Quando manca la coscienza
Lo scandalo esiste solo quando la magistratura interviene: qui è il male italiano che precede Berlusconi, e per questo è urgente pensare la morale pubblica.
Vale la pena meditare su cosa significhi precisamente
partito degli onesti, visto che a proporlo è stato il nuovo segretario del Pdl.
Ossia della formazione che sin qui non aveva la rettitudine come stella polare.
Può darsi che Alfano abbia emesso un mero suono, un flatus vocis senza rapporto
alcuno con la realtà, ma i realisti che credono nella consistenza delle parole
hanno tutto l'interesse a ripensare vocaboli come onestà, morale pubblica,
virtù politica.
A meno di non essere incosciente, il ministro della Giustizia non può infatti
ignorarlo: i passati diciassette anni non sono stati propriamente intrisi di
probità (lui stesso ne è la prova vivente, avendo aiutato Berlusconi a inserire
nella manovra economica un codicillo ad personam, che tutelando il premier
dalla sentenza sul Lodo Mondadori nobilita a tutti gli effetti il concetto di
insolvenza nel privato).
Alle spalle abbiamo un'epoca corrotta, molto simile al periodo dei torbidi che
Mosca conobbe fra il XVI e il XVII secolo, prima che i Romanov salissero al
trono e mettessero fine all'usurpazione di Boris Godunov.
Meditare sull'onestà dei politici significa che da quest'epoca usciremo - se ne
usciremo - a condizione di capire in concreto cosa sia la morale pubblica, e
come la sua cronica violazione abbia prodotto una propensione al vizio quasi naturale,
che va ben oltre la disubbidienza alle leggi. Soprattutto, significa guardare
al fenomeno Berlusconi come a qualcosa che è dentro, non fuori di noi: la
cultura dell'illegalità, i conflitti d'interesse vissuti non come imbarazzo ma
come risorsa, non sono qualcosa che nasce con lui ma hanno radici più profonde,
non ancora estirpate.
Sono un male italiano di cui il premier è il sintomo acutizzato: chiusa la
parentesi non l'avremo curato ma solo preteso d'averlo fatto. L'inferno non
sono gli altri, ogni giorno lo constatiamo: dal dramma dei rifiuti a Napoli
alle vicende che scuotono il partito di Bersani e D'Alema.
Il fatto è che ci stiamo abituando a restringere la nozione di morale pubblica.
L'assimiliamo a una condotta certamente cruciale - l'osservanza
delle leggi, sorvegliata dai tribunali - ma del tutto
insufficiente. Perché esistano partiti onesti, altri ingredienti sono
indispensabili: più personali, meno palpabili, non sempre scritti. Attinenti
alle virtù politiche, più che a un dover-essere codificato in norme scritte.
Precedenti le stesse Costituzioni.
Di che c'è bisogno dunque, per metter fine alla leggerezza del vizio che
riproduce sempre nuovi boiardi e nuovi disastri trasversali come la monnezza
napoletana e la corruttela? Gli ingredienti mancanti sono sostanzialmente due:
una memoria lunga della storia italiana, e un'idea chiara di quelle che devono
essere le virtù politiche a prescindere dalle norme scritte nel codice penale.
La memoria, in primo luogo. Non si parla qui di un semplice rammemorare. Le
celebrazioni ci inondano e forse anche ci svuotano; esistono date che evochi
continuamente proprio perché sono stelle morte. Per memoria intendo la
correlazione stretta, e vincolante, tra ieri e oggi: ogni atto passato (come
ogni omissione) ha effetti sul presente e come tale andrebbe analizzato.
Diveniamo responsabili verso il futuro perché lo siamo del passato, di come
abbiamo o non abbiamo agito. Il ragionamento di Tocqueville sull'individuo
democratico vale anche per le sue azioni, specialmente politiche: la
"catena aristocratica delle generazioni" viene spezzata, e lascia
ogni anello per conto suo. Così come avviene per l'individuo, l'atto
- sconnesso dalla vasta trama dei tempi - "non deve più
nulla a nessuno, si abitua a considerarsi sempre isolatamente (...) Ciascuno
smarrisce le tracce delle idee dei suoi antenati o non se ne preoccupa affatto.
Ogni nuova generazione è un nuovo popolo (...) La democrazia non solo fa
dimenticare a ogni uomo (a ogni azione) i suoi avi, ma gli nasconde i suoi
discendenti e lo separa dai suoi contemporanei: lo riconduce incessantemente a
se stesso e minaccia di rinchiuderlo per intero nella solitudine del suo
cuore".
