Pessimi i saldi allo shopping delle regole finanziarie
Nessun paese può isolarsi completamente da tutti gli altri, ma la protezione migliore è una valida struttura normativa in patria.
Negli anni prima della crisi assistevamo a una corsa
al ribasso, con i paesi che competevano fra di loro a chi aveva la
regolamentazione più "snella". L'Islanda ha vinto la corsa, ma a
perdere poi sono stati gli islandesi. Con le conseguenze di questi insuccessi
che continuano a manifestarsi e le discussioni sul nuovo regime normativo che
proseguono, il problema del coordinamento globale ha conquistato il centro
della scena.
In ogni paese le banche minacciano di trasferire la loro attività altrove in caso
d'introduzione di norme più stringenti (o addirittura se gli viene chiesto di
farsi carico di una parte dei costi che hanno imposto agli altri). La finanza
moderna è un'industria senza vincoli geografici, e questo rende la minaccia,
almeno in parte, credibile. Se la normativa è diversa nei diversi paesi, c'è un
rischio reale di "shopping normativo". Con la finanza che si
trasferisce nel paese peggio regolamentato, c'è il pericolo che permangano i
problemi che caratterizzavano il sistema finanziario globale prima della crisi.
Queste sono alcune delle ragioni alla base del consenso sulla necessità di un
coordinamento globale. Ma i passi avanti nella creazione di un efficace regime
normativo mondiale sono stati assai lenti. Il Financial Stability Forum, creato
a questo scopo dopo l'ultima crisi finanziaria globale, ha fatto poco,
palesemente troppo poco per prevenire una crisi ancora peggiore di qui a dieci
anni. A questo organismo attualmente è affidato il compito di guidare la
comunità internazionale verso un nuovo regime normativo. Il G-20 magari spera
che cambiare nome da Forum a Board e aggiungere qualche membro in più possa
bastare a fare la differenza, ma io non ci conterei. Forse chi credeva nel
mantra della liberalizzazione, all'origine della crisi e della sua rapida
diffusione, ha imparato la lezione, ma spesso non è così facile cambiare la
mentalità. Ci sono altri motivi per essere pessimisti sulla possibilità di
giungere in tempi rapidi a un coordinamento efficace a livello globale. Le
priorità sembrano divergenti.
La Francia e il Regno Unito mettono l'accento sugli incentivi, gli Stati Uniti
sui rischi dell'attività di compravendita titoli in proprio. Mervyn King, il
governatore della Banca d'Inghilterra, e la maggior parte degli studiosi hanno
messo in guardia dai pericoli d'istituti di credito troppo grandi per essere
lasciati fallire, troppo intrecciati per essere lasciati fallire o troppo
correlati per essere lasciati fallire, ma nessun governo del G-20 ha voluto indisporre le
sue grandi banche sollevando questi problemi, almeno fino al momento in cui il
presidente Obama ha proposto, un anno dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, di
fare qualcosa. Mancano ancora proposte efficaci per affrontare il problema dei
derivati, strumenti complessi, poco trasparenti e venduti fuori Borsa.
Ogni paese analizza le proposte e valuta gli effetti che queste possono avere
sulla competitività del proprio sistema finanziario; l'obiettivo, troppo
spesso, è quello di trovare un regime normativo che intralci i concorrenti, più
che le proprie aziende. La politica è sempre locale, e almeno negli Stati Uniti
e in molti altri paesi la finanza è un soggetto politico importante.
Aggiungendo a questo le profonde differenze filosofiche (anche se può sembrare
sorprendente, c'è ancora chi crede nei mercati senza vincoli) il risultato è
che gli unici accordi facili da raggiungere sono quelli che implicano il minimo
comun denominatore, o quelli dove i piccoli paesi non siedono al tavolo delle
trattative; e perfino in questi casi la vittoria si raggiunge dopo grande
fatica, come dimostrano gli sforzi per affrontare il problema dei paradisi
fiscali.
Considerando le difficoltà di arrivare a un coordinamento a livello globale,
insistere su questa strada rischia di portare alla paralisi, ed è proprio
quello che vogliono quei banchieri che non vogliono la regolamentazione. Ecco
spiegato perché proprio loro sono diventati fra i massimi sostenitori della
necessità di un'azione a livello globale.
Ma ogni paese ha la responsabilità di garantire la sicurezza e la stabilità del
proprio sistema finanziario e della propria economia, e di proteggere i propri
cittadini. I leader cominciano a capire (in alcuni casi spronati da elettori
giustamente impazienti) che non possiamo aspettare che arrivi il coordinamento.
È molto meglio agire con decisione subito e armonizzare le strutture normative
in un secondo momento. Magari non è l'ideale, ma è molto meglio dell'altra
prospettiva, cioè una regolamentazione ritardata e inefficace. C'è perfino la
possibilità di una "corsa al rialzo". Gli elettori americani vedono
che in Europa hanno usato la mano molto più pesante sui bonus.
Anche se riuscissimo ad arrivare a un coordinamento sul regime normativo,
l'esempio dell'Islanda dovrebbe bastare a far capire ai governi che non possono
fare affidamento su organismi normativi di altri paesi per proteggere i propri
cittadini e i propri mercati finanziari.
Inoltre, uno degli argomenti usati per salvare azionisti e obbligazionisti è
stato che in caso contrario si sarebbe rischiato un disastro finanziario
globale. Proprio a causa di questa minaccia è stato chiesto ai contribuenti
americani di accollarsi oneri che altri avrebbero dovuto sostenere. Per
impedire che una cosa del genere torni a verificarsi, l'intreccio fra le banche
va sciolto, almeno in parte: è una questione di autoprotezione a cui ogni paese
dovrà provvedere per conto proprio.
I paesi che procedono su questa strada dovranno fronteggiare minacce analoghe a quelle che già sono state avanzate, e cioè una rapida partenza delle banche per altri lidi. Ma quelle parti del sistema finanziario che svolgono un ruolo fondamentale per l'economia reale (ad esempio le società che prestano soldi alle imprese) non sono tanto svincolabili dalla loro sede geografica. Qualunque analisi costi/benefici delle perdite dei casinò offshore giungerebbe senz'altro alla conclusione che se qualche altro governo vuole rischiare di subire instabilità economica e di salassare i contribuenti per salvare banche in crisi, si accomodi: il nostro compito è semplicemente quello d'impedire il contagio da questi paesi sottoregolamentati. Nessun paese può isolarsi completamente da tutti gli altri, ma la protezione migliore è una valida struttura normativa in patria. La persistente instabilità dei mercati finanziari globali dovrebbe aver fatto capire chiaramente che è questo quello di cui c'è bisogno adesso.
www.ilsole24ore.com 11 febbraio 2010

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