Prendetela con filosofia
Se Montaigne diventa un maestro zen
Può apparire singolare che, proprio all´alba della modernità, la filosofia si
presenti come una sorta di manuale di istruzioni per gente comune. Quel
counseling filosofico – ovvero come si leniscono le pene dell´anima – oggi così
diffuso tra i pensatori alla De Botton e negli aforismi di Osho, ha all´origine
un responsabile di tutto rispetto: Michel de Montaigne. Mentre si annuncia per
Bompiani una nuova edizione, curata da Fausta Garavini, dei suoi Saggi, esce
una biografia piuttosto esaustiva, e iperpremiata, grazie alla quale il più
disincantato filosofo cinquecentesco torna a far parlare di sé e a insegnarci
"come vivere".
Già, perché è questo il suggerimento che si cela nella lettura che dei Saggi ci
fornisce Sarah Bakewell. L´autrice inglese nel suo libro Montaigne, l´arte di
vivere (in uscita per Fazi dopo essere stata un successo in Inghilterra e Stati
Uniti) si interroga sui molteplici modi con cui Montaigne consiglia e istruisce
il lettore. Si tratta spesso di regole conviviali, di avvertimenti, di vere e
proprie attenzioni per l´altro e di cura del sé. Così almeno cominciarono a
leggerlo i suoi contemporanei: come un "breviario" sulla felicità
possibile. Quando i Saggi furono pubblicati, nel 1580, Montaigne aveva 47 anni.
Le pagine del suo lavoro sembravano scaturire da un ininterrotto flusso di
coscienza: tutto quello che attraversava la testa del filosofo divenne oggetto
di narrazione. Ma, al tempo stesso, l´attrazione che egli provava per il mondo
lo spinse a prestare attenzione alle cose. Con la stessa intensità si muoveva
fra introspezione e realtà esterna. Niente ai suoi occhi era definitivo,
stabile, inappellabile. Una prosa liquida e sfuggente avvolgeva i suoi racconti
quotidiani. Nessun privilegio accordava allo sguardo dell´osservatore. Che
poteva essere impreciso e altrettanto mutevole: «Non descrivo l´essere»,
annotò. «Descrivo il passaggio: non un passaggio da un´età a un´altra, ma di
giorno in giorno, di minuto in minuto». Non era questa la vita nella sua
sfuggente esistenza? E come porvi rimedio, come migliorarne il carattere, come
consolarla?
Montaigne, da buon scettico, non credeva, fino in fondo, alle virtù della
parola, ma al tempo stesso intravide nella scrittura una possibile via di
salvezza per l´uomo: un apprendistato che nasceva dall´essere testimoni di
qualcosa che accade, che ci colpisce e ci turba. Il successo immediato dei
Saggi fu dovuto in larga parte al tono basso e colloquiale con cui il filosofo
parlava di sé. Raccontava la propria esperienza senza mettersi troppo al di
sopra né al di sotto del lettore. Quel suo Diario, apparentemente caotico,
senza un vero inizio né una conclusione, riportava le sensazioni più recondite,
le emozioni più vive, le notazioni più strane. Ma tutto veniva calato in
un´etica soffice e leggera. Priva di quel fanatismo di cui le virtù a volte
amano servirsi.
Montaigne aveva letto i classici antichi, si era forgiato sul pensiero stoico e
su quello scettico. Fece propria la massima di Epitteto: «Non devi cercare che
gli avvenimenti vadano come vuoi, ma volere gli avvenimenti come avvengono: e
vivrai sereno». Aveva compulsato Plutarco e, in particolare, le Vite parallele.
Ne aveva ripercorso i pensieri, imitato lo stile, copiato intere frasi, quando
il plagio non era un reato, ma un riconoscimento verso la tradizione e il
passato. La sua Biblioteca, nel castello di famiglia, era il luogo dove più
volentieri amava passare il proprio tempo. Attraverso il resoconto di alcuni viaggiatori
scoprì il Nuovo Mondo. Fu attratto dalle ricostruzioni che delle Indie
fornirono Francisco López de Gómara e Bartolomé de Las Casas. Si appassionò ai
racconti sul Brasile di Jean de Léry. Fu grazie a questi autori che cominciò ad
avvertire il fastidio per la pretesa superiorità degli europei: relativizzò il
mondo in un mondo che cercava gli assoluti.
Il periodo in cui Montaigne visse fu attraversato dagli orrori delle guerre di
religione. Segnato dagli scontri tra protestanti e cattolici. Erano anni di
intrighi, di vendette di sangue, di rivolte e di repressioni. Per il mite e
disincantato pensatore lo scenario si presentava tra i più cupi. Se poi al
fanatismo si aggiungono le carestie e la peste, si ha la quasi certezza che
qualcosa di apocalittico si era abbattuto su quelle terre. Eppure, il lettore
dei Saggi avvertirà solo un´eco lontana di quegli atroci avvenimenti. Su tutto
si impone la difesa e l´elogio della vita comune. Come se egli preferisca
piegarsi e schivare quel vento impetuoso di tragedie che tirava sulla Francia
del Cinquecento.
Montaigne era un uomo nobile e ricco. Intraprese e portò a compimento studi di
Legge, fu Magistrato e poi sindaco di Bordeaux. La città che gli aveva dato i
natali. Ma non amava gli incarichi, ancorché prestigiosi. La sola cosa che lo
interessava davvero era raccontare se stesso. Quello che vide fu l´imperfezione
umana, le vanità, il ridicolo di cui spesso l´uomo si ricopriva. E da scettico
ne accettò le conseguenze. Si capisce, allora, perché dopo il successo iniziale
Montaigne fu criticato, maledetto, osteggiato. Cartesio e Pascal furono
ossessionati dai veleni del suo scetticismo. Port Royal spinse la Chiesa a mettere i Saggi
all´Indice dei libri proibiti. E lì restarono per quasi due secoli. Diderot e
Rousseau provarono a farne nuovamente un maestro. I romantici si lasciarono
sedurre dall´amicizia che egli testimoniò per La Boétie. Nietzsche
ne apprezzò lo stile. Il Novecento ha visto in lui l´interprete più radicale
della modernità. Ma alla fine l´antieroe per eccellenza ci appare come il più
strenuo difensore della vita normale. Dei suoi paradossi. E banalità. Sarah
Bakewell fa di Montaigne una specie di maestro Zen, il cui insegnamento è tutto
nel non insegnare.
Che risieda qui il successo che il libro della Bakewell ha incontrato in
America? La profondità di Montaigne sarebbe dunque tutta alla superficie.
Certo, ridotto in pillole di saggezza il grande scettico può apparire a noi
europei meno glorioso di come ce lo eravamo immaginato. Ma dopotutto, Montaigne
pret à porter della filosofia non esclude l´altro: quello che sotto la bonomia
del pensiero nasconde la tragicità del vivere. E non è un caso che alcune
pagine del suo capolavoro sono state dedicate al tema del morire e al bisogno
di familiarizzarsi con la morte. Negli ultimi anni della sua vita fu spesso
vittima di coliche renali. Una particolarmente violenta provocò un´infezione
dalla quale non si riprese. Montaigne morì all´età di 59 anni il 13 settembre
del 1592. Un secolo prima era stata scoperta l´America e oggi l´America scopre
in lui la seducente arte della consolazione.
Repubblica 10.6.11

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