Quanto costa la lotta al riscaldamento globale*
Nell’adottare politiche climatiche adeguate, sono più efficaci gli strumenti che attribuiscono un prezzo di mercato alle emissioni di gas a effetto serra, come le tasse o i meccanismi di scambio di permessi.
Lottare contro il cambiamento climatico
viene spesso considerato troppo “costoso” per la società. Nuove tasse o
coercizioni mirate a generare comportamenti più virtuosi da un punto di vista
ambientale, inquietano. Le famiglie paventano prezzi più alti e perdite di
potere d’acquisto. Le imprese temono di perdere competitività e quote di
mercato. I sindacati pensano che le difficoltà delle imprese porteranno a
licenziamenti. E per i politici tutto ciò si traduce nel timore di perdere
voti. Giustamente i politici si preoccupano che le politiche di stabilizzazione
del clima riducano la crescita economica, in modo particolare i governanti
delle nazioni meno avanzate dove tassi di crescita elevati sono necessari per
avvicinarsi alla ricchezza pro capite dei paesi Ocse. Di qui la loro riluttanza
ad applicare politiche di riduzione delle emissioni di gas a
effetto serra e ad aderire a iniziative internazionali, a meno di non ottenere
compensazioni che però difficilmente gli elettorati dei paesi ricchi sono
disposti a concedere.
Tutte queste preoccupazioni sui costi rendono la strada delle politiche di
riduzione dei gas a effetto serra in salita, sia dal punto di vista nazionale
che globale, come testimonia il fallimento della conferenza sul clima di
Copenhagen. Ma sono timori fondati?
VALUTARE I COSTI
La metrica più immediata per valutare i costi è il livello
delle tasse necessarie per stabilizzare il clima di qui al
2050. Si prevede che il loro aumento dovrebbe essere graduale: dai 15 dollari
attuali per emettere una tonnellata di CO2 (nell’ambito del sistema europeo di
scambio di permessi) salirebbero a 70 dollari nel 2030 e poi a 300 nel 2050. In euro ciò equivale
a imporre dai 13 ai 70 centesimi sul litro di benzina. Non si
tratta di tasse straordinariamente elevate, visto che attualmente le imposte
sulla benzina sono attorno ai 60 centesimi il litro.
Ciò che più importa però è l’effetto complessivo sul reddito. Secondo calcoli
abbastanza realistici, politiche globali ed efficaci di stabilizzazione
climatica implicherebbero una riduzione della crescita media annua del Pil
mondiale di un decimo di punto percentuale nel corso dei prossimi quarant’anni.
Si tratterebbe quindi di una riduzione del reddito del 4 per
cento nel 2050 rispetto a quanto previsto in assenza di tali politiche. Nel
corso dello stesso periodo si prevede però che il reddito aumenti del 250 per
cento, con una crescita media annua del 3,5 per cento. I costi delle politiche
sembrano perciò relativamente moderati, sia in termini di crescita sia in
termini assoluti: il cittadino medio del mondo vedrebbe comunque le proprie
condizioni di vita migliorare vertiginosamente.
Il problema principale però è l’alta variabilità dei costi tra
paesi. Il costo in termini di Pil è più elevato nei paesi dove la crescita
attesa è rapida, l’efficienza energetica è scarsa, il contenuto di CO2 della
produzione è alto (a causa della loro struttura industriale) o in quelli che
esportano fonti di energia fossili: cioè i paesi ex-sovietici, i paesi Opec, la Cina e l’India.
Paradossalmente, è proprio in alcuni di questi paesi che sarebbe più
conveniente per tutti ridurre le emissioni perché il costo della riduzione per
ogni tonnellata di CO2 è molto minore che nei paesi Ocse.
LA FONTE DEI COSTI
Sono due i costi principali delle politiche climatiche:
quelli della transizione da un’economia ad alto contenuto di CO2 a un’economia
“pulita” e quelli derivanti dal trasferimento definitivo di risorse da attività
“sporche”, il cui valore aggiunto è misurato nel Pil, ad attività “pulite” i
cui benefici non sono (almeno per ora) misurati economicamente.
Tre elementi dei costi di transizione generano più
apprensioni. Anzitutto, alcuni settori che emettono grandi quantità di CO2 sono
destinati a contrarsi: sono per esempio quelli più intensivi in energia fossile
(idrocarburi, siderurgia) e, in alcuni paesi, agricoltura e attività di
deforestazione. In tutti i settori, poi, le imprese o gli stabilimenti più
inquinanti dovranno chiudere. In questi casi, una parte degli investimenti
fatti in passato diventerà prematuramente non redditizia (per esempio gli
impianti elettrici a combustibili fossili) e i livelli di attività e di
occupazione saranno ridotti. Inoltre, se adottate inizialmente solo in alcuni
paesi, le politiche climatiche possono porre problemi di competitività
internazionale alle imprese che usano input intensivi in CO2, spingendole a
delocalizzare la produzione in paesi più lassisti dal punto di vista
ambientale, e anche questo può ridurre attività e occupazione. Infine,
bisognerà necessariamente aumentare la spesa (pubblica e privata) in
innovazione e diffusione di fonti di energia e tecnologie pulite per superare
l’inerzia nell’uso e nel miglioramento di quelle "sporche". (1)
Si stima che per contribuire a stabilizzare il clima sarebbe necessario
quadruplicare la quota della spesa in innovazione sul Pil
rispetto ai livelli attuali. Questo rappresenta un costo per le imprese e un
peso per la finanza pubblica: un investimento, ovviamente, ma i cui rendimenti
sono incerti e dilazionati nel tempo.
