Ripresa, la Nazione in apnea
Non sono i governi a fare il prodotto interno lordo, ma sono essi che potrebbero creare un ambiente favorevole alla crescita.
Secondo la stima provvisoria dell’Istat il prodotto interno
italiano nel 2OlO è cresciuto dell’ 1%: nei due anni precedenti era calato di
oltre il 6%.
Per l’area dell’euro si stima una crescita dell’1,7. Il ministro dell’Economia
riconosce che esiste un problema di crescita per il nostro Paese. Ma egli
ritiene, o altri ritengono, che quel problema sia alleviato da tre
considerazioni: l’Italia non ha mai assunto la droga del credito facile, che
accelera la corsa ma provoca collassi; la crescita dell’economia è frenata
dalla stagnazione del Mezzogiorno, mentre il Centro-Nord tiene il passo;
comunque in Italia la ricchezza privata è assai elevata e i debiti sono bassi. E così?
In ogni anno dei quindici trascorsi dal 1996 la crescita italiana è stata inferiore (o il declino maggiore) che nell’area dell’euro; dal 1997 vale lo stesso risultato in un confronto con la Francia. Nel 1995, e ancora nel 2000, il prodotto per testa in Italia era superiore a quello medio dell’area dell’euro; nel 2005 e negli anni successivi scende a quasi 5 punti sotto la media. Una caduta ancora più pronunciata si verifica nei redditi delle famiglie. E difficile collegare queste differenze di performance al credito: negli ultimi anni le patologie si manifestano in Irlanda e in Spagna; ma, rispetto al prodotto, il credito aumenta in Italia quanto in Francia e ben più che in Germania.
Certo, il Mezzogiorno cresce meno del Centro-Nord. Ma il Centro-Nord, a sua volta,
cresce meno dell’Europa: del 2,4 per cento fra i12009 e il 2010, contro il 9,8
dell’area dell’euro, l’11 della Francia, il 5,3 della Germania. La sindrome di
bassa crescita è dunque diffusa nel paese.
Certificano gli studiosi di Banca d’Italia che la ricchezza finanziaria delle
famiglie italiane, lorda e netta dei debiti, è la più elevata nell’area
dell’euro: i valori netti sono in linea con quelli dell’Inghilterra e degli
Stati Uniti (paesi di origine della crisi finanziaria). Se alla ricchezza
finanziaria si somma quella reale (abitazioni), il primato passa alla Spagna,
che il boom edilizio ha mandato quasi a gambe all’aria. Non è chiaro come e
perché questi dati, che riflettono la passata accumulazione di risparmio delle
famiglie italiane (con una propensione notevolmente ridottasi in anni recenti),
possano influire sulla capacità di crescita dell’economia, anche considerando
la quota elevata dei titoli di Stato e delle obbligazioni bancarie sulla
ricchezza totale.
Dunque una questione di bassa crescita del nostro paese esiste: dura da almeno
quindici anni e, allo stato delle cose, persisterà in futuro. Le radici di essa
non sono ovvie. Una causa immediata si rinviene nell’andamento della
produttività, che stagna per gli occupati e declina per il complesso dei
fattori di produzione. Ma questo fenomeno, del tutto anomalo in Europa,
richiede a sua volta spiegazioni. Forse l’esasperato dualismo del mercato del
lavoro, con eccesso di rigidità in un segmento protetto ed eccesso di
flessibilità in un altro segmento, che rende meno conveniente investire per
aumentare la produttività; certamente l’infimo livello delle spese per ricerca,
soprattutto private.
Un altro passo indietro ci rinvia alla struttura dimensionale del settore produttivo. E ormai ragionevolmente accertato che la spesa per ricerca e gli investimenti in innovazione aumentano con la dimensione dell’impresa: la dimensione media delle nostre imprese è inferiore a quella di ogni altro paese avanzato (con l’eccezione della Grecia). Ma perché le nostre imprese sono piccole, e soprattutto perché crescono poco (pur con rilevanti eccezioni)? Occorre risalire a quei dati ambientali accuratamente (anche se non sempre affidabilmente) cifrati dagli indici di competitività globale: che includono la qualità delle infrastrutture, delle istituzioni, dell’istruzione, dell’efficienza e della concorrenza dei mercati; che situano l’Italia assai in basso nelle classifiche internazionali; che spiegano anche la carenza di investimenti esteri.
Non sono i governi a fare il prodotto interno lordo, dice sovente il ministro dell’Economia. Ha ragione. Ma sono i Governi che, occupandosi dello Stato, delle istituzioni, delle infrastrutture, dell’amministrazione potrebbero creare un ambiente favorevole alla crescita. In tre anni non si è visto segno di avvio della necessaria bonifica ambientale: non è certo tale il divertissement sull’articolo 41 della Costituzione. Nella fase di sopravvivenza in apnea che ci attende sino alla fine, vicina o lontana, della legislatura non si può certo aspettare di più e di meglio.
http://www.repubblica.it 18 febbraio 2011
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