Rinnovare i partiti liberare le istituzioni
La Grecia non se ne andrà dall’euro a meno che non sia la Germania a sbatterla fuori.
Questa mattina si sta votando in Grecia e tra poche ore
conosceremo il risultato, ma hanno sbagliato quanti (ed io con loro) hanno
attribuito al voto il valore d’un referendum pro o contro l’euro e pro o contro
l’Europa. Non è affatto così. Tutti i partiti greci, quelli tradizionali e
quello di opposizione (socialista massima-lista), non vogliono affatto uscire
dall’Unione europea e abbandonare la moneta comune. Quanto agli elettori, essi
sono perfettamente consapevoli che tornare alla dracma sarebbe un disastro di
proporzioni immani; un sondaggio pre-elettorale prevede addirittura una
vittoria dei partiti tradizionali, quelli cioè che si sono assunti la
responsabilità del rigore tedesco, il che è tutto dire.
La Grecia quindi non se ne andrà dall’euro a meno che non sia la Germania a sbatterla
fuori. Molti pensano che quest’ipotesi sia probabile: ucciderne uno per
educarne cento; ma io non credo che sia così. Non solo è improbabile ma è
addirittura impossibile. Sarebbe un esercizio di accanito sado-masochismo che
un grande popolo non può permettersi. Il popolo e le classi dirigenti tedesche
non possono permetterselo ed è inutile ricordarne il perché, stampato nella
memoria del mondo intero a caratteri indelebili.
Però c’è un però: anche se l’esito del voto greco non potrà essere utilizzato
dagli speculatori come pretesto, ne troveranno certamente altri per proseguire
il loro attacco all’eurozona, ai debiti sovrani più esposti e alle banche più
fragili.
Del resto hanno già cominciato, con la Spagna prima e con l’Italia poi. L’obiettivo
finale è la disarticolazione dell’eurozona, l’isolamento della Germania, la
cancellazione d’ogni regola che miri a incanalare la globalizzazione in un
quadro di capitalismo democratico e di mercato sociale.
Ormai è evidente che questa è la posta in gioco. Altrettanto chiara è
l’identità delle forze contrapposte. Da un lato ci sono le principali banche
d’affari americane che guidano il gioco, le multinazionali, i fondi
speculativi, le agenzie di rating, i sostenitori del liberismo selvaggio e del
rinnovamento schumpeteriano. Un impasto di interessi e di ideologie che noi
chiamiamo capitalismo selvaggio e che loro nobilitano chiamandolo liberismo
puro e duro.
Queste forze della speculazione hanno una capacità finanziaria enorme ma non
imbattibile. La controforza è guidata dalle Banche centrali. Nei loro statuti è
garantita la loro indipendenza e la ragione sociale prevede per tutte la tutela
del valore della moneta e il corretto funzionamento del sistema bancario
sottoposto alla loro vigilanza. Ma il compito implicito è anche lo sviluppo del
reddito e dei cosiddetti “fondamentali” tra i quali primeggiano il risparmio,
gli investimenti, la produttività del sistema e l’occupazione.
Le Banche centrali dispongono anch’esse di mezzi imponenti di contrasto, mezzi
a loro immediata disposizione in caso di necessità e di emergenza. E poiché
l’ala ribassista si scatenerà al più presto per non lasciar tempo ad accordi
politici che affianchino al rigore lo sviluppo, le Banche centrali dovranno far
mostra di tutta la loro potenza di fuoco
per impedire la devastazione dei tassi d’interesse e l’ondata di panico che può
rovesciarsi contro gli sportelli delle banche. Dovranno insomma impedire che si
stringa la tenaglia sui debiti sovrani, che metterebbe a rischio gli Stati dei
quali le Banche centrali sono una delle più importanti articolazioni.
Indipendenti ma certo non indifferenti e non neutrali quando si tratti di vita
o di morte non solo di uno Stato ma d’un intero sistema continentale.
Il panorama delle prossime settimane si presenta dunque molto movimentato. A
mio avviso – ripeto quanto scritto la scorsa settimana e che vado scrivendo
ormai da vari mesi – l’esito finale sarà positivo perché non è pensabile che
uno dei continenti più popoloso, più culturalmente avanzato e più provvisto di
esperienza storica decida di suicidarsi. Ma certo egoismi nazionali ed errori
di tattica renderanno lungo e faticoso il guado verso un solido approdo di
stabilità, rilancio dell’occupazione e uscita dalla deriva della recessione.
* * *
Tra gli errori di tattica che direttamente riguardano il
nostro Paese è emerso nei giorni scorsi il problema degli esodati. In un
contesto sociale già molto agitato dai sacrifici necessari per contrastare
l’attacco dei mercati e dalla caduta del potere d’acquisto dei ceti più
disagiati, il tema di quasi 400mila lavoratori di circa sessant’anni d’età
privi sia di lavoro sia di pensione è stata la goccia che ha fatto traboccare
un vaso già colmo: un dramma umano che si aggiunge a quello ancora più vasto
dei giovani anch’essi in larga misura privi di protezione sociale e senza
prospettive di futuro.
