Quei sovversivi di genio che hanno cambiato il mondo
Le idee hanno talora più forza delle cose. E nella scienza esse sanno incarnarsi in congegni materiali, perché qui la conoscenza non è solo teoria, ma anche tecnologia, non solo comprensione della natura, ma anche intervento nel mondo.
La storia è «l’incubo da cui cerco di destarmi», almeno per lo Stephen Dedalus dell’ Ulisse di Joyce.
E quale umana impresa può mai sottrarsi all’urto del tempo? Capitalisti e politici, sacerdoti e artisti sanno bene quanto possa essere tirannico il passato e aleatorio il futuro.
Solo gli scienziati parrebbero liberi da quell’incubo. Le leggi della matematica o delle scienze naturali sembrano non dipendere dalle vicende personali di coloro che le scoprono. E tanto meno essere sfiorate dal groviglio delle passioni che agitano i protagonisti delle vicende storiche.
Ma se - come diceva il vecchio Lessing (e hanno ripetuto Albert Einstein e Karl Popper) - «non è il possesso, ma la ricerca della verità che rende tale l’uomo di scienza», ecco che quel luogo comune non appare più così convincente.
Se fossimo nella condizione di possedere un sapere certo e definitivo, allora sì che la scienza non avrebbe storia! Ma questa perfezione sarebbe una condizione di infelicità, perché ci negherebbe il piacere di imparare qualcosa di nuovo e ci consegnerebbe a una noia senza tempo.
Un argomento del genere era già utilizzato dal gesuita tedesco Friedrich von Spee che, come «Teologo Romano», aveva dato alle stampe (1631) la sua Cautio criminalis , in cui raccomandava prudenza e attento esame della natura per rimediare alla piaga della caccia alle streghe. Quella stessa esortazione è stata fatta propria da scienziati e da filosofi attenti alla pratica scientifica. «Ciò che oggi scriviamo sulla lavagna, domani lo cancelleremo» - come diceva il Galileo di Brecht. Sappiamo di non sapere, ma siamo capaci di imparare dai nostri errori, e persino da ciò che un tempo ci pareva verità e oggi ci sembra insensatezza.
Sotto questo profilo, la disposizione alla storia appare imprescindibile sia per il ricercatore sia per il buon insegnante.
Lo seppe dire con semplicità ed eleganza il grandissimo matematico italiano Federigo Enriques nella prima metà del Novecento. «Non stupitevi - confidava ai colleghi - se mi vedete occuparmi di storia e magari di filosofia: questa non è che l’altra faccia dell’onesto lavoro dello scienziato». E sosteneva tesi del genere mentre la comunità scientifica prima, un più largo pubblico poi, si lasciava incantare dalla sfida della relatività einsteiniana e dai misteri della «nuova» fisica quantistica.
Enriques non pensava solo a una sorta di «genealogia delle idee scientifiche». Le grandi rivoluzioni concettuali avevano finito col cambiare il mondo non meno di quelle politiche (e forse in maniera più profonda).
La scienza può dare spunto a una miriade di narrazioni affascinanti a un tempo epiche e drammatiche: Archimede che perisce insieme con la sua Siracusa; Galileo costretto all’abiura di fronte al Sant’Uffizio; il giovane Newton che spiega matematicamente «l’elegante compagine del Sole, dei pianeti e delle comete» mentre infuria la peste e il Grande Incendio devasta Londra; Lavoisier che si consacra alla nuova chimica, ma perde la testa sotto il Terrore; Darwin che, imbarcato sul Beagle, deve combattere col mal di mare prima di affrontare in terra ferma chi giudica «empia» la sua teoria dell’evoluzione; Enrico Fermi, il «navigatore della fisica», che sbarca a New York, pronto ad arruolare la «teoria atomica» al servizio del mondo libero.
La scienza riesce a insinuarsi nelle pieghe della Storia con la maiuscola, quella che è incubo per Stephen, ma anche «oggetto di desiderio» non solo per coloro che lavorano negli archivi e pubblicano sulle riviste specializzate, ma anche per i grandi giornalisti della carta stampata e della televisione.
Mi piace ricordare una conversazione che ebbi in un tranquillo angolo della campagna inglese con Christopher Hill, quando l’autorevole storico che ha cambiato la nostra percezione della prima rivoluzione moderna (quella che mutò le sorti di Inghilterra, Scozia e Irlanda) mi diceva: «Sa, quel timido canonico di cui si beffava Lutero... Copernico - chissà cosa avrebbe mai pensato se avesse potuto immaginare che, un secolo dopo, il suo aver spostato la Terra dal centro dell’Universo avrebbe scandalizzato i difensori del potere assoluto del Re, e avrebbe fornito un’elegante metafora a chi si accingeva a detronizzare il sovrano e a portarlo sul patibolo». Senza la «sovversione» della «fabbrica dei Cieli» iniziata quasi «controvoglia» dall’astronomo polacco, non avremmo avuto le risolute dichiarazioni di Cromwell che portarono al primo (e finora unico) esperimento repubblicano in Inghilterra.
Le idee hanno talora più forza delle cose. E nella scienza esse sanno incarnarsi in congegni materiali, perché qui la conoscenza non è solo teoria, ma anche tecnologia, non solo comprensione della natura, ma anche intervento nel mondo. Lo hanno capito coloro che sulla scia di Fermi hanno collaborato al «progetto Manhattan». Robert Oppenheimer disse, dopo il primo test atomico a Los Alamos, che la scienza aveva perso la sua innocenza. In realtà, l’aveva persa ben prima - almeno (si fa per dire) dal tempo degli specchi di Archimede usati per bruciare le navi romane.
Ma con la storia non si tratta di far moralismi, bensì di capire. E per finire come si è cominciato, citiamo dalle avventure dell’indagatore dell’incubo, cioè Dylan Dog (n. 179), e più precisamente da una battuta del suo Groucho Marx: quello tra sensibilità storica e scientifica è un matrimonio, non diverso da un esame alla vecchia maniera: «Prima è fisica, poi biologia… e alla fine è storia».
da http://www.corriere.it - 28 /8/ 2004

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