Quando sognavamo Giustizia e Libertà.
Pubblichiamo una lettera di Beniamino Placido alla figlia Barbara del 1990. Sulle sue passioni politiche e l´impegno
Carissima Barbara, ho voglia di raccontarti tantissime cose
(due o tre almeno) ma non so da che parte incominciare. Comincerò allora con un
fatto antico, antichissimo, quasi un episodio d´infanzia: che potrebbe,
dovrebbe (vorrebbe?) commuoverti.
Nei primissimi anni del dopoguerra c´era in Italia una cosa bellissima: il
Partito d´Azione. In Lucania l´aveva fondato zio Valentino, con altri giovani
antifascisti. Altri antifascisti – giovani o meno giovani – l´avevano fondato
in tutta Italia. Il Partito d´Azione veniva fuori da una tradizione degnissima.
Dal gruppo di "Giustizia e Libertà"; che era stato fondato da Carlo e
Nello Rosselli, due meravigliosi antifascisti fiorentini, che il Fascismo aveva
fatto uccidere: esuli in Francia. Il Partito d´Azione è stato l´unico gruppo
politico organizzato a fare del vero attivo antifascismo, durante il ventennio,
accanto al Pci. I suoi rappresentati avevano fondato il Non Mollare, quando
tutti mollavano. Poi andarono, uno dopo l´altro, in galera e ci rimasero per un
bel po´. Ernesto Rossi, l´economista ( autore di Abolire la miseria; I padroni
del vapore, Settimo non rubare) anche per tredici anni di fila.
Chi ha fatto la resistenza? Due gruppi politici: i comunisti e gli
"azionisti" (che venivano anche chiamati sprezzantemente
"visipallidi" perché non avevano la faccia contenta e biscottata alla
Berlusconi). In che cosa gli "azionisti" erano diversi dai comunisti?
In questo: volevano la
Giustizia, ma volevano anche la Libertà.
Benedetto Croce diceva che non era possibile. Che se tu vuoi
proprio la Giustizia,
l´Uguaglianza, finirai fatalmente col rinunciare alla libertà. Farai la fine
della Russia di Stalin. Gli "azionisti" erano fermamente avversi alla
Russia di Stalin. Mai, neppure per un momento, cedettero alle fiabesche
sciocchezze che sulla Russia comunista i comunisti italiani allora dicevano. E che
si sono dimostrate sanguinosamente false.
Questo li rendeva invisi a Dio ed ai nimici sui. Ai conservatori come ai
comunisti ortodossi (con i quali conservarono però sempre un rapporto di
affettuosa, rissosa familiarità). Nel Partito d´Azione militavano tutti (o
quasi tutti) gli intellettuali italiani di quegli anni. Quelli grandi, di cui
non ti faccio i nomi perché non ti direbbero nulla (De Ruggiero, Omodeo, Arturo
Carlo Jemolo, Calamandrei, Codignola) e tanti altri più piccoli. Anche per
questo, anche per questo prestigio, il Partito d´Azione ebbe subito fortuna, in
tutto il Paese. Che aveva contribuito a liberare dai fascisti e dai nazisti.
Pensa che a Rionero, paesino di dodicimila abitanti, la sezione fondata da zio
Valentino contava seicento iscritti. Poi cosa accadde? Accadde che questi
intellettuali si misero a litigare fra di loro. Arrivò la scissione, consumata
in un dolorosissimo, drammaticissimo congresso a Roma, al Teatro Italia (che si
trova intorno a Piazza Bologna).
Il Partito d´Azione si sciolse. I suoi rappresentati più bravi si distribuirono
tra i vari partiti della sinistra italiana. E vi hanno fatto le cose migliori.
Cosa sarebbe stato il Partito Repubblicano italiano senza Ugo La Malfa? Cosa sarebbe stato il
Partito Socialista italiano (quello di Nenni, non quello attuale di Craxi)
senza Riccardo Lombardi? E questi nomi forse ancora dicono qualcosa (spero) a
quelli della tua generazione.
Il Partito d´Azione si sciolse, ma non si dissolsero nel nulla i suoi
componenti: anche quelli più piccoli, in ogni senso. Continuarono ad operare
nella società civile, dentro e fuori i partiti, dentro e fuori le Università,
dentro e fuori i sindacati. Mai rassegnandosi all´ondata di restaurazione che
intanto era arrivata. La prima delle tante ondate di restaurazione che di tanto
in tanto affliggono il nostro Paese. Ondata di restaurazione propiziata da un
enorme imperdonabile errore del Partito comunista di allora: presentandosi come
paladino della Russia di Stalin – che aveva impiccato abbondantemente, che
continuava ad impiccare allegramente – i comunisti resero più agevole
l´inondazione democristiana del 18 aprile 1948. Inondazione che perdura; dalla
quale cerchiamo faticosamente di riemergere.