La citazione si applica perfettamente alla calamità napoletana. Sono settimane
che i leghisti sbraitano, negando la solidarietà con una città che precipita.
Se la memoria funzionasse, non potrebbero. Dovrebbero dire, a se stessi e agli
italiani, la verità: se Napoli e la
Campania sono diventate un'immensa mefitica discarica di
rifiuti tossici e non tossici, è perché il Nord da vent'anni ha perpetuato
quello che Tommaso Sodano, ex senatore e oggi vice di de Magistris, chiama lo
"stupro del Sud": una "specie di guerra etnica, giocata con
l'arma del rifiuto, alimentata dalla camorra, ma anche da una catena di
falsificazione e di enti di controllo assenti". Il Nord è responsabile di
quanto avviene a Sud, quali che siano le colpe delle amministrazioni campane.
La sua industrializzazione ha prodotto rifiuti tossici smaltiti senza trattamento
nel Sud, sancendo con la connivenza di clan camorristi la morte del
Mezzogiorno, e avvelenando uomini, animali, fiumi, piantagioni (Tommaso Sodano,
La Peste,
Rizzoli 2010).
Il secondo ingrediente, essenziale, è la virtù personale del politico.
Indipendentemente dal codice penale, essa dovrebbe escludere frequentazioni di
mafiosi, connivenze con personaggi come Cosentino, assuefazione infine alla
droga che è il conflitto d'interessi. Piano piano cominciamo a capire come mai,
sul conflitto d'interessi berlusconiano, la sinistra non ha mai fatto nulla,
anche quando governava: il conflitto era droga anche per lei. Come definire
altrimenti il caso Franco Pronzato? Ecco infatti un uomo, vicinissimo ai
vertici Pd, che nello stesso momento in cui agiva nel consiglio
d'amministrazione dell'Enac (Ente nazionale per l'aviazione civile), era
coordinatore nazionale del trasporto aereo nel Pd. Pronzato ha percepito
tangenti sulla rotta Roma-Isola d'Elba e il suo corruttore, Morichini, ha fatto
favori finanziari a D'Alema. "L'incarico pubblico assegnato senza neppure
mascherare la sua finalità lottizzatoria viene notato ora solo perché Pronzato
va in carcere", ha scritto Gad Lerner su Repubblica (30 giugno).
Lo scandalo esiste solo quando la magistratura interviene: qui è il male
italiano che precede Berlusconi, e per questo è urgente pensare la morale
pubblica. Il mondo si rimette nei cardini così: individuando il punto dove la
legge non arriva, e però cominciano le indecenze, le cattive frequentazioni, la
triviale leggerezza del politico. Non tutte le condotte sono perseguibili
penalmente (il doppio incarico di Pronzato non è illegale) ma politicamente non
denotano né probità né prudenza: due virtù fra loro legate. Si parla di
giustizialismo, del potere dei giudici sulla politica. Se questo accade, è
perché la morale pubblica ha come unico recinto la magistratura, e non anche la
coscienza.
Borsellino ha detto, in proposito, cose che restano una bussola: "La
magistratura può fare solo un accertamento giudiziale. Può dire: ci sono
sospetti, anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica (...) Però siccome
dalle indagini sono emersi fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i
politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè
i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da
certe vicinanze tra politici e mafiosi". Se le conseguenze non sono state
tratte, "è perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza".
(La presenza di grossi sospetti) "dovrebbe quantomeno indurre, soprattutto
i partiti politici, non soltanto a essere onesti ma a apparire onesti, facendo
pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi
o da fatti inquietanti anche non costituenti reati". Era questo il fresco
profumo di libertà che augurava all'Italia, prima d'esser ammazzato. Non era
flatus vocis, il suo, anche se è stato preso per tale da un'intera classe
politica.
Dopo Berlusconi, la morale pubblica sarà da reinventare: non uscirà come
Afrodite dalle acque. S'imporranno farmaci forti, perché gli italiani osino
fidarsi del Politico. Oggi non si fidano: i No-Tav pacifisti di Val di Susa
dicono questo. Possiamo sprezzarli, possiamo denunciare la sindrome Nimby (Not
In My Backyard, "non nel mio cortile"). Ma non senza dire, prima, che
tutti soffrono la stessa sindrome, a cominciare dal Nord di Bossi.
http://www.repubblica.it (06 luglio 2011)

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