Quando a Milano c'erano i furbetti della monnezza
Negli anni Novanta il capoluogo lombardo rischiò il collasso-spazzatura. Ma con uno spregiudicato artificio burocratico i rifiuti "urbani" si trasformarono in rifiuti "speciali" e furono smaltiti fuori dalla Lombardia, in impianti localizzati in varie regioni italiane
Se fior di tecnici che stimo e rispetto non sono riusciti a
venire a capo della catastrofe della munnezza napoletana, non sono
certo così pazzo da pensare di risolverla dal comodo salotto di casa (dove
peraltro stazionano ben cinque pattumiere separate per la
raccolta differenziata). Non intendo neppure pronunciare la parola
“inceneritore”, onde evitare che la mia casella mail venga bombardata di spam
dai grillini di tutta Italia e il sito de lavoce.info venga sommerso dagli
strepiti di indignados e anime belle.
Forse, però, prima che qualcuno pensi di indire un referendum anche per la monnezza,
una ripassatina alla storia recente farebbe bene a quanti – politici, esperti
(veri e fai-da-te), semplici cittadini – stanno in questi giorni assistendo
all’ennesima puntata della tragicommedia partenopea.
SMALTIMENTO DI RITO AMBROSIANO
Qualcuno ricorda ancora, per esempio, che negli anni Novanta
una crisi simile a quella napoletana fu vissuta da Milano. La leggenda dice
che, con un soprassalto di meneghina efficienza, la “capitale morale” si
rimboccò le maniche, e in poco tempo mise all’opera un sistema integrato
basato sulla raccolta differenziata e il riciclo, ricorrendo – solo per lo
stretto tempo necessario – alla solidarietà delle regioni amiche. Ma non andò
proprio come ce la raccontano.
Il comune di Milano per gestire il rifiuto realizzò un impianto di selezione,
compostaggio e produzione di cdr (combustibile derivato da rifiuti) – più o
meno come quelli che sono stati realizzati a Napoli, e non hanno funzionato
perché non sono stati in grado di ottenere un compost e un cdr
davvero riutilizzabili. Nemmeno Milano ci riuscì, peraltro. Del compost e del
cdr che uscirono dall’impianto realizzato sull’area ex-Maserati non fu mai
recuperato nemmeno un grammo. Quel compost e quel cdr invenduti, ormai
diventati “rifiuti speciali”, potevano però essere legalmente
smaltiti in impianti autorizzati collocati ovunque, e presero la strada del
Friuli, della Puglia, della Campania, dovunque ci fossero discariche
autorizzate per rifiuti industriali.
Anche sul destino del 30 per cento raccolto con la differenziata non metterei
la mano sul fuoco: chiunque operi nel settore di rifiuti sa che dei materiali
raccolti in modo differenziato si recupera una frazione tanto più grande quanto
più il materiale è conferito in modo ordinato e pulito, mentre la frazione di
scarti è tanto più alta quanto più la raccolta viene improvvisata
(e Milano la improvvisò in poche settimane). Anche quegli scarti, tuttavia,
sono rifiuti speciali, che potranno essere smaltiti presso qualunque operatore
autorizzato, e dunque non rientrano più nella contabilità della gestione del
rifiuto urbano, la quale si esaurisce nel momento della cessione al soggetto
che dichiara di avviarli al recupero.
RIFIUTI URBANI E SPECIALI
Il meccanismo era perfettamente legale nella forma, anche se
ben lontano dallo spirito del cosiddetto “principio di prossimità e
autosufficienza”, in base al quale i rifiuti urbani devono essere trattati nel
territorio che li ha prodotti: i rifiuti urbani, appunto
(circa 32 milioni di tonnellate, in Italia). Per quelli speciali
(107 milioni di tonnellate), ossia i rifiuti prodotti dalle attività
commerciali e industriali, vale l’obbligo di affidarli ad operatori
autorizzati, ma non il principio di prossimità; se si tratta di materiali
almeno teoricamente destinati al recupero, è del tutto lecito smaltire in
Calabria o in Danimarca un rifiuto speciale prodotto da un’azienda veneta o
marchigiana.
