Perché l’etica tira anche nelle imprese
E’ sempre più comune osservare strategie pubblicitarie delle imprese orientate a segnalare ai prodotti l’impegno sociale ed ambientale delle imprese stesse e non solo la qualità dei loro prodotti
E’ sempre più comune osservare strategie pubblicitarie delle imprese
orientate a segnalare ai prodotti l’impegno sociale ed ambientale delle imprese
stesse e non solo la qualità dei loro prodotti (senza fare pubblicità possiamo
pensare al rapporto tra alcune banche e la ricerca contro il cancro). Poiché
l’obiettivo di gran parte delle aziende (quelle for profit) è la produzione di
utili (e dunque non si fa pubblicità solo per sprecare risorse o aumentare i
costi) ne consegue che la percezione da parte dei consumatori che l’azienda che
vende loro un prodotto sia socialmente ed ambientalmente responsabile ha un
impatto positivo sulla performance d’ìmpresa.
Ciò avviene perché gli strateghi del marketing sono consapevoli di un mutamento
genetico dei consumatori che sta avvenendo sotto i loro occhi. Indagini recenti
sui consumatori italiani indicano tra il 40 e il 50 percento la quota di
consumatori che si dichiarano disposti a pagare di più per il prodotto se
questo risponde a criteri di responsabilità ambientale. Indagini Usa indicano
che gli stili di consumo della nuova generazione sono sempre più orientati
all’identificazione ideale con il prodotto oltre che al prezzo.
La letteratura teorica ed empirica ha ormai accumulato una grande mole di
risultati e di evidenze che spiegano perché e attraverso quali canali la
responsabilità sociale d’impresa può generare effetti positivi sulla
performance aziendale. Il primo e fondamentale è quello che essa rappresenta
sempre più un elemento cruciale del brand o della reputazione d’impresa. In
termini molto concreti, in un contesto di gap informativo tra cliente e
venditore la preoccupazione principale del primo è che il secondo gli venda un
prodotto di qualità. Anche se il cliente dunque non è affatto interessato a
problematiche etiche ulteriori, la percezione della responsabilità sociale ed
ambientale del venditore aumenta la fiducia del cliente nella qualità del
prodotto. Questo primo punto è di importanza fondamentale per le banche che
vendono prodotti finanziari ad “alto rischio” per i clienti in caso di cattiva
qualità. Scandali e crisi finanziarie recenti hanno aumentato la consapevolezza
che la variabile fondamentale su cui poggia la competitività degli istituti
bancari è la fiducia dei clienti perché, quando essa dovesse venir meno, la conseguenza
immediata sarebbe una corsa agli sportelli e il fallimento della banca.
Il secondo canale ci suggerisce che la responsabilità sociale d’impresa può
avere un impatto fondamentale sulla produttività dei dipendenti e dunque
rappresenta uno strumento cruciale di cui tener conto nella gestione dei
rapporti con il personale.
Come è ben noto infatti uno dei campi di applicazione della CSR è proprio
quello del rapporto con i dipendenti in quanto portatori d’interesse
privilegiati nei confronti dell’azienda. Il rapporto con i propri dipendenti è
uno dei sette ambiti fondamentali per la valutazione del grado di
responsabilità sociale delle aziende secondo le agenzie di rating sociale più
accreditate (KLD, EIRIS, Ethibel) assieme a quelli del rapporto con le comunità
locali, della corporate governance, della product quality, dell’ambiente, dei
diritti umani e dei settori controversi. La CSR nell’ambito del rapporto con i lavoratori si
declina, sempre secondo le agenzie di rating sociale che hanno creato le tassonomie
standard per la valutazione della CSR, negli ambiti principali della
partecipazione alla vita aziendale, agli utili, della sicurezza sul lavoro,
della flessibilità delle tipologie di orari di lavoro e della possibilità
attraverso di queste di conciliare esigenze di lavoro e familiari, delle regole
sui licenziamenti e di quelle sulla sicurezza sul lavoro. Ma la CSR non influisce sui
dipendenti solo attraverso le norme che regolano direttamente il rapporto tra
azienda e questa particolare categoria di stakeholders in quanto, molto più in
generale è l’intero orientamento alla CSR dell’azienda che può avere effetti
importanti sul rapporto tra azienda e lavoratori.
