Quell’abisso fra ricchi e poveri che scatena le crisi globali
La diseguaglianza crescente non è solo una questione etica
Ma che mondo è questo nostro nel quale la concentrazione della ricchezza è tale
per cui i bonus della Goldman Sachs, anno domini 2009, sono pari al reddito di
224 milioni delle persone più povere del pianeta? Globalizzare produzione e
commerci, attorno al dogma della libera circolazione dei capitali, e deregolare
le società occidentali, in nome del massimo lucro di manager e azionisti, ha
prodotto il sonno del diritto. E come il sonno della ragione di Goya, anche
questo genera un mostro: l'eccesso di disuguaglianza.
La cosa non turba il governo né la
Bce: basta leggere il loro scambio epistolare, che promette
crescita senza un cenno all'equità. E basta guardare l'asta dei Btp, chiusa
sopra il 6%, per capire come tanto realismo economicistico rischi di non
convincere nemmeno i mercati per i quali è pensato. Come negli anni Trenta, ci
vorrebbero pensieri irregolari. Come quelli emersi tra ieri e giovedì, alla
Fondazione Cariplo di Milano nel corso della XXIV conferenza internazionale
dell'Osservatorio Giordano Dell'Amore, curata dal Centro nazionale di
prevenzione e difesa sociale e dedicata alle disparità economiche e sociali. Un
seminario di alto livello al quale — e non è un buon segno — non ha partecipato
la Milano
dell'economia e dell'accademia, nonostante l'appello di Guido Calabresi e Guido
Rossi.
Si usa dire che la globalizzazione ha tolto dalla povertà assoluta alcuni
miliardi di persone, la Cina,
l'India. Tutto vero. Ma la globalizzazione ha anche fatto saltare i vecchi
equilibri. Branko Milanovic, economista tra le università di Belgrado e del
Maryland, ne offre l'incendiaria misura nel grafico che pubblichiamo in questa
pagina: l'1% più ricco della popolazione mondiale, circa 70 milioni di persone,
guadagna quanto gli ultimi 4.275 milioni. A parità di potere d'acquisto, al 10%
più ricco va il 55% dei consumi mondiali. Non è un dato naturale né
meritocratico, ma un portato di (in)civiltà, ove si consideri che in Germania,
dove vige l'economia sociale di mercato e i sindacati siedono nei consigli di
sorveglianza delle imprese dai 2 mila dipendenti in su, il 10% più ricco si
aggiudica il 25% dei consumi.
Milanovic corregge Marx: nel secolo XIX il conflitto sociale avveniva dentro
Paesi relativamente simili; oggi tra aree del mondo. Di un mondo che tecnologia
e finanza hanno interconnesso nella convinzione di poterlo dominare, ma che ora
cerca di allentare le tensioni attraverso la migrazione dei popoli. Se i nuovi
proletari sono i migranti, bastano le leggi Bossi-Fini o i ranger alla
frontiera messicana del Texas a tenere assieme le società? Nell'epoca in cui i
tre quarti delle disuguaglianze globali dipendono dalle differenze tra Paesi,
la prima forma di rendita diventa la cittadinanza d'origine. E questo sul piano
sociale spiazza la politica della concorrenza dentro i Paesi del Primo Mondo e
tra questi e il resto del pianeta.
La questione della disuguaglianza non è soltanto etica. L'eccesso di
disuguaglianza è, al tempo stesso, figlio e padre della follia finanziaria
dell'Occidente. La
Grande Depressione del 1929 e la Grande Recessione
del 2007, osservano Michael Kumhof e Romain Rancière, due economisti del Fondo
monetario internazionale, sono state entrambe precedute da una forte e
prolungata impennata della disuguaglianza nei redditi e nella ricchezza e, al
tempo stesso, da un analogo rigonfiamento dei debiti del ceti medi e bassi. In
entrambi i casi, i ricchi hanno usato le risorse eccedenti i loro pur opulenti
consumi per finanziare, tramite il sistema bancario, i poveri nei loro
acquisti. E i ricchi si sono pure offerti a modello dei consumi di massa, come
Luigi XIV lo era per la nobiltà francese del Seicento. Robert Frank, della
Cornell University, cita a esempio la superficie media delle nuove case
americane che sale dai 1600 piedi quadrati del 1980 ai 2100 del 2001,
mentre le paghe ristagnano. Ma se i poveri indebitati non riescono ad avere i
redditi aggiuntivi necessari a rimborsare il debito, conclude Lars Osberg,
della Dalhouise University di Halifax, il sistema bancario e finanziario si
troverà pieno di attività inesigibili. E per salvarlo dovrà intervenire lo
Stato, aumentando il debito pubblico.
Vi è dunque, negli Usa, una chiara catena causale tra disuguaglianza, debito,
bolle finanziarie e debito pubblico. E l' Italia? Ne ha parlato a lungo Andrea
Brandolini, economista della Banca d'Italia. E tra le tante osservazioni ne ha
fatta una controcorrente. Da citare in conclusione.
L'indice Gini (che va da 0 nell'ipotesi che tutto sia equamente diviso tra
tutti a 1 nell'ipotesi che tutto sia in mano a una sola persona) è sceso da
0,408 del '68 a
0,297 del 1982 per poi rimbalzare nei primi anni Novanta e volare a 0,351 nel
2004 salvo ridiscendere un po' adesso, causa le perdite finanziarie delle
classi più alte. Ebbene, in questo quarantennio, il periodo di maggior crescita
(oltre il 3% annuo) sono gli anni Settanta che si concludono con il debito
pubblico non oltre il 51% del Pil. Questo non basta certo a rendere formidabili
quegli anni come vorrebbe Mario Capanna, ma forse non erano nemmeno il male
assoluto come molti oggi dicono. Erano anch'essi un passaggio — doloroso e
terribile, causa il terrorismo, infine domato dalla politica — così come un
passaggio sono gli anni Dieci di questo secolo. Un passaggio ancora irrisolto,
causa l'ignavia delle classi dirigenti.
Corriere della Sera 29.10.11

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