Perché il potere ha perso sacralita
Qual è l'esperienza concreta da cui è sorto il concetto di laicità?
Qual è l'esperienza concreta da cui è sorto il concetto di laicità? Io credo
che sia la consapevolezza della complessità del rapporto tra il proprio mondo
mentale e quello di altri. Intendo quindi per laicità il metodo che governa il
rapporto tra dimensione interiore e dimensione esteriore della vita: la
laicità è un metodo che si applica alla relazione tra il foro interiore delle
convinzioni ideali e il foro esteriore della convivenza con chi è diverso da
noi.
Questa precisazione è essenziale per capire come agire rispetto ai cosiddetti
"principi non negoziabili" di cui parla spesso Benedetto XVI. A mio
avviso la non negoziabilità dei principi si dà a livello di foro interiore,
nel senso che non si devono tradire i propri ideali, soprattutto quando si
agisce in prima persona. Ma la realtà di un mondo sempre più plurale fa sì
che il foro interiore della prima persona singolare non sia mai perfettamente
traducibile nel foro esteriore della prima persona plurale. Perché si possa
pronunciare un armonioso noi, ogni singolo io deve modulare la sua musica
interiore con quella degli altri. Solo a questa condizione si avrà una
sinfonia e non la cacofonia del conflitto sociale. Ne viene che a livello di
foro esteriore non c'è nulla che non sia negoziabile, perché la negoziazione
è l'anima del diritto e della politica nella misura in cui essi sono elaborati
all'insegna della democrazia. Quindi riassumo: nessuna negoziazione a livello
interiore dove è in gioco l'anima e l'adesione alla verità; ma concrete
negoziazioni a livello di foro esteriore dove è in gioco la relazione
armoniosa della convivenza tra uomini sempre più diversi. Riuscire a mediare
queste due dimensioni significa praticare la laicità. Quanto detto finora
però non è sufficiente. La modernità è stata l'epoca delle distinzioni: la
spiritualità dalla religione, la religione dall'etica, l'etica dal diritto, il
diritto dalla politica. Occorreva farlo per fondare su basi razionali la
convivenza sociale. Alla fine però ne è risultata una politica separata dalla
spiritualità, dall'etica e ora sempre più anche dal diritto. Per questo io
penso che occorra qualcosa di diverso. Guardando alla nostra società, a me
pare infatti che più laica di così, più priva di sacralità di così, la
politica non potrebbe essere. Separata dalla spiritualità e dall'etica, la
politica oggi si ritrova del tutto priva di sacralità, completamente profana,
anzi così profana da essere ormai profanata. Aristotele scriveva che «il vero
uomo politico è colui che vuole rendere i cittadini persone dabbene e
sottomessi alle leggi» (EN, 135). Quanti sono i politici così? È stato messo
in piedi un meccanismo che esclude quasi automaticamente chi si vorrebbe
avvicinare alla politica con questi ideali, una specie di selezione naturale al
ribasso. A mio parere il nostro tempo ha bisogno di un ritorno alla dimensione
sacrale della politica. Non sto certo auspicando il ritorno alle teocrazie,
meno che mai collateralismi neoguelfi di sorta e presenze di cardinali a cene
di uomini di potere. So solo che le grandi civiltà del passato non conoscevano
la rigida separazione tra Cesare e Dio e l'avrebbero trovata innaturale. Sono
certo che neppure Gesù l'avrebbe praticata se sulla moneta ci fosse stata
l'effigie del re Davide e non quella di un re straniero. E quando Roma perse la
sua sacralità e si laicizzò al punto da risultare del tutto profana agli
occhi dei cittadini, perse anche la sua forza politica e militare. Scriveva Hegel
due secoli fa: «Ci potrebbe venire l'idea di istituire un paragone con il tempo
dell'Impero romano quando il razionale e necessario si rifugiava solo nella
forma del diritto e del benessere privato, perché era scomparsa l'unità
generale della religione e altrettanto era annullata la vita politica generale,
e l'individuo, perplesso, inattivo e sfiduciato, si preoccupava solamente di se
stesso... Come Pilato domandò: "che cos'è la verità?", così al
giorno d'oggi si ricerca il benessere e il godimento privato. È oggi corrente
un punto di vista morale, un agire, opinioni e convinzioni assolutamente
particolari, senza veridicità, senza verità oggettiva. Ha valore il
contrario: io riconosco solo ciò che è una mia
opinione soggettiva». Nella stessa prospettiva oggi Eugenio Scalfari parla dei
contemporanei come di barbari: «I contemporanei sono i nostri barbari». Al
cospetto di una politica ormai priva di sacralità, io avverto il bisogno di un
movimento contrario rispetto alla laicità come separazione: c'è bisogno di
reciproca fecondazione tra dimensione spirituale e politica. Se la politica
vuol tornare a essere capace di toccare la mente e il cuore degli uomini (e non
solo le loro tasche) deve ricollegarsi organicamente al diritto, all'etica,
alla religione, alla spiritualità.
Come debba fare non so perché non sono un politico, ma credo che il vero
problema da affrontare non siano le piccole rivendicazioni del neoguelfismo
all'italiana. Queste sono manovre di poco conto, a loro volta segno di decadenza.
Il vero problema è il nichilismo che dilaga nelle anime, il bisogno dell'uomo
di sacralità e la politica che non sa più neppure cosa sia la sacralità.
L'anima della nostra civiltà è malata, intendendo con anima della civiltà
ciò che tiene unite le persone al di là degli interessi immediati, quel senso
ideale per cui il singolo percepisce di essere al cospetto di una realtà più
importante di lui nella quale però si identifica e quindi serve con onestà.
Di fronte a questa situazione penso che ogni persona responsabile debba cercare
di capire in che modo la propria area di appartenenza possa servire il paese
con equità. E al riguardo mi permetto di ritenere inadeguata l'impostazione
della Chiesa cattolica. Essa infatti pensa i cattolici come interessati solo ad
alcuni aspetti della vita quali bioetica, scuole cattoliche, famiglia, e non
invece all'insieme della società. Che le questioni ricordate siano importanti
è ovvio, ma esse non possono rappresentare l'unico punto di vista in base al quale
giudicare la politica perché il cristiano deve essere fedele al mondo nella
sua integralità e non crearsi un mondo a parte. Dietro l'impostazione del
Magistero c'è invece l'idea che i cattolici siano una realtà estranea
rispetto al mondo e vi si rapportino solo per trarne più benefici possibili
per il loro piccolo mondo particolare. Questo però è teologicamente sbagliato
perché significa trasformare i cattolici in una delle tante lobby del mondo e
far perdere sapore al sale: «ma se il sale perde il sapore, a null'altro serve
che a essere gettato via» (Mt 5,13).
“la Repubblica”del 14 luglio 2010

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