Quei giovani in piazza
Perché qualcosa cambi davvero
Urla, spintoni, tafferugli, un sedicenne
che brandisce una pala e un manganello, tavoli che volano, camionette
incendiate, il rombo continuo di elicotteri che sorvegliano la zona. Il centro
assediato. Scene di violenza che fanno venire i brividi, che evocano immagini
di un passato che non vorremmo vivere. Aria di rivoluzione nel centro di Roma,
blindatissimo nel giorno della sfiducia mancata al governo Berlusconi.
Giovani, tanti - e finti giovani - portati in strada
dall’esasperazione, dalla voglia di manifestare che ci sono anche loro, che
vogliono essere ascoltati, che così non ci stanno, che qualcosa deve cambiare,
nel nome loro, nel nome del futuro del paese. Come dar loro torto.
L’inquietudine dell’età che si somma al disagio per un domani incerto e per un
presente che vogliono migliore. A portarli in piazza il malessere per un
sentimento di impotenza – una parola che nella bocca di un giovane suona come
una sconfitta - rispetto a ciò che vorrebbero diverso ma che sentono di
non riuscire a cambiare perché non ne hanno la possibilità, perché sono
lontani dalle sedi in cui si decide, anche per loro.
Ma. Ma occorre che siano vigili, loro stessi, affinché questo
disagio – e il diritto di manifestarlo - non degeneri in qualcos’altro, in una
violenza cieca, in una sterile, o peggio, in una controproducente rabbia
nichilista e distruttiva. Attenzione a non lasciare spazio ai giovani balordi,
a non farsi cavalcare dai soliti “inutili” idioti, un po’ troppo cresciuti per
essere chiamati giovani, sempre pronti a confondersi tra i giovani veri, ad
aizzarli, a portare il loro diritto di manifestare dalla parte del torto.
Attenzione a non fornire a una certa cattiva politica l’alibi per non fermarsi
ad ascoltare quel disagio, per non accogliere le ragioni di chi in questi
ultimi tempi scende sempre più spesso in piazza per gridare verso i palazzi in
cui si decide il futuro del paese. E il loro. Per manifestare in difesa di
un merito che non trova spazio in una società gerontocratica e familistica, per
una cultura mortificata, per uno sviluppo che passa attraverso la ricerca e
l’innovazione, sempre più sacrificate sull’altare di una crisi che sembra
sempre di più un alibi per fare in modo che tutto cambi, purché nulla cambi
davvero.
http://www.ffwebmagazine.it 16
dicembre 2010

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