Il ministro Fornero ha sbagliato il tono della risposta al documento redatto
dall’Inps accusando i dirigenti di quell’ente di provocazione voluta e quindi
dolosa. Quanto al predetto documento che formula in 390mila la cifra
complessiva degli esodati, il ministro l’ha definito impreciso e di dubbia
interpretazione.
Come si vede il giudizio del ministro sull’operato dell’Inps in questa
occasione è dunque molto duro ma contiene tuttavia un nucleo di verità. La
massa degli esodati dovrebbe essere infatti classificata con molta attenzione
per quanto riguarda il tipo di contratto originario che li legava al loro
datore di lavoro, le cause e le modalità della loro uscita da quel contratto e
i tempi precisi in cui quest’uscita diverrà operativa. L’Inps non ha
approfondito come probabilmente avrebbe dovuto questa classificazione. Ha
semplicemente diviso i 390mila in due categorie: i “prosecutori” e i “cessati”.
I primi secondo l’Inps ammontano a 130mila e sono quei lavoratori che hanno
deciso di porre fine al rapporto di lavoro anticipatamente utilizzando le
finestre a loro disposizione e continuando a pagare i contributi volontari fino
a maturazione della pensione. I “cessati” sono stimati a 180mila e la causa
della cessazione sono stati accordi aziendali di prepensionamento con uno
“scivolo” che accompagnava il lavoratore al pensionamento. Accordi aziendali
tuttavia che sono stati fortemente modificati in peggio dalla riforma
pensionistica che ha spostato in avanti da cinque a sette anni la pensione
adottando il metodo contributivo per tutti.
Queste specificazioni che si trovano nel documento dell’Inps non sono tuttavia
sufficienti a parte l’attendibilità delle cifre il cui ordine di grandezza è
comunque fortemente superiore a quanto finora ha previsto il governo.
Manca nel documento la natura del contratto originario e mancano anche quei
lavoratori coperti dalla cassa integrazione come rimedio estremo al già
avvenuto licenziamento per fallimento o cattivo andamento dell’azienda. Manca
infine la data nella quale il licenziamento già deciso e notificato al
dipendente diventerà operativo.
La Fornero è sempre stata consapevole dell’entità del fenomeno. Lo dichiarò
pubblicamente nel momento stesso in cui annunciava la riforma e garantì che i
lavoratori colpiti sarebbero stati protetti man mano che la perdita di lavoro
si fosse verificata. Ebbi l’occasione in quei giorni di incontrarla proprio per
approfondire questa questione. Ricordo che mi ripeté l’impegno preso e le
modalità di copertura. «Questa “tagliola” tra la data attesa per la pensione e
quella prolungata dalla riforma non scatterà subito per tutti. Adesso è
scattata per un gruppo di lavoratori che abbiamo valutato in circa 50mila» così
mi disse allora «e abbiamo provveduto per loro anticipando la scadenza
pensionistica. Agli altri penseremo quando la cessazione del rapporto di lavoro
diventerà operativa».
Questa sua posizione gradualistica è stata riconfermata nei giorni scorsi di
rovente polemica conclusa con una mozione di sfiducia personale al ministro
presentata dalla Lega e da Di Pietro. La mozione non considera che una
copertura preventiva di un debito dalle cifre ancora incerte iscrive quella
posta passiva nella contabilità nazionale “sopra la linea”, il che significa
che va ad aumentare ulteriormente l’ammontare del già gigantesco debito
pubblico.
Ciò che il ministro dovrebbe fare ora con la massima urgenza è di chiarire e
indicare cifre certe rinnovando l’impegno alla loro copertura nella data
corrispondente allo scatto della “tagliola”. Che la pubblicazione del documento
Inps abbia acceso un incendio di rabbie aggiuntive è un fatto incontestabile
che poteva essere evitato non nascondendo le notizie ma dandole in modo
sommario e quindi impreciso.
* * *
Ogni Paese europeo deve fare la sua parte per mettersi in
sintonia con l’obiettivo finale che è quello di costruire uno Stato federale di
dimensioni continentali.
Noi italiani ne abbiamo molto di lavoro da fare ma un punto domina su tutti gli
altri: si chiama questione morale.
Enrico Berlinguer – l’ho già più volte ricordato – pose questo problema
spiegando che in Italia la partitocrazia aveva stravolto il dettato
costituzionale e il governo dei partiti aveva occupato le istituzioni, nessuna
esclusa. Bisognava dunque liberarle, restituendole alla loro funzione di organi
di governo depositari dell’interesse generale e non dei pur legittimi interessi
particolari. Stato di diritto, separazione dei poteri, interesse generale
rappresentato dal complesso delle istituzioni, forze politiche guidate da una
propria visione del bene comune da sottoporre al voto del popolo sovrano.
Questo modello non aveva assolutamente nulla di comunista e stupì molto vederlo
fatto proprio dal leader del Pci. Probabilmente Berlinguer usò la questione
morale come risposta alla esclusione del Pci dall’alternarsi al potere delle
forze costituzionali a causa della guerra fredda.
Sia come sia, quel tema fu posto e colse un aspetto essenziale della crisi
italiana. Ora la sua soluzione non solo è matura ma necessaria.
La Repubblica 17 giugno 2012

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