Fra quegli "azionisti" c´era anche il tuo papà: piccolo, piccolissimo
allora; piccolo, piccolissimo sempre. E che non ha mai dimenticato quel giorno
lontano. Quando la notizia ufficiale dello scioglimento arrivò. Quando la
sezione del Partito d´Azione di Rionero fu chiusa. Quando quelle bandiere
gloriose, ardimentose (le bandiere del Partito d´Azione erano rosse, con lo
stemma di G. iustizia e L. ibertà) nel mezzo: gli azionisti si chiamavano
"compagni") si ammonticchiarono nel cortile della nonna: dove erano
state portate amorosamente da zio Valentino. E poi furono mandate al macero.
Mai dimenticato.
Perché morì il Partito d´Azione? Ce lo si è chiesto molte volte. Dedicò
all´interrogativo le sue riflessioni Palmiro Togliatti. Forse abbiamo una
spiegazione. Che potrebbe interessare l´antropologo. Morì perché terribilmente
astratto. Composto da intellettuali, aveva l´intellettualistica convinzione che
gli uomini fossero fatti di sola razionalità. E che quindi bastasse fare
appello alla loro ragione per convincerli a votare. Gli uomini (tutti gli
uomini e tutte le donne: anche noi, non solo "gli altri") sono fatti
anche di miti, di pulsioni profonde e inconfessabili, di ambizioni, di
interessi. In una cosa invece il Partito d´Azione aveva ragione. Così come «non
si fa la poesia con i sentimenti, ma con le parole» (l´ha detto Paul Valery)
non si costruisce la società giusta con i sentimenti, siano pure i più nobili,
ma con le articolazioni istituzionali.
Ed è questo che avrei voluto dire agli studenti dell´Università di Roma; è
questo che vorrei dire a tutti coloro che stanno dentro a questo dibattito
sulla nuova sinistra da costruire: a quelli del no, a quelli del sì, a quelli
del forse. Lo avrei detto – tanto per cambiare – nella forma di un raccontino.
Che si riferisce anch´esso – tanto per non cambiare – alla mia
"infanzia" lucana. Il racconto ha una premessa. La seguente. Non è
che sia venuta meno in noi la voglia di volare. Negli "azionisti" non
viene mai meno. E adesso tu sai che tuo padre è un "azionista": non
nel senso finanziario del termine, fortunatamente. No, la voglia di volare
alto, di non strisciare per terra, di non vegetare, è sempre quella. Ma come si
fa a volare? Quand´eravamo ragazzi, a Potenza, ci pensavamo sempre, talvolta ne
parlavamo. Una volta, passeggiando passeggiando, ci trovammo sul ponte di
Montereale, che è altissimo e maestoso. Uno di noi, che si chiamava Brucoli – e
quindi era della dinastia dei gelatai di Potenza, e quindi apparteneva alla
buona società potentina – ad un certo punto si affacciò dalla spalletta del
ponte, guardò in giù (cinque metri di altezza). Poi prese il suo bastone – si
poteva permettere di andare in giro con un bel bastone liberty fra le mani – e
lo buttò. Poi chiese a noi – che con lui ci eravamo affacciati a guardare nella
valle sottostante – ha volato il mio bastone? Si è fatto forse male? E allora
volerò anch´io. Si buttò giù, e si ruppe tutte e due le gambe.
La voglia di volare – generosa e legittima – che animava i comunisti classici,
che anima oggi alcuni gruppi di studenti, rassomiglia a questa. Non porta da
nessuna parte. Solo ai disastri, personali o collettivi. Abbiamo imparato poi a
volare. Ma rispettando le leggi di gravità, non violandole. Ma rassegnandoci ad
essere – paradossalmente – più pesanti dell´aria, senza illuderci di poter mai
diventare più leggeri. Ma costruendoci dei dispositivi artificiali e complessi:
estremamente artificiali, estremamente complessi. Che non ci danno la
soddisfazione del volo umano, ma ci fanno andare per aria, a rispettabile
velocità.
E non è questa la civiltà, non è questo il progresso? La civiltà è una continua
costruzione di protesi, un assiduo artigianato ortopedico. Per correggere
l´inuguaglianza di partenza nel senso dell´uguaglianza; per correggere le
ingiustizie di base nel senso della giustizia. Non ci si può aspettare che la
libertà di stampa arrivi solo perché da qualche parte qualcuno si illude di
aver costruito, o trovato, o inventato l´"uomo nuovo". Solo perché è
stato eliminato il capitalismo. Come pensavano i comunisti dell´altro ieri.
Come pensavano quegli studenti di ieri. Questo vale a maggior ragione per la
libertà di stampa: che si costruisce – e si custodisce – non con gli esorcismi
verbali all´indirizzo del capitalismo, ma con un artigianale lavoro di
revisione delle leggi. Tenendo conto di resistenze, inerzie, interessi,
eccetera.
Cara Barbara, non sono sicuro che questi uomini di sinistra del
"forse" siano migliori di quelli del "sì", e di quelli del
"no". Però sono la mia cultura, la mia biografia, la mia storia,
hanno qualcosa del vecchio (e mai morto) spirito azionista. Provarci sempre,
non cedere mai. Senza paura di fare. Senza paura di sbagliare.
Un abbraccio
dal tuo papà
Roma, domenica 11 febbraio 1990
http://www.repubblica.it 08-02-2010

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