì 5 febbraio, contenente fra le altre
cose un interessante saggio di Maurizio Franzini che interviene su alcuni degli
argomenti trattati anche nel presente articolo).
Eppure il tema della lotta alla disuguaglianza sembra essere stato quasi
rimosso dall’agenda programmatica e finanche dalla retorica propagandistica
delle formazioni progressiste europee (quantomeno quelle afferenti all’area del
Pse). Fra le enormi responsabilità storiche e politiche che dobbiamo attribuire
all’epopea del New Labour non vi è solo la scellerata guerra in Iraq a fianco
di George W. Bush (rivendicata con ostinata arroganza da Tony Blair nei giorni
scorsi di fronte alla commissione d’inchiesta del suo Paese), ma anche la
cesura storica compiuta con le ragioni fondanti della sinistra europea: la
lotta alla disuguaglianza. Sulla scia del motto denghista “arricchirsi è
glorioso”, Blair ha accreditato presso la sinistra del continente gran parte
dei luoghi comuni ereditati dal periodo thatcheriano, primo fra tutti quello
sulla incompatibilità di una società dinamica, efficiente, competitiva e
“felice” con le antiche ricette “egualitariste” del laburismo inglese.
Ci è voluta la peggiore crisi globale dal dopoguerra – e il tracollo elettorale
delle forze socialiste in quasi tutta Europa – per cominciare a rimettere in
discussione alcuni degli assunti sui quali quella sfortunata epopea si è
costruita.
Un aiuto prezioso in questo senso ci viene proprio da un libro di due
ricercatori britannici, Richard Wilkinson e Kate Pickett: La misura
dell’anima. Perché le disuguaglianza rendono più infelici (pubblicato
recentemente in Italia da Feltrinelli, pp. 299, euro 18).
La tesi di fondo è che elevate disuguaglianze (elevati differenziali di reddito
fra le varie fasce della popolazione) sono alla base della maggiore incidenza
di una grande quantità di problemi sanitari e sociali nei paesi ad economia
avanzata. Il libro raccoglie un’enorme massa di dati frutto di ricerche
internazionali relative a otto parametri principali (scomposti nei singoli
capitoli in molteplici sottoparametri): grado di fiducia sociale; disagio
mentale (inclusa la dipendenza dall’alcol e dalle droghe); speranza di vita e
mortalità infantile; obesità; rendimento scolastico dei bambini; gravidanze in
adolescenza: omicidi; tassi di incarcerazione; mobilità sociale.
Fra i paesi ricchi, all’aumentare della sperequazione dei redditi aumenta anche
l’indice di diffusione di un dato problema e diminuisce la presenza di fattori
positivi quali la “fiducia sociale”. Gli “estremi” dell’arco della
disuguaglianza sono costituiti da Svezia e Giappone da una parte e Usa, Gran
Bretagna e Portogallo dall’altra: l’eterogeneità dei Paesi accomunati da
medesimi livelli di disuguaglianza ci mostra come essa non sia strettamente
legata a fattori di matrice culturale né necessariamente dipendente da un unico
modello economico-politico: un assetto egualitario può essere perseguito sia
con politiche fiscali redistributive e generosi sistemi di welfare (Svezia) sia
con una maggiore uniformità dei redditi di mercato, al lordo di imposte e
sussidi (Giappone).
Naturalmente, da un punto di vista metodologico, fotografare la correlazione fra
alta disuguaglianza e alti livelli di disagio sociale non significa dimostrare
automaticamente la sussistenza di un rapporto causa-effetto (tanto più
nell’impossibilità di manipolare per via sperimentale le disparità economiche
nei paesi che costituiscono il campione al fine di esaminare su base
comparativa gli effetti di tali variazioni). Eppure gli argomenti con cui i due
ricercatori cercano di provare questo legame di causalità sono spesso assai
persuasivi, sia per i singoli parametri esaminati (che, come detto, sono
trattati con il supporto di un'impressionante quantità di rilevamenti
empirici), sia per l’impostazione più generale del rapporto fra disuguaglianza
e “sviluppo umano”. Per questo ultimo aspetto il “meccanismo di trasmissione” è
individuato dalla “qualità delle relazioni sociali”, giudicata tenendo conto
della coesione sociale, della fiducia e del coinvolgimento nella vita della
comunità.
