Quella miopia politica delle misure di austerità
Le organizzazioni cui i governi mostrano di avere ceduto la sovranità economica, quali il Fmi, la Bce, la Commissione europea e le agenzie di valutazione, non godono di alcuna legittimazione politica.
Le drastiche misure di austerità che i governi europei, incluso il nostro,
stanno infliggendo ai loro cittadini non riguardano soltanto l´economia.
Pongono questioni cruciali per il futuro della democrazia nella Ue. Prima
questione: le organizzazioni cui i governi mostrano di avere ceduto la
sovranità economica, quali il Fmi, la
Bce, la
Commissione europea e le agenzie di valutazione, non godono
di alcuna legittimazione politica. Inoltre si sono mostrate incapaci sia di
capire le cause reali della crisi, sia di predisporre interventi efficaci per
rimediarvi. Come si spiega allora l´atteggiamento di supina deferenza che verso
di loro mostrano i governi? Dopodiché occorre chiedersi quale sbocco politico
le misure di austerità potrebbero avere nel medio periodo. Sia la storia del
Novecento che molti segni recenti attestano che lo sbocco più probabile
potrebbero essere regimi autoritari di destra.
Il Fmi per primo non ha saputo cogliere, fino all´estate 2008, elementi chiave
sottesi alla crisi. Non ha dato peso al degrado dei bilanci del settore
finanziario, ai rischi di un effetto leva troppo alto, alla bolla del mercato
immobiliare, alla rapida espansione del sistema bancario ombra. Ha sottovalutato
i rischi di contagio insiti nel sistema finanziario internazionale. Questa
serie di giudizi negativi sulle capacità previsionali e terapeutiche del Fmi è
stata formulata da un ufficio di valutazione interno al Fondo stesso, in un
rapporto del febbraio 2011, non da avversari prevenuti. Sarebbero queste le
credenziali con cui il Fmi vuole adesso imporre ai nostri paesi tagli ai
bilanci pubblici e privatizzazioni a raffica che da un lato privano i cittadini
di diritti fondamentali, dall´altro finiranno per peggiorare la stato
dell´economia anziché migliorarlo?
Quanto alla Bce, si sa che i trattati di Maastricht le impongono un unico
scopo: deve contenere l´inflazione sotto il 2 per cento. Sui computer
lampeggiano indicatori drammatici: disoccupazione in rialzo, proliferazione dei
lavori precari, crescita delle disuguaglianze, smantellamento dell´apparato
pubblico, salari stagnanti, pensioni indecenti. Mentre il sistema finanziario
che ha causato la crisi è apparso finora inattaccabile da ogni seria riforma.
Tutto ciò cade al di fuori degli orizzonti della Bce. L´essenziale è la
stabilità dei prezzi. L´idea che un punto di inflazione in più avrebbe di
sicuro i suoi costi, ma potrebbe forse rendere meno stolidamente aggressive le
misure di austerità a carico dei cittadini Ue, per la Bce appare irricevibile. Né
gli orizzonti della Ce appaiono più ampi, come provano i documenti provenienti
ogni mese da Bruxelles.
L´influenza che hanno sulle misure di austerità le agenzie di valutazione, alle
quali i governi Ue sembrano guardare come a un giudizio di Dio, è ben
rappresentato da una dichiarazione del primo ministro francese François Fillon.
In vista delle presidenziali 2012,
ha detto che per prima cosa «bisogna difendere la tripla
A della Francia». A ben vedere la battuta suona grottesca. Ma altri governi Ue
paiono condividere lo stesso intento, anche se quello tedesco a inizio luglio
ha espresso critiche sul declassamento del debito portoghese. Al riguardo i
media in genere fungono da diligenti amplificatori. Se una delle maggiori
agenzie ci declassa il rating, ripetono ogni giorno, siamo rovinati. Nessuno
comprerà più i titoli di stato, oppure gli interessi sui medesimi saliranno
talmente da diventare insostenibili per il bilancio pubblico. Quindi i
mega-tagli alla spesa sono privi di alternative. In realtà non è affatto vero,
ma per chi è vittima della "cattura cognitiva" per mano delle
dottrine economiche neo-liberali esse sono invisibili.
Un paio di cose dovrebbero considerare i governi Ue e i media, prima di
genuflettersi dinanzi ai giudizi delle agenzie di valutazione. Anzitutto, come
proprio esse si affannano a spiegare ogni volta che qualcuno vuol fargli causa
perché grazie alle loro valutazioni ha perso molti soldi, i loro cocktail di
lettere e segni sono semplici opinioni. Perciò possono essere giuste o
sbagliate - lo dicono loro - e in forza del Primo Emendamento della
Costituzione americana che tutela la libertà di parola, nessuno può prendersela
se un´agenzia esprime un´opinione rivelatasi sbagliata. In secondo luogo, le
agenzie di valutazione sono state - cito da una poderosa indagine sulla crisi
presentata al Congresso Usa a gennaio 2011 - «ingranaggi essenziali nella ruota
della distruzione finanziaria… I titoli connessi a un´ipoteca che furono al cuore
della crisi non avrebbero potuto venire commercializzati e venduti senza il
sigillo della loro approvazione». Sigillo consistente nella tripla A, il voto
più alto che si possa dare alla solvibilità di un debitore. Prima della crisi
tale voto veniva distribuito dalle agenzie a velocità supersonica. In sette
anni, si legge nello stesso rapporto, la sola Moody´s lo attribuì a quasi
45.000 titoli ipotecari, in seguito malamente svalutati. Con i suddetti limiti
autoconclamati, e un simile precedente storico, il tremore dei governi Ue
dinanzi a dette agenzie appare o ingenuo, o politicamente sospetto.
Giorni fa il capo dell´eurogruppo Jean-Claude Juncker ha tranquillamente
affermato che a causa delle misure di austerità «la sovranità dei greci verrà
massicciamente limitata». Poiché l´austerità ha ovunque la stessa faccia, ne
segue che dopo verrà limitata anche la sovranità dei portoghesi, degli
spagnoli, degli italiani. Chissà se Juncker ha un´idea di dove possa condurre
tale strada. Nel 1920 il giovane Keynes un´idea ce l´aveva. In merito alle
riparazioni follemente punitive imposte alla Germania con il trattato di
Versailles del 1919, scriveva in Le conseguenze economiche della pace: "La
politica di ridurre la
Germania alla servitù per una generazione, di degradare la
vita di milioni di esseri umani, e di privare della felicità un´intera nazione
dovrebbe essere considerata ripugnante e detestabile… anche se non fosse il
seme dello sfacelo dell´intera vita civile dell´Europa" (enfasi di chi
scrive). Keynes era rimasto colpito durante le trattative, cui aveva
partecipato, dall´ottusa incapacità dei governanti delle potenze vincitrici di
ragionare sulle conseguenze di misure che strappavano la sovranità economica a
intere nazioni. I governanti di oggi non sembrano mostrare una maggiore
lungimiranza di quelli di ieri, permettendo alle destre di guadagnare un
crescente favore popolare al grido di "l´austerità uccide l´economia"
(lanciato tra gli altri da Antonis Samara, leader della destra greca). Un grido
destinato a far presa, perché coglie il nocciolo della questione, sebbene
provenga paradossalmente dalla parte politica che reca le maggiori
responsabilità della crisi.
Repubblica 14.7.11

Precedente: Modesta proposta per la riforma elettorale








