Ricette per uscire dalla crisi
Molti Paesi stanno varando misure di austerity che rallenteranno il ritmo della ripresa. Eppure rilanciare lo sviluppo contenendo il debito è possibile: ecco come.
Nel periodo immediatamente successivo alla Grande Recessione, i Paesi si sono
ritrovati con deficit senza precedenti in tempi di pace e sempre più forti
ansie per il loro indebitamento pubblico in costante aumento. In molti Paesi
tutto ciò ha portato a varare nuove misure di austerity, provvedimenti che
quasi di sicuro comporteranno una maggiore debolezza per le economie nazionali
e globali.Questi provvedimenti porteranno anche ad un cospicuo rallentamento
del ritmo della ripresa. Coloro che così facendo auspicano significative
riduzioni del deficit rimarranno amaramente delusi, dal momento che la
recessione economica ridurrà considerevolmente il gettito fiscale e aumenterà
le richieste di sussidi di disoccupazione e altri benefit sociali.
Il tentativo di frenare la crescita del debito servirà a concentrarsi meglio:
obbligherà infatti i Paesi a focalizzarsi sulle priorità e a dare giusto valore
alle cose. È poco plausibile che gli Stati Uniti nel breve periodo varino
consistenti tagli al budget, seguendo l’esempio del Regno Unito. Ma la
previsione a lungo termine – resa particolarmente disastrosa dall’incapacità
della riforma dell’assistenza sanitaria di incidere più di tanto nelle spese
mediche in costante aumento – è sufficientemente spenta da far sì che sia
giunta l’ora di fare qualcosa in modo bipartisan. Il presidente Barack Obama ha
nominato una commissione bipartisan incaricata di lavorare sulla riduzione del
deficit, i cui presidenti di recente hanno anticipato alcuni dati, fornendo
qualche indizio su come potrebbe risultare il loro rapporto conclusivo.
Da un punto di vista esclusivamente tecnico, ridurre il deficit è una faccenda
assai semplice: si tratta infatti di tagliare le spese oppure di aumentare il
prelievo fiscale. È evidente, tuttavia, che l’agenda della riduzione del
deficit, quanto meno negli Stati Uniti, si spinge ben oltre: è un tentativo di
indebolire le coperture sociali, ridurre la gradualità del sistema fiscale,
ridimensionare il ruolo e l’azione del governo, lasciando al contempo intatti e
colpiti meno possibile gli interessi ormai consolidati, come quelli del
comparto industriale militare.
Negli Stati Uniti – come pure in qualche altro Paese industriale avanzato –
qualsiasi programma di riduzione del deficit deve essere contestualizzato in
rapporto a ciò che è accaduto nel corso dell’ultimo decennio:
1) Un consistente aumento delle spese per la Difesa, alimentate da due guerre inutili, ma che
sono andate ben oltre le aspettative;
2) Disparità in forte crescita: l’uno per cento della popolazione guadagna più
del 20 per cento del reddito complessivo del Paese. A ciò si accompagna un
consistente indebolimento della classe media: il reddito della famiglia media
negli Stati Uniti è sceso nell’ultimo decennio di oltre il cinque per cento, ed
era in calo già prima che subentrasse la recessione;
3) Scarsi investimenti nel settore pubblico, compreso nelle infrastrutture,
messi platealmente in luce dal cedimento degli argini di New Orleans;
4) Un aumento del corporate welfare, dai salvataggi in extremis delle banche ai
sussidi per l’etanolo, alla proroga dei sussidi agli agricoltori, addirittura
dopo che proprio tali sussidi sono stati definiti illegali dall’Organizzazione
Mondiale del Commercio.
In conseguenza di tutto ciò, è facile formulare un pacchetto di riduzione del
deficit che migliori l’efficienza, rafforzi la crescita e riduca le disparità.
