Premiare gli onesti
Arma in più contro l'evasione
Gli esami scritti sono
per i docenti una triste liturgia alla ricerca dei bigliettini nascosti e dei
sempre nuovi trucchi per tentare di superare la prova senza studiare. Quando
un corso è particolarmente portato a queste pratiche scorrette la prima e
naturale reazione del corpo docente è aumentare i controlli e inasprire le
sanzioni. Anch’io sono caduto in questa tentazione, ma ho imparato che il
principale se non unico effetto che si ottiene è un duplice fallimento: si
crea un clima poliziesco in aula e tutti gli studenti lavorano male, e i
"professionisti della copiatura" trovano sistemi sempre più
sofisticati per eludere i controlli mentre è lo studente medio che cade nelle
più strette maglie dei controlli, poiché ora anche un innocuo sguardo al
vicino di banco viene punito. Lo scorso anno mi è poi capitato di insegnare
economia presso una prestigiosa università straniera e ho scoperto che l’esame
veniva svolto open book, cioè a libro aperto. Ovviamente ho dovuto
elaborare un esame più articolato, ma mi sono ancora più convinto che il
migliore strumento per aumentare l’efficienza e l’equità di un qualunque
sistema consiste nel giusto disegno dei meccanismi istituzionali. Inasprendo
controlli e sanzioni nei miei esami, senza volerlo e con le migliori
intenzioni avevo mandato un segnale forte ai miei studenti: «Siete
tendenzialmente disonesti e scorretti ». Un segnale che frustrava le motivazioni
intrinseche dei buoni studenti e scatenava la fantasia di quel piccolo numero
di scorretti al fine di dimostrarmi che erano più furbi di me.
Credo ci sia un legame fra questa esperienza e il dibattito sulla lotta
all’evasione fiscale in corso oggi in Italia. Il primo passo di una vera
riforma fiscale dovrebbe ripensare il disegno e la logica globale della
fiscalità: passare, tornando alla metafora scolastica, dalla "caccia ai
bigliettini" agli "esami open book", dove siano dati opportuni
incentivi ai cittadini a pretendere la trasparenza delle transazioni, proprie
e degli altri, consentendo, ad esempio, alle famiglie di scaricare più spese e
a una aliquota più adeguata di quelle attuali.
Un secondo elemento di una seria riforma fiscale dovrebbe poi partire dalla
presa di coscienza che anche se riuscissimo a sanzionare tutti i panettieri,
baristi, artigiani e professionisti che non emettono ricevute e scontrini
(cosa ovviamente necessaria), esiste una mega questione fiscale ed etica di grandi
imprese e individui che hanno sedi legali e residenze nei paradisi fiscali, e
che scambiano tranquillamente nei mercati finanziari internazionali enormi
ricchezze eludendo le tasse (basta vedere le reazioni alla proposta della Tobin
Tax o della tassazione dei Cds, i Credit Default Swaps), magari
in attesa di futuri condoni. Senza una seria lotta a questi macro scandali
fiscali, potremo anche far chiudere qualche attività che non emette lo
scontrino (cosa in sé anche opportuna, soprattutto quando si tratta di liberi
professionisti con villone e macchinoni), ma faremmo l’errore grave di chi
cura la carie di un paziente e trascura di curarne un tumore. Ben venga la
cura della carie (che fa molto male quando si infiamma: la metafora dentistica
è puramente casuale), ma ricordiamoci del tumore.
E c’è di più. Nel 1766 Giacinto Dragonetti, giurista aquilano, pubblicò un libro
dal titolo Delle virtù e dei premi, non a caso due anni dopo la pubblicazione
del più noto Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria. Nell’Introduzione di
Dragonetti si legge: «Gli uomini hanno fatto milioni di leggi per punire i
delitti, e non ne hanno stabilita pur una per premiare le virtù», e quindi
proponeva al suo Regno di Napoli di dar vita ad un vero e proprio «Codice
premiale» che affiancasse il «Codice penale», sulla base della straordinaria
intuizione che un Paese non si sviluppa se, mentre punisce i disonesti, non
premia anche i cittadini virtuosi. È vero che un modo indiretto di premiare
gli onesti è punire adeguatamente gli opportunisti e i furbi, e oggi l’Italia
ha bisogno anche di questo. Dobbiamo però tener presente una delle lezioni
della scienza economica: le leggi sono soprattutto dei segnali e dei messaggi
simbolici, e quelle che si basano sull’ipotesi antropologica che gli esseri
umani sono per natura opportunisti e disonesti finiscono con il produrre cittadini
opportunisti e disonesti. Una riforma fiscale che vuole essere efficiente ed
equa deve fare affidamento prima di tutto sui cittadini onesti e virtuosi che,
non dobbiamo dimenticarlo in questi tempi duri, sono sempre la stragrande
maggioranza della popolazione, anche di quella italiana, poiché se fosse vero
il contrario la vita in comune imploderebbe nello spazio di un mattino. È dunque
la base sana di un popolo che va attivata per una riforma fiscale, con segnali
credibili di fiducia, stima, riconoscenza. Il più grande fallimento di una
riforma fiscale sarebbe incattivire ulteriormente i rapporti tra i cittadini,
portarli a guardare colleghi e vicini di casa come dei potenziali evasori e
disonesti, e non come preziosi alleati nella comune costruzione della città.
http://www.avvenire.it 28 agosto 2011

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