In sé e per sé, niente di male, se non fosse che Milano prima, ma ancor oggi
moltissimi operatori del Centro e del Nord, un po’ per necessità, un po’ per
convenienza, hanno fatto largo ricorso alla pratica di realizzare impianti di
cosiddetto “riciclaggio”, che in realtà non riciclano un bel nulla, ma trasformano
i rifiuti urbani in una merce teoricamente destinabile alla vendita, che poi
però non vuole nessuno. Se un produttore di mozzarelle non riesce a vendere il
suo prodotto prima della data di scadenza, questo diventa un rifiuto speciale
da smaltire. E il cdr e il compost milanesi, come tante mozzarelle scadute,
presero a girare per l’Italia come rifiuto speciale, eludendo il vincolo
territoriale. Un trucco degno di Totò e Peppino, che per una
volta sono stati i milanesi a insegnare ai napoletani.
SPAZZATURA CHE PUZZA UN PO’ MA RENDE BENE
Ma poi si può raffinare ulteriormente il gioco. Prendiamo il
compost (da rifiuti indifferenziati): è di qualità così bassa che nessuno lo
vuole. Ma supponiamo che, invece di collocarlo in discarica
come dovrebbe, il suo detentore stipuli un accordo con aziende agricole
compiacenti; anzi, supponiamo che se le comperi proprio (al Sud, ma anche al
Nord, sono molti i terreni agricoli in via di abbandono, in vendita per un
tozzo di pane). Li compera, finge di coltivarli, e dunque li concima col suo
compost di bassissima qualità, e incassa pure i contributi europei.
E già che c’è, perché fermarsi? In quel compost potrebbe mescolare qualche po’
di altri rifiuti, magari di notte, dopo che un tecnico ha certificato che di
compost si tratta. Lo stesso si può fare con molte altre “materie seconde”
recuperate nel ciclo dell’edilizia, nelle massicciate, nelle barriere
antirumore, per citarne solo alcune. Forme di recupero lecite e meritevoli, si
intende: finché qualche manina discola non interviene a mischiare le carte.
Mi fanno sinceramente sorridere le prese di posizione degli amministratori
del Nord che oggi strepitano indignati dicendo di “essersi stufati” di
venire in soccorso dei napoletani. Ai quali il giochetto (di trasformare gli
urbani in speciali) non può riuscire, anche perché nel frattempo tutte le
discariche d’Italia sono state riempite di rifiuti (milanesi e più in generale
del Nord). Quindici anni fa, una discarica in Lombardia costava già 150 euro
per tonnellata o più, e al Sud 10 o 20 volte meno. Ora la pacchia è finita, e
anche al Sud la discarica è divenuta merce rara.
Il Nord non è senza peccato, insomma, e farebbe bene a non dimenticare dove i
suoi rifiuti sono veramente andati a finire per almeno dieci anni, e in parte
continuano tuttora. Vero è che il tempo guadagnato con il giochino
servì a Milano per pianificare e realizzare con calma gli impianti di cui oggi
può ben andare fiera, e che – oggi sì – possono permetterle di affermare a
testa alta di aver risolto i problemi chiudendo la filiera: riciclando,
recuperando, bruciando per produrre energia, se non azzerando
riducendo in modo sostanziale la dipendenza dalle discariche.
Per realizzare quegli impianti e mandare a regime le soluzioni che
caratterizzano un moderno sistema integrato di gestione ci vollero molti anni.
Non bastano sei mesi, e solo un ciarlatano poteva pensare che a Napoli ci si
potesse arrivare per la scorciatoia del commissariamento e
degli impianti presidiati dall’esercito, senza pensare a dove metterli nel
frattempo. Già detto, già scritto troppe volte su queste colonne, già
verificato sulla pelle dei cittadini. Cos’altro resta da aggiungere?
Ma a Napoli, forse, si prenderà un’altra strada. Pare che ad istruire la nuova
giunta su cosa fare sia venuto un guru da San Francisco:
quella città che sta facendo credere al mondo intero che i suoi rifiuti vengono
riciclati al 75 per cento. Ora, sarebbe interessante che ci si raccontasse cosa
accade veramente a quel 75 per cento “riciclato”. Esso viene raccolto con una
differenziata multimateriale (ossia: tutti gli imballaggi e i
materiali riciclabili vengono messi in un unico contenitore) che avvia il
raccolto a un impianto di selezione dove il tutto viene separato, un po’
meccanicamente, un po’ a mano. Quel che ne risulta sono materiali teoricamente
riciclabili, per cui anche in America escono dalla contabilità del
rifiuto. Ma mi ha detto un uccellino che buona parte di quelle “materie
seconde” un mercato lo trova sì, ma in estremo Oriente. Totò e Peppino, dalla
tomba, sorridono …
http://www.lavoce.info 28.06.2011

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