Riduciamo il debito ma non subito
Tagliare il deficit alla fine di una guerra è facile, mentre farlo in tempo di pace è molto più difficile: dietro ogni sterlina o dollaro c'è una lobby o un gruppo di pressione.
Le crisi finanziarie hanno un impatto devastante sulle
finanze pubbliche, impatto che oltretutto è quanto mai più grave dove si erano
avuti esorbitanti eccessi pre-crisi. Tra i membri del G-7 paesi leader ad alto
reddito, ovvero Stati Uniti e Regno Unito appestati dalla bolla. Il problema
che entrambi devono affrontare è quando e per quanto tempo inasprire la
politica fiscale: in ogni caso occorrerà farlo in modo rilevante, ma occorre
tener presente che un intervento prematuro potrebbe rivelarsi un errore
altrettanto devastante.
Nel loro lavoro sulla storia delle crisi finanziarie (This Time is Different,
Princeton) Carmen Reinhart dell'Università del Maryland e Kenneth Rogoff
dell'Università di Harvard fanno notare che «l'ammontare reale del debito quasi
raddoppia» nei paesi colpiti dalla crisi. Ciò varrà per Stati Uniti e Regno
Unito. Soltanto in piccola parte è l'esito dei salvataggi del settore
finanziario o dei programmi di stimoli. Secondo l'Fmi, nel Regno Unito nessuno
dei 10,6 punti percentuali di aumento del rapporto tra deficit fiscale e Pil
tra il 2007 e il 2010 sarà dovuto a provvedimenti discrezionali riconducibili alla
crisi (The State of Public Finances, Novembre 2009, www.imf.org). Nel caso
degli Stati Uniti, 1,8 punti di un deterioramento complessivo di 6,5 punti
percentuali sarà dovuto a tali interventi. Buona parte del cambiamento è
strutturale: i livelli del Pil e delle entrate fiscale non torneranno ai
livelli precedenti.
Come valutare tuttavia questo deterioramento fiscale? Un modo per farlo è
tenere presente la storia. Nel caso del Regno Unito, la crisi secondo le
previsioni dell'Fmi è destinata ad aumentare il rapporto debito pubblico
netto-Pil di circa 50 punti percentuali tra il 2007 e il 2014. Gli unici eventi
storici paragonabili a questa situazione sono le guerre.
Questo, quindi, è un episodio assolutamente unico nella storia fiscale
britannica. È meno unico, invece, nel caso degli Stati Uniti: anche qui
l'aumento del debito è paragonabile a quello delle grandi guerre. Non è in ogni
caso la prima volta che gli Stati Uniti subiscono un forte incremento del loro
indice d'indebitamento in tempo di pace. La prima volta che ciò avvenne fu tra
il 1981 e il 1992, con i repubblicani al governo.
Se l'aumento dell'indebitamento è molto grande in entrambi i paesi, i livelli
che si prevede saranno raggiunti entro il 2014 non sono storicamente
eccezionali, specialmente nel caso del Regno Unito, dove il rapporto tra debito
e Pil per ben due volte si è avvicinato al 250 per cento. Per quanto riguarda
gli Stati Uniti, i livelli d'indebitamento coincidono con il record precedente.
Nel Regno Unito supponendo che il tasso reale d'interesse sia del 2,5%, le
spese di servizio, in termini reali, di un indebitamento del 100% rispetto al
Pil sarebbero appena il 2,5% dello stesso Pil, quasi una bazzecola. Supponiamo
anche che il tasso tendenziale di crescita sia pari al tasso reale d'interesse
(supposizione non poi tanto irragionevole). A quel punto il requisito per una
stabilità del debito sarebbe un budget primario in equilibrio, ovvero prima che
siano pagati gli interessi. Anche in questo caso difficilmente la situazione
implicherebbe problemi insormontabili.
Qual è il problema, dunque? Il problema è che la gente potrebbe perdere fiducia
nelle possibilità del governo di riuscire alla fine a tenere il deficit sotto
controllo. Le ragioni per dubitare di ciò sono quanto meno due: la prima è che
mentre le guerre hanno una loro fine naturale, i deficit in tempo di pace no.
La seconda è che tagliare il deficit alla fine di una guerra è facile, mentre
farlo in tempo di pace è molto più difficile: dietro ogni sterlina o dollaro
c'è una lobby o un gruppo di pressione.
Limitarsi soltanto a promettere di tagliare il deficit è poco plausibile. A
peggiorare le cose è l'entità degli aggiustamenti necessari. L'Fmi sostiene che
nel 2010 il deficit primario strutturale fiscale degli Stati Uniti sarà il 3,7%
del Pil e quello del Regno Unito il 7,8 per cento. Quest'ultimo è molto più
alto di quello di qualsiasi altro paese membro del G-7, e solo il Giappone vi
si avvicina con il suo 6,9%.
Altra previsione dell'Fmi è che si renderà necessario ridurre gli indici
d'indebitamento al 60% del Pil entro il 2030, per far spazio alle reazioni a
nuovi shock. L'Fmi conclude che l'inasprimento fiscale necessario dovrebbe
essere l'8,8% del Pil, mentre quello del Regno Unito dovrebbe arrivare a un
sostanzioso 12,8 per cento. Altri paesi ci sono già passati, facendo
altrettanto, specificatamente l'Irlanda negli anni 80 e Danimarca, Finlandia e
Svezia negli anni 90. Si tratterà in ogni caso di una sfida colossale, a meno
di poter contare su una rapida crescita trainata dalle esportazioni. Queste
cifre rendono assurde le dichiarazioni di Gordon Brown, il Primo ministro
britannico, secondo il quale la stabilità è in una botte di ferro. Difficile
credere che sia questo il futuro del Regno Unito.
Ahimè, la credibilità non può essere data per scontata. Ciò
è quanto dimostra il mercato dei credit default swaps: gli spread sui bond del
governo britannico sono saliti ancora, fino a 70 punti base. Sospetto che il
motivo per il quale le agenzie di rating non hanno declassato il Regno Unito è
che se l'avessero fatto, avrebbero dovuto - per logica conseguenza - declassare
anche gli Stati Uniti. Quale agenzia avrebbe quindi voluto apparire davanti al
Congresso?
Nondimeno, anche se la corda fiscale non è lunga all'infinito, ridurre nettamente
i deficit adesso sarebbe sbagliato. È estremamente probabile infatti che farlo
possa voler dire respingere le economie nella recessione, come accadde in
Giappone negli anni 90. Tuttavia, anche queste politiche rischiano di
compromettere la credibilità, specialmente delle valute, in quanto molti
investitori credono (sbagliando) di essere messaggeri di un rialzo
inflazionistico.
Che cosa occorrerebbe fare, allora? Concordo in pieno con l'osservazione fatta
da Dominique Strauss-Kahn, direttore dell'Fmi: «È decisamente troppo presto per
uscire» da politiche concilianti. Ciò vale per il Regno Unito e per gli Stati
Uniti. Necessarie, invece, sono istituzioni fiscali credibili, una road map per
un inasprimento da realizzare automaticamente non appena e quando la spesa del
settore privato si riprenderà. Tra le cose che sarebbe veramente necessario
fare immediatamente rientra quella di collocare su una strada sostenibile le
potenziali spese, per esempio quelle per le pensioni del settore pubblico. In
sintesi, si tratterebbe di mettere in atto una stretta credibile sul lungo
periodo in grado di rispondere automaticamente alla ripresa.
In nessun caso, però, possiamo sottrarci a una scomoda verità: né il Regno
Unito né gli Stati Uniti sono ricchi quanto si credeva un tempo. Si dovranno
condividere le perdite, buona parte delle quali ricadranno sulla spesa
pubblica, sulle tasse o su entrambe. Una volta che sarà palese che nessuno di
questi paesi potrà rivelarsi all'altezza della sfida, le crisi fiscali saranno
inevitabili. Sarà soltanto questione di capire quando.
(Traduzione di Anna Bissanti)
www.ilsole24ore.com 25 Novembre 2009

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