Si rendono necessari cinque elementi basilari. Primo: la spesa per investimenti
pubblici molto redditizi dovrebbe essere aumentata. Anche se ciò sul breve
periodo inevitabilmente aumenta il deficit, a lungo termine porterà a una
riduzione dell’indebitamento della nazione. Quale azienda non sarebbe disposta
a lanciarsi e a investire in opportunità in grado di garantire utili superiori
al dieci per cento, se solo potesse prendere in prestito capitali – come può
fare il governo degli Stati Uniti – con un tasso di interesse inferiore al tre
per cento?
Secondo: è indispensabile tagliare le spese militari, non solo i finanziamenti
per le guerre inutili, ma anche i finanziamenti per armi che non funzionano
contro nemici che non esistono. Noi abbiamo continuato a investire in questa
direzione come se la
Guerra Fredda non fosse mai giunta a termine, spendendo per la Difesa quanto spende il
resto del mondo considerato nel suo complesso.
Da ciò si arriva al terzo punto, la necessità di eliminare il corporate
welfare. Se da un lato l’America ha rimosso ogni rete di protezione per la
popolazione, dall’altro ha rafforzato quella per le aziende come hanno platealmente
attestato durante la
Grande Recessione i salvataggi in extremis di AIG, Goldman
Sachs e di altre banche. Al programma di assistenza alle imprese va circa la
metà delle entrate complessive in alcune aree del comparto agricolo degli Stati
Uniti. Per esempio pochi ricchi coltivatori ricevono miliardi di dollari di
sussidi per il cotone, nel momento stesso in cui si registrano prezzi in calo e
povertà in aumento tra i concorrenti del mondo in via di sviluppo.
Una forma del tutto particolare di sovvenzione offerta alle aziende è quella
concessa alle società farmaceutiche. Anche se il governo è l’acquirente
principale dei loro prodotti, non gli è consentito trattare sul prezzo, e di
conseguenza così si alimenta un aumento degli utili del settore e di spese per
il governo – quantificabili in mille miliardi di dollari nell’arco di dieci
anni.
Altro esempio di questo fenomeno è la straordinaria abbondanza di benefit
particolari concessi al settore energetico, specialmente petrolifero e del gas,
circostanza che a uno stesso tempo depriva il Tesoro, dirotta l’allocazione
delle risorse e distrugge l’ambiente. Seguono da vicino quelle che paiono
offerte smisurate delle risorse nazionali, dalla banda di frequenza gratuita
concessa alle emittenti, alle basse royalty esatte dalle società minerarie, ai
sussidi per le aziende del legname.
Si rende pertanto necessario creare un sistema fiscale più equo e più
efficiente, eliminando ogni trattamento speciale dei capital gain e dei
dividendi. Perché mai coloro che lavorano per mantenersi dovrebbero essere
soggetti a un prelievo fiscale maggiore di coloro che rovinano la loro vita
speculando sulla loro pelle, e spesso a spese altrui? Infine, giacché oltre il
20 per cento del reddito complessivo va a finire nelle tasche del più fortunato
uno per cento della popolazione, un leggero aumento – diciamo del cinque per
cento – del prelievo fiscale effettivamente riscosso porterebbe nel giro di un
decennio a incassare oltre mille miliardi di dollari. Un pacchetto di misure
miranti alla riduzione del deficit strutturato secondo queste linee orientative
risponderebbe più che mai alle richieste più esigenti dei falchi del deficit.
Incrementerebbe l’efficienza, promuoverebbe la crescita, migliorerebbe
l’ambiente e offrirebbe vantaggi ai lavoratori e alla classe media.
L’unico vero problema è che non arrecherebbe vantaggi a coloro che sono al
vertice della piramide sociale, né alle imprese, né ad altri interessi speciali
che sono ormai arrivati a dominare la politica americana. La sua logica così
convincente è per l’appunto il motivo stesso per il quale ci sono davvero
scarse possibilità che una proposta così ragionevole possa essere adottata.
Traduzione di Anna Bissanti
La Repubblica
Affari & Finanza, 13 dicembre 2010

Precedente: Ma studiare conviene?