E’ ormai ben noto infatti che la molla fondamentale della produttività sono le
motivazioni intrinseche e l’allineamento tra i valori ideali dei dipendenti e
quelli dell’azienda. L’estremo della motivazione intrinseca è rappresentato dal
paradosso del volontario che è talmente motivato idealmente e talmente
identificato nell’obiettivo di un’organizzazione da decidere di prestare lavoro
senza essere remunerato (il massimo per un’azienda che voglia aumentare la
produttività !). Tra l’estremo del volontario e quello opposto del lavoratore
disilluso che chiede salari alti e garantisce basso impegno produttivo perché
totalmente in disaccordo con gli obiettivi dell’azienda esistono tutta una
serie di situazioni intermedie ed appare chiaro che un’impresa, aumentando il
proprio grado di responsabilità sociale, può ottenere dai propri dipendenti
maggiore produttività ed adesione al progetto parità di remunerazione. Basti
l’esempio, proprio relativo al settore bancario, della disponibilità a parità
di qualità professionale, dei dipendenti di banche eticamente orientate o di
istituzioni di microcredito a lavorare per essere a salari molto più bassi di
quelli del settore bancario tradizionale.
Una declinazione specifica di questa prospettiva è quella che considera come il
lavoro di squadra sia un requisito sempre più importante all’interno degli
ambienti di lavoro delle moderne imprese nei quali si è chiamati a svolgere
compiti complessi per i quali sono necessari saperi ed applicazione congiunta
di dipendenti con qualifiche e professionalità diverse e in gran parte non
sovrapponibili. E’ per questo motivo che il capitale sociale interno
all’azienda (capacità di dare e ricevere fiducia e disponibilità a condividere
informazioni) e le attitudini pro-sociali dei propri dipendenti rivestono un
ruolo sempre più importante per le dinamiche di produttività aziendale. La CSR ha la capacità di incidere
in maniera fondamentale su queste dinamiche.
Infine una versione più prosaica del rapporto tra responsabilità sociale e
performance d’impresa attraverso il canale del lavoro suggerisce in aggiunta
che migliori condizioni di lavoro riducono la probabilità di atteggiamenti
improduttivi dei dipendenti che non vogliono correre il rischio di perdere un
buon posto di lavoro e minimizzano la probabilità e i costi di turnover in
quanto minore sarà il desiderio di cercare nuove collocazioni professionali
fuori dall’azienda nella quale si lavora. Su questo aspetto si concentra tutto
il filone dei salari di efficienza che ha dimostrato teoricamente ed
empiricamente la validità di queste ipotesi.
Un terzo canale fondamentale è che la responsabilità sociale d’impresa è
strumento che consente di minimizzare il cosiddetto rischio etico, ovvero il
rischio di conflitti con i portatori d’interesse. Non dimentichiamo che le
aziende perdono ogni anno milioni di euro per conflitti con gli stakeholders.
Un esempio di come questo può avvenire è efficacemente illustrato da
un’indagine econometrica recente nella quale si dimostra che le imprese più
socialmente responsabili hanno minore contraccolpo negativo in borsa (abnormal
returns) in caso di notizia di product recall (ovvero di ritiro di prodotto dal
mercato per la presenza di difetti di produzione). La spiegazione è che la
maggiore reputazione di responsabilità sociale dell’azienda spinge con maggior
probabilità gli investitori ad interpretare l’evento in questione come
accidentale piuttosto che come causato da una esplicita negligenza
dell’azienda.
Infine, ed è un fenomeno sempre più frequente, le imprese socialmente
responsabili intercettano il “voto nel portafoglio” di quei cittadini più
socialmente responsabili che intendono attraverso le loro scelte di consumo e
risparmio soddisfare anche bisogni “immateriali” di equità, giustizia
distributiva, inclusione e promozione del bene comune. Si tratta di una quota
crescente ancorchè minoritaria di individui che hanno compreso che il loro
interesse lungimirante è quello di utilizzare consumi e risparmi come strumento
per premiare le aziende in grado di rispettare maggiormente lavoro ed ambiente
poiché questo porta loro benefici indiretti fondamentali.
Si è voluto sin qui affrontare il tema della responsabilità sociale d’impresa
solo dal lato della sua urgenza e “convenienza” per l’organizzazione. Abbiamo
tralasciato il motivo per il quale questa scelta risponde anche alle esigenze
di senso e di soddisfazione di vita degli individui per via del cosiddetto
paradosso della felicità per il quale autorevoli esponenti della storia del
pensiero filosofico convengono sul fatto che la soddisfazione di vita profonda
nasce quando le persone contribuiscono alla felicità di qualcun altro o
dedicano la loro opera a qualcosