Perché l'Italia non ha un'etica pubblica
Nel nostro Paese, segnato dagli scandali, i rapporti parentali sono un ostacolo alla crescita democratica. Un fenomeno simile al clientelismo con un uso delle risorse dello Stato per interessi privati
Eravamo la patria del "familismo amorale", oggi siamo quella del
"familismo immorale"? Cognati operosi, figli meritevoli, mogli dedite
al business, soprattutto padri di famiglia soccorrevoli verso la progenie.
Anche nel canovaccio degli ultimi scandali, le figure parentali rivendicano a
pieno titolo ruolo da comprimari. In qualche caso è proprio la responsabilità
genitoriale che viene invocata come causa e giustificazione di tanto penoso
affannarsi («Ma io cosa ho fatto per mio figlio?», piange al telefono il servitore
dello Stato). E uno straordinario family gathering allieta in Campania le liste
elettorali del Pdl, i cui colonnelli candidano consorti e compagne, figlie e
nipoti.
Questa del "tengo famiglia" è una filosofia antica e tipicamente
italiana, «un tratto che scaturisce dalla mancata creazione di un´etica
pubblica», sostiene Paul Ginsborg, lo storico che più s´è occupato
dell´istituto famigliare in relazione con lo Stato e la società civile. A
quest´ambito di ricerca è ora dedicata una raccolta di saggi, Famiglie del
Novecento. Conflitti, culture e relazioni, curata dallo studioso inglese
insieme a Enrica Asquer, Maria Casalini e Anna Di Biagio (Carocci, pagg. 276,
euro 27). «Nella storia italiana», dice Ginsborg, «in alcuni passaggi critici,
si sono create le possibilità per lo Stato di costruire una sfera pubblica
forte, con le sue regole e i suoi codici di comportamento. È accaduto
all´indomani del processo di unificazione, e anche nella stagione successiva
alla fine della Seconda guerra mondiale. È accaduto dopo Tangentopoli. Ogni
volta ha agito la speranza della cesura storica. Il salto weberiano, però, non
c´è mai stato».
Non è un caso che il "familismo
immorale" nasca nell´Italia del "familismo amorale", secondo la
celebre definizione di Edward C. Banfield.
«Più che sull´aggettivo, mi concentrerei sulla parola familismo, che misura
l´eccessivo potere della famiglia nella società e nella sfera pubblica
italiane. Il paese di oggi non è certo il paese arretrato investigato da
Banfield nel 1957 nel suo saggio In The Moral Basis of a Backward Society. Al
centro della sua indagine era Chiaromonte, un borgo poverissimo della
Basilicata. Quel che lo studioso rimarcò fu l´assenza di società civile. Le
famiglie di Chiaromonte avevano un solo obiettivo: massimizzare i vantaggi
materiali e immediati della propria famiglia nucleare, supponendo che anche
tutti gli altri si comportassero allo stesso modo. Naturalmente non tutta la
penisola era ed è assimilabile al modello di Chiaromonte. Però ancora oggi
l´Italia si misura con una smisurata attenzione, spesso esclusiva, all´istituto
famigliare».
I recenti scandali mostrano qualcosa di
più rispetto alla mancanza di un ethos comunitario. Si è disposti a tradire la
fedeltà allo Stato per sistemare o arricchire figli e consanguinei.
«In questo caso il familismo è assai contiguo al clientelismo, che implica
l´uso delle risorse dello Stato per interessi privati. Può essere interessante
rilevare come nell´Europa mediterranea questi fenomeni antichi non muoiano mai,
ma si reinventino continuamente in forme nuove. Quel che fa impressione,
nell´Italia di oggi, è il prevalere dell´organizzazione verticale tra patrono e
cliente su quella orizzontale tra cittadini. Nella precarietà del mercato del
lavoro, diventa fondamentale la relazione con il potente, che garantisce
determinati accessi, per te e i tuoi figli: da qui un legame di gratitudine e
asservimento. Tutto questo non ha niente a che vedere con cittadinanza, diritti
e democrazia».
Ma la famiglia forte può essere
considerata un ostacolo alla crescita democratica?
«Sì, se concentrata in modo sproporzionato sugli interessi materiali
immediati. Al caso italiano s´attaglia la riflessione di Isaiah Berlin sulle
due libertà. Secondo lo studioso esiste "la libertà da" - liberty
from - ossia la libertà dall´interferenza di un altro soggetto rispetto alla
tua azione individuale. È la libertà come viene intesa dal nostro premier:
nessuno, neppure lo Stato, dovrebbe limitare la tua libertà. Esiste poi la
"libertà di" - liberty to - ossia la libertà che scaturisce dalla
ricerca di un´azione collettiva condivisa. Ancora prima dell´avvento del
berlusconismo, l´Italia familista ha sempre praticato la prima di queste due
libertà».
La relazione principale in Italia - lei
lo rimarca nel suo ultimo saggio - è tuttora quella tra famiglia e individuo,
mentre in altre parti d´Europa, in Gran Bretagna o in Svezia, prevale quella
tra individuo e Stato.
«L´Italia è stata caratterizzata storicamente da un accentuato individualismo,
da una società civile debole soprattutto nel Sud e da uno Stato democratico di
tarda formazione. Norberto Bobbio sintetizzò tutto questo scrivendo che per le
famiglie si sprecano impegno, energie e coraggio, ma ne rimane poco per la
società e per lo Stato».
I demografi storici distinguono,
nell´Europa occidentale, tra sistemi famigliari deboli e sistemi famigliari
forti, ricavandone una proporzione scoraggiante: più forte è la famiglia, più
debole è la società civile.
«Nel primo sistema - dove più conta l´individuo - rientrano com´è naturale la Scandinavia, la Gran Bretagna,
l´Olanda e il Belgio, ed alcune regioni della Germania e dell´Austria. Il
secondo - dove più conta famiglia - comprende l´Europa mediterranea. Sono
essenzialmente due i fattori che determinano la differenza: la longevità delle
famiglie d´appartenenza - ossia l´età in cui si lascia la casa paterna - e la
rete di solidarietà famigliari in rapporto alla vecchia generazione. Attenzione
però alle generalizzazioni, come raccomanda lo stesso David Reher, l´artefice di
questi studi. Anche indagini recenti collocano la società civile italiana in un
posto molto alto nella graduatoria mondiale. Ieri i girotondi, oggi il popolo
viola: nonostante tutto, la società italiana è ancora capace di grande
reattività».
Il rapporto tra famiglia e società civile
non è stato mai indagato a fondo: né in ambito disciplinare né sul piano del
pensiero politico.
«Sì, esiste un buco nero nel campo delle teorie politiche. In nessuna delle due
tradizioni dominanti nel Novecento, quella liberale e quella marxista, le
famiglie sono al centro di una seria analisi in quanto soggetti politici. Nel
pensiero liberale la famiglia fu sistematicamente relegata alla sfera estranea
alla politica, trovando collocazione nel privato piuttosto che nel pubblico. Nel
suo saggio The Subjection of Women (1869) John Stuart Mill aveva dedicato un
effimero riconoscimento all´importanza della famiglia: i posteri preferirono
ignorarlo».
Nella tradizione comunista non ci fu
maggiore attenzione.
«Il giovane Marx ebbe qualche intuizione nel riconoscere la famiglia e la
società civile come presupposti dello Stato, ma egli stesso non ebbe interesse
ad approfondire il tema. Anzi nella sua riflessione successiva la famiglia
diventerà una delle tante espressioni dei rapporti economici. Più tardi i
bolscevichi finiranno per liquidarla come entità destinata a essere superata
dalla pianificazione socialista. Solo Trockij ebbe delle idee un po´ diverse,
ma non le sviluppò fino in fondo».
In un quadro di generale distrazione,
risalendo al XIX secolo lei riconosce un´eccezione in Hegel.
«Sì, in alcuni paragrafi dei Lineamenti della filosofia del diritto, il
filosofo invita a esaminare gli individui in relazione alle tre sfere sociali:
famiglia, società civile e Stato. In particolare, Hegel indagò il momento della
"dissoluzione" della famiglia in rapporto alla società civile. A me
pare tuttora una proposta stimolante sul piano del metodo».
Però pochi l´hanno raccolta.
«Anche più recentemente, dopo l´Ottantanove, la riflessione saggistica sulla
grande rinascita della società civile nell´Europa dell´Est non ha mai incluso
la famiglia. E John Rawls, il liberale che più ha meditato sulla società
attuale, dedica pochissimo spazio all´istituto famigliare, che resta un
soggetto passivo. Si potrebbe dire che la famiglia è un grande attore politico
rimasto troppo a lungo nascosto dalla storia».
http://www.repubblica.it 8.3.10

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