Il fatto che i due autori siano degli epidemiologi rende di particolare
interesse la parte del libro relativa a “salute fisica e speranza di vita”. Da
una parte si dimostra che la spesa pro-capite degli Stati per l’assistenza
sanitaria e la disponibilità di apparecchiature all'avanguardia non sono
necessariamente correlate al grado di salute della popolazione (macroscopico il
caso degli Usa, con una spesa sanitaria enorme e livelli di performance del
sistema imbarazzanti); dall’altro si sottolinea l’importanza crescente che nei
paesi ricchi assumono i “fattori psicosociali” – molto più legati a dinamiche relazionali
che al tenore di vita materiale in senso stretto – per il benessere fisico
degli individui.
Due sono infine i passaggi che contribuiscono a sfatare alcuni dei miti sui
quali più ha insistito una certa sinistra “liberal” smaniosa di spostare il baricentro
dell’iniziativa politica dall’“eguaglianza sostanziale” (roba da mettere in
soffitta come un ferro vecchio, si diceva...) alla più moderna “eguaglianza
delle opportunità”, dall’attenzione per i ceti più svantaggiati ad una visione
interclassista preoccupata di non spaventare troppo i piani alti pena il venir
meno delle ambizioni maggioritarie.
In primo luogo le analisi di Wilkinson e Pickett dimostrano come le società più
egualitarie sono anche quelle con una maggiore mobilità sociale. Là dove esistono
grandi disparità nei punti di arrivo, la struttura sociale si cristallizza, la
segregazione geografica dei poveri si accentua, le classi diventano ‘caste’ a
tenuta stagna e “i poveri devono far fronte non soltanto alla propria
indigenza, ma anche alla miseria dei propri vicini”.
In secondo luogo questi studi mettono in evidenza come la disuguaglianza “non
esplica i suoi effetti deleteri unicamente sulle persone meno abbienti, bensì
sulla stragrande maggioranza della popolazione”. L’influenza positiva che le
politiche egualitarie hanno sui parametri presi in esame in questa ricerca sono
solo in minima parte riconducibili al miglioramento delle condizioni di chi
“sta in basso”; non capire ciò, sostengono gli autori, “tradisce una mancata
comprensione di importanti processi che condizionano le nostre vite e le
società di cui facciamo parte”.
Ecco un esempio tratto dal libro che aiuta a chiarire il concetto: “Se negli
Stati Uniti la speranza di vita media è di 4,5 anni più bassa rispetto al
Giappone non è perché il 10 per cento più povero degli americani ha una
speranza di vita 10 volte più bassa (cioè di 45 anni), mentre il resto della
popolazione vive mediamente altrettanto a lungo dei giapponesi. Come spesso
afferma l’epidemiologo Michael Marmot, anche risolvendo tutti i problemi di
salute dei poveri la maggior parte delle difficoltà associate alle
disuguaglianze di salute resterebbero inalterate. In altre parole, anche
considerando i soli americani bianchi, i loro tassi di mortalità sono più alti di
quelli prevalenti nella maggior parte degli altri paesi sviluppati”.
“Liberté, Égalité, Fraternité”, recita il motto della rivoluzione francese.
Negli ultimi trent’anni, con la controrivoluzione neoliberista inaugurata dai
governi di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, sembrava che l’Eguaglianza e la Fraternità fossero
passate di moda. Col risultato che nemmeno la Libertà se l’è passata
tanto bene.
Oggi, invece, sono i vari Tony Blair a finire in soffitta. Speriamo che ci
rimangano il più a lungo possibile.
www.micromega.net (1 febbario 2010)

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