Quelle fragili vite in prima linea
Il ragazzo italiano che faceva il pescatore è stato, come tutte le vittime, sacrificato non all’odio contro di lui, ma al potere che la sua morte dà a chi lo ha ucciso.
Gli assassini non meritano aggettivi. Basta l’elenco dei fatti. Nelle guerre a sfondo islamista degli ultimi 30 anni, dal Mediterraneo alle Filippine, dal Caucaso all’Africa, dunque in una delle maggiori superfici del globo, gli uomini e le donne che vengono trucidati dal terrorismo, sono, di preferenza, uomini e donne disarmati. Giornalisti, preti, suore, e volontari di organizzazioni umanitarie. L’Italia ha aggiunto ieri il suo ultimo nome all’elenco già lungo di prigionieri – ricordiamo Simona Torretta, Simona Pari, Giuliana Sgrena, Clementina Cantoni. E ha allungato anche quello dei morti, dopo Enzo Baldoni, in Iraq, e il free lance di radio radicale Antonio Russo ucciso in Georgia nell’ottobre del 2000. Ma ogni Paese ha la sua lista di non combattenti caduti – gli inglesi (ricordate la lunga agonia di Margaret Hassan, inglese, responsabile di Care in Iraq), gli americani, e persino i giapponesi (lo studente viaggiatore Shosei Koda decapitato in Iraq). Poi, quasi sempre, come due giorni fa a Gaza, questi attacchi vengono giustificati come una punizione per il mondo occidentale e i suoi peccati. Ma la verità di questi atti risalta ugualmente nella indifesa fragilità delle loro vittime.
Quando al posto del grande schema, quale fu l’attacco alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, si sostituiscono queste operazioni da bulli contro gli indifesi, la qualità morale e politica degli assalti rivela l’occasionalità e la pochezza delle organizzazioni che li praticano. Come ricorderete, quando la resistenza palestinese sfogò il suo «eroismo» contro una nave da turismo, la Achille Lauro, e un uomo in carrozzella, Leon Klinghoffer, la operazione delegittimò un’intera epoca – oltre che un intero popolo. Per inciso: l’uomo che ordinò di buttare a mare Klinghoffer morì braccato e ucciso dagli americani proprio in Iraq, dopo la caduta di Saddam Hussein, in una perfetta nemesi di inversione di ruoli fra forti e deboli. Significa tutto questo che non dobbiamo temere quello che è successo a Gaza? Al contrario. Non c’è nulla di più pericoloso di gruppi che si fanno forti delle debolezze delle loro vittime. Essi sono il momento marcescente delle guerre – gruppi sbandati, autoriferiti e spesso autoalimentati. Senza orizzonte politico, sono queste schegge di conflitto a costituire i punti imprevedibili di nuove tensioni.
Che è poi esattamente quello che sta succedendo a Gaza, che, nella uccisione del ragazzo italiano ci offre uno specchio in cui si riflette con esattezza il punto di ebollizione raggiunto dal Medioriente. Un gruppo che da posizioni radicali contesta in quanto poco radicale un governo come quello di Hamas che è iscritto nelle liste internazionali delle organizzazioni terroriste, è solo in apparenza un paradosso. In realtà è la versione applicata a Gaza della dinamica che si sviluppa in tutte le strade arabe del pianeta: rivolte contro l’ordine esistente. Qualunque esso sia, l’ordine di Assad in Siria, o quello di Saleh in Yemen, degli ayatollah iraniani o del re sunnita Hamad ibn Isa Al Khalifa in Bahrein. Il mondo musulmano è in rivolta contro chiunque abbia il potere – o per lo meno questa è la percezione. Più al fondo di questa percezione c’è il reale significato del sommovimento arabo: un incredibile vuoto di potere che si è creato come effetto combinato dell’invecchiamento, della corruzione dell’ordine esistente, e dell’accesso globale. Già una volta in anni recenti il Medioriente è stato travolto da un vuoto di potere. Quello prodotto dall’89, il crollo dell’impero sovietico, con il suo muro caduto a Berlino e i suoi militari che si ritiravano dall’Afghanistan.
Con la Russia si ritirava dall’intera area uno dei due elementi del mondo bipolare del dopoguerra. E nel vuoto che i russi si lasciarono alle spalle si mossero i pirati – si mosse ad esempio nel 1990 Saddam Hussein occupando il Kuwait e provocando la prima Guerra del Golfo. Oggi come allora, nel vuoto di potere del crollo delle dinastie autoritarie, si muove chiunque ha, sa, vuole, o pensa di poter afferrare qualcosa. Il ragazzo italiano che faceva il pescatore è stato, come tutte le vittime, sacrificato non all’odio contro di lui, ma al potere che la sua morte dà a chi lo ha ucciso. L’esecuzione di Vittorio Arrigoni è in questo senso un avvertimento, ma anche una premonizione, della direzione in cui si muovono i conflitti oggi: nessun angolo del mondo e nessun suo cittadino ne sarà esente. Anche per questo dobbiamo chiederci: c’è qualcosa da fare per evitare che nuovi pericoli travolgano persone innocenti, testimoni non di guerra ma di pace? Ovviamente nulla è mai casuale. Non è un caso infatti se ostaggi e vittime delle nuove guerre siano sempre più medici, volontari, religiosi, gente insomma del mondo delle organizzazioni umanitarie.
Il fatto è che sempre più spesso queste organizzazioni volontarie sono quelle che rimangono in prima linea. I giornali e le tv, per ragioni anche economiche, hanno quasi del tutto smantellato le loro reti internazionali. La diplomazia è sempre più all’interno dei meccanismi della Difesa – le ambasciate sono ormai dei bunker. Tutto giusto. Ma alla fine, appunto, capita che in mezzo alle situazioni reali rimangano sempre più spesso esposte le fragili organizzazioni di buona volontà. Possiamo lasciare soli questi uomini e donne, o dobbiamo forse cominciare a farci carico anche di tutti coloro che – anche contro la loro volontà (e la nostra) e ogni prudenza – rimangono in prima linea? Ecco una domanda per le nuove guerre.
La Stampa 16 aprile 2011

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