Perché parla il presidente
In modi discreti ma puntuali, il presidente della Repubblica ha ricordato al governo che deve mettere in moto la sua tanto sbandierata politica del fare. Fare per tutti.
Il Presidente Napolitano ha fatto in questi anni un uso moderato della sua facoltà di esprimere opinioni sulla politica nazionale. Abbiamo avuto presidenti molto più loquaci di lui. In alcuni casi, si è dovuto coniare un verbo per descrivere il presidente e dare il senso della radicalità delle sue esternazioni.
Francesco Cossiga fu chiamato “il picconatore” non solo per
lo stile delle sue frequentissime esternazioni, ma soprattutto per il loro
contenuto, a volte poco ortodosso per il ruolo che egli ricopriva. Questo non è
stato e non è lo stile di Napolitano, sempre attento nella scelta dei temi
(rigorosamente relativi agli interessi generali e ai diritti), sempre moderato
e quasi delicato nello stile; soprattutto, sempre fedele al ruolo che la Costituzione gli
attribuisce. E nonostante questo moderato protagonismo, le opinioni autorevoli
del presidente non giungono mai in momenti non opportuni.
Recentemente questa sua moderata e puntuale loquacità è diventata più incisiva.
Poche settimane fa, quando era in corso la battaglia del fango nella quale si è
consumato il sodalizio tra i finiani e il Pdl, il presidente è intervenuto per
avvertire i politici di tenere le istituzioni fuori dal “gioco al massacro”;
per ammonirli del fatto che le loro azioni e parole si riflettono fatalmente
sulle istituzioni che essi rappresentano. Per ricordarci che il decoro non è un
optional o una qualità da parrucconi, ma lo stile delle istituzioni in uno
Stato di diritto. In questi ultimi giorni, Napolitano è nuovamente tornato a
far sentire la sua voce. Lo ha fatto prima in occasione della cerimonia di
inaugurazione della Mostra del cinema di Venezia e poi a Mestre, dove si è
recato ieri in visita ufficiale. I temi sui quali il presidente è tornato con
discreta e, questa è forse la novità stilistica, ironica insistenza sono tra i
più importanti: quelli relativi alla giustizia, all´emergenza occupazionale ed
economica, al federalismo.
Il presidente ha fatto riferimento alle opinioni contrastanti su temi che ben
conosciamo: quelli che il governo rubrica sotto la parola “giustizia” ma che
sono in effetti i decreti sulle intercettazioni telefoniche e la limitazione
della libertà di stampa e sul processo breve. “Francamente, si resta
interdetti”, ha detto, dalle varie e disparate considerazioni sull´iter e il destino
di queste “leggi” che leggi non sono poi mai diventate. Il secondo tema sul
quale è intervenuto è il federalismo. Napolitano ha ricordato –
significativamente a Mestre, dove era accompagnato dal presidente della Regione
Veneto Luca Zaia – che il federalismo è una politica di unità della nazione.
Implicitamente ha invitato a riflettere sul fatto che non va confuso con la
secessione ma nemmeno con il confederalismo. E infine, l´intervento su un tema
che ha caratterizzato la presidenza Napolitano fin dall´inizio: la questione
economica, e in primis il richiamo alla necessità di intraprendere serie
politiche volte a combattere la disoccupazione, soprattutto giovanile, a creare
nuove opportunità lavorative.
È davvero inconcepibile che l´Italia, che si vanta di essere uno dei paesi più
industrializzati del mondo, non abbia da mesi un ministro dell´Economia e dello
Sviluppo in un tempo, per giunta, nel quale la crisi occupazionale è una vera e
propria (questa sì!) emergenza. Il presidente del Consiglio, che ha paralizzato
l´attività del governo e del parlamento su dibattiti e decreti che riguardano
direttamente e soltanto i suoi interessi, pare essere completamente disattento,
indifferente anzi, agli interessi generali, quelli di tutti. Mai un governo era
stato tanto latitante sulle questioni urgenti della società italiana. «È venuto
il momento, ha detto Napolitano a Mestre, che l´Italia si dia una seria
politica industriale nel quadro europeo, secondo le grandi coordinate
dell´integrazione europea. Ne abbiamo bisogno per l´occupazione e per i
giovani, che oggi sono per noi il motivo principale di preoccupazione».
Le discrete e a tratti piacevolmente ironiche esternazioni del presidente sono
benvenute e opportune. Non dovrebbero essere necessarie. Non ce ne dovrebbe
essere bisogno; poiché un governo serio e davvero governo del e per il paese
dovrebbe comprendere senza fatica che queste sono questioni maledettamente
serie. Come non comprendere che è urgente nominare il ministro dell´Economia e
dello Sviluppo? Non è giustificabile che un governo democratico si impegni
anima e corpo su decreti e proposte di legge che servono direttamente e prima
di tutto gli interessi del suo leader mentre trascuri sistematicamente di fare
quello per cui ha giurato: rispettare la Costituzione italiana
e quindi fare prima e sopra tutto gli interessi della società italiana.
Rileggiamo le parole di Napolitano sulla questione dell´occupazione giovanile,
la sua analisi socio-economica della “nuova categoria di giovani che non sono
impegnati né in processi formativi, né lavorativi, né in processi di
addestramento al lavoro”. Abbiamo giovani che non solo non hanno lavoro ma non
sono preparati a fare nessun lavoro. La questione è economica e di formazione,
ma è anche psicologica ed etica: giovani fatalisti perché sanno di non avere un
futuro, sanno che gli sforzi che fanno sono o possono essere inutili, perché il
sistema economico è bloccato oppure le carriere compromesse da clientelismi. In
modi discreti ma puntuali, il presidente della Repubblica ha ricordato al
governo che deve mettere in moto la sua tanto sbandierata politica del fare.
Fare per tutti.
Repubblica 3 settembre 2010

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