Quando l’economia guarda al futuro ma non vede il presente
Klaus Schwab, fondatore e presidente del World Economic Forum sembra convinto che la mancanza d’etica nel ricco occidente sia la radice di tutti i nostri mali economici
Quest’anno i personaggi di spicco a Davos non provengono dal
mondo dello spettacolo (come dimenticare agli inizi del 2000 la presenza di
Sharon Stone) né dall’alta finanza, settore che per anni ha dominato la scena
di questo villaggio alpino, ma dai luoghi di culto religioso dove negli ultimi
14 mesi la gente ha cercato conforto e protezione dalla crisi economica. A
chiudere la cinque giorni sull’economia e le sorti del mondo sarà infatti Rowan
Williams, l’arcivescovo di Canterbury. Ed è molto probabile che il suo discorso
riprenderà temi già toccati dall’enciclica del Papa, Caritas in Veritate.
Tema del quarantesimo incontro del World Economic Forum Annual, che si apre
oggi, sarà «Migliorare le condizioni del mondo: ripensamenti, ristrutturazione
e ricostruzione». Titolo sufficientemente vago per farci entrare sei sottotemi:
come rafforzare il sistema di sicurezza sociale, assicurare un’economia
sostenibile, rafforzare la sicurezza, creare una struttura di valori etici e
costruire istituzioni che funzionano. Ad aiutare gli organizzatori del forum a
scegliere come argomento il rapporto tra etica ed economia è stata un’indagine
condotta su Facebook alla quale hanno partecipato 130.000 iscritti provenienti
dai Paesi del G20. I risultati erano del tutto prevedibili: soltanto un quarto
degli intervistati crede che le grandi multinazionali seguano un codice di
comportamento etico negli affari. Il 40% è però convinto che sia più facile
trovarlo nella gestione della piccola e media impresa e circa la metà dei
residenti in Francia, Germania, Turchia, India, Indonesia, Israele, Messico,
Arabia Saudita, Sud Africa e Stati Uniti pensa che esitano valori etici
universali, applicabili quotidianamente nel mondo degli affari.
Il campione statistico del pianeta fornito da Facebook conferma i risultati del
«World Economic Forum’s Faith and Global Agenda: Values for the Post-Crisis
economy», uno studio condotto durante il 2009 sul ruolo che la fede svolge nel
mondo degli affari. Secondo questo documento due terzi della popolazione del
villaggio globale attribuisce la recessione alla crisi di valori che affligge
l’umanità, alla fonte insomma c’è un problema etico dal quale sgorga quello
economico.
Klaus Schwab, fondatore e presidente del World Economic Forum sembra convinto
che la mancanza d’etica nel ricco occidente sia la radice di tutti i nostri
mali economici ed infatti quest’anno si sentirà la presenza massiccia delle
economie emergenti, tra le quali in primo piano il Sud Africa. «Il sistema
attuale non ha adempiuto agli obblighi nei confronti di tre miliardi di
persone. La nostra cultura civica, politica ed economica deve essere
trasformata per porre fine a questa discriminazione». Naturalmente con questa
frase Schwab si riferisce a quella fetta di popolazione che non conosce neppure
il significato della parola neo-liberista e che non è a conoscenza
dell’esistenza del Forum di Davos, che questa dottrina, per almeno dieci anni,
l’ha celebrata ostentatamente con i super ricchi e super famosi personaggi del
villaggio globale.
Gli fa eco l’arcivescovo di Canterbury, da sempre critico nei confronti dei
neo-liberisti, una figura imponente nella lotta contro la celebrazione del
mercato. Rowan Williams giustamente si domanda «che tipo di economia è quella
al servizio della famiglia e della società, un’economia che offre sicurezza ai
cittadini, inclusi coloro che non possono contribuirvi in termini di profitti
accumulati o produzione industriale». Ma è difficile che la risposta provenga
da Davos. L’esperienza degli anni passati, l’ostentazione della ricchezza dei
capitani d’industria, la celebrazione del credo liberista e l’appoggio che
questa classe di nuovi ricchi ha dato alla follia di Bush non sono certamente
le premesse giuste.
Davos nasce con l’intento di guardare al futuro, di offrire attraverso il
network, il sistema di contatti e conoscenze, una finestra sul domani a
disposizione del mondo degli affari e di quello dell’economia. Oggi sarebbe
però ridicolo descriverlo in questi termini, il discorso sull’etica e gli
affari andava fatto nel gennaio del 2007, pochi mesi prima del primo crollo dei
mutui subprime. Meglio invece descrivere quest’incontro annuale come una
diapositiva del mondo in cui viviamo, un’istantanea degli errori ma anche delle
conquiste della societa’ globalizzata. Tra queste c’è sicuramente la presenza
quest’anno di un intellettuale della portata dell’arcivescovo di Canterbury.
Ma, c’è da domandarsi, abbiamo bisogno di questa foto?
Coloro che da anni mettono in guardia contro la pericolosa
tendenza neo-liberista del Forum di Davos ne farebbero volentieri a meno. Tra
questi «Public Eye on Davos», un’organizzazione creata nel 2000 dalla sezione
svizzera di Greenpeace e dalla Dichiarazione di Berna, una Ong che monitora il
comportamento etico delle imprese svizzere. «Public Eye on Davos» premia ogni
anno la peggiore impresa in termini di contaminazione dell’ambiente e di etica
negli affari. Durante la cerimonia dello scorso anno, la deputata socialista
Leutenegger ha fatto riflettere la platea sul costo del Forum di Davos per il
contribuente svizzero, circa 8 milioni di franchi svizzeri in sussidi per
garantire la sicurezza. Secondo le sue stime però il costo totale è molto più
alto e si aggira intorno ai 20 milioni di franchi svizzeri. Nel calcolo sono
inclusi i 5 mila soldati di stanza a Davos durante la settimana del Forum,
l’aviazione, che insieme a quella austriaca, ne pattugliano i cieli e la
polizia, presa in prestito, dagli altri cantoni.
A queste cifre vanno aggiunti i contributi dei partecipanti al Forum. Le mille
società più ricche al mondo, che fanno parte del World Economic Forum, donano
annualmente circa 40 milioni di franchi svizzeri all’organizzazione che in
Svizzera è una fondazione filantropica. In totale, incluso i costi di
partecipazione a Davos e le donazioni una tantum le entrate del Forum ammontano
a circa 100 milioni di franchi svizzeri. Per questa cifra, viene spontaneo
pensare che almeno negli ultimi tre anni, il World Economic Forum avrebbe
potuto contribuire di più a chiarirci le idee sulle cause della crisi
economica.
Ma è ormai chiaro che quest’istituzione ha perso il carattere indipendente e
critico che possedeva in passato ed ha finito per essere condizionata dalle
mode del momento. Se questo è vero c’è da domandarsi se anche il sistema di
relazioni che la sostiene continua ad offrire a chi vi partecipa buone e
durature opportunità d’investimento.
Altre organizzazioni, che hanno lo scopo di offrire una visione spassionata e
oggettiva del mondo in cui viviamo, stanno nascendo. Tra queste c’è «Ted», una
fondazione filantropica americana con lo scopo di diffondere idee nuove nel
mondo attraverso conferenze via internet. Queste sembrano più adatte del World
Economic Forum a descrivere i cambiamenti in atto e le opportunità del futuro.
È possibile che il modello creato da Schwab quarant’anni fa sia ormai obsoleto
e che la crisi del credito, la recessione e la risposta dei governi a queste
calamità ne siano la conferma? Nel clima attuale solo un miracolo potrà farci
rispondere negativamente a questa domanda.
Per gentile concessione della rivista Il Caffé
http://www.unita.it 27 gennaio 2010

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