C’è però molta incertezza sulla fondatezza di queste apprensioni perché:
a fronte delle nuove spese, la finanza pubblica otterrebbe comunque nuovo gettito dalle tasse ambientali (o dalle aste di permessi). L’Ocse stima che a regime il gettito potrebbe rappresentare globalmente circa il 2,5 per cento del reddito mondiale, una cifra considerevole.
la perdita di competitività delle imprese nei paesi dove si attuano politiche climatiche nei settori “sporchi” potrebbe accompagnarsi a una maggiore competitività nei settori “puliti”, dove i paesi avanzati hanno un vantaggio comparato.
a fronte della contrazione di certi settori si svilupperebbero attività "verdi" con creazione di nuove imprese e posti di lavoro. Per di più perdite occupazionali potrebbero non essere forti perché i settori colpiti non sono molto intensivi in lavoro. Infine, una parte del nuovo gettito fiscale potrebbe essere utilizzato per compensare riduzioni delle tasse sul lavoro che stimolerebbero l’occupazione nella fase di transizione.
L’entità dell’aggiustamento strutturale derivante dalle politiche climatiche potrebbe quindi non essere più di quella sperimentata in passato, per esempio, nell’evoluzione dalla manifattura ai servizi.
COSTI E BENEFICI
Inoltre, spesso si parla di costi ignorando i beneficidelle
politiche climatiche in termini di danni evitati e di miglioramento della
qualità della vita. Stimare i benefici è però difficile per vari motivi.
Anzitutto, c’è grande incertezza sulle caratteristiche e gli effetti del
cambiamento climatico (per esempio, sui fenomeni naturali legati al clima,
sulla biodiversità ed è estremamente difficile trattare economicamente il
rischio di eventi catastrofici. Inoltre, è difficile valutare sia l’evoluzione
del patrimonio naturale che gli effetti sociali, sanitari e sul benessere
soggettivo (il valore della biodiversità del paesaggio) del cambiamento
climatico. Infine c’è un importante sfasamento temporale tra il momento in cui
si sopportano i costi delle politiche (nei prossimi vent’anni) e il momento in
cui se ne osserveranno i benefici (tra più mezzo secolo). E non c’è accordo
sull’importanza relativa da dare a benefici lontani nel tempo. In altri termini
come confrontare i sacrifici di oggi con i guadagni futuri?
Quando ciononostante i benefici sono stimati si ottengono risultati
interessanti:
i danni evitati e altri benefici variano moltissimo tra paesi o regioni del mondo. Le maggiori vittime del cambiamento climatico sono l’Africa, l’Asia meridionale, la Cina e l’America Latina. Mentre i paesi dell’ex Urss se ne avvantaggerebbero addirittura. Contribuisce ovviamente a spiegare i diversi incentivi che i governi hanno a ridurre le emissioni.
se si tiene conto anche solo dell’impatto sulle aspettative di vita sana e del valore che questo può rappresentare per gli individui, i costi (netti) si riducono notevolmente. Per di più sono importanti benefici collaterali, per esempio in termini di riduzione dell’inquinamento atmosferico a livello locale, che possono fornire di per sé un potente incentivo all’azione per i paesi emergenti, soprattutto la Cina.
RIDURRE I COSTI E' CRUCIALE
È chiaro comunque che per generare consenso attorno alle
politiche climatiche è necessario minimizzarne i costi. Ecco allora alcune
piste da seguire. Anzitutto, sono più efficaci gli strumenti che attribuiscono
un prezzo di mercato alle emissioni di gas a effetto serra, come le tasse o i
meccanismi di scambio di permessi. L’uso di regolazioni o sussidi può anch’esso
essere necessario, ma spesso questi strumenti fanno lievitare i costi. Per
esempio, i sussidi dell’Unione Europea ai combustibili
biologici equivalgono a far pagare al contribuente la riduzione di una
tonnellata di CO2 a un prezzo fino a cinquanta volte superiore a quello di
mercato.
È fondamentale poi che le politiche si applichino a tutti i gas
a effetto serra e a tutte le fonti di emissioni. Secondo stime Ocse misure che
coprissero solo il CO2 (esentando gas come il metano) farebbero raddoppiare i
costi globali, mentre misure che esentassero industrie ad
alta intensità di CO2 come energia e siderurgia li farebbero aumentare del 50
per cento.
Analogamente, è cruciale che le politiche siano intraprese da tutti i
grandi paesi inquinatori. In assenza di uno sforzo efficace e
coordinato di Unione Europea, Usa, Oceania, Cina, India, Russia e paesi Opec
non è possibile stabilizzare il clima di qui al 2050 perché nessuna delle
grandi regioni Ocse da sola può compensare le emissioni crescenti dei paesi
emergenti, nemmeno a fronte di costi elevatissimi. Infine è cruciale evitare
altri ritardi nell’azione pubblica: bisogna cominciare ad agire presto, entro
il 2020, altrimenti sarà troppo tardi per stabilizzare il
clima a costi accettabili. L’unica possibilità sarà allora di concentrarsi
sull’adattamento delle nostre società all’ineluttabile cambiamento climatico.
* Salvo dove altrimenti indicato i dati citati in questo
articolo provengono da Ocse (2009), The Economics of Climate Change
Mitigation, Parigi e A. De Serres, F. Murtin e G. Nicoletti (2010), “A
Framework for Assessing Green Growth Policies”, OECD Economics Department
Working Papers, No. 774. Le opinioni espresse però sono dell’autore e non
riflettono necessariamente quelle dell’Ocse o dei suoi paesi membri.
(1) P. Aghion, D. Hemous e R. Veugelers
(2009), “No Green Growth Without Innovation”, Bruegel policy brief n.
07, Nov.
http://www.lavoce.info 04.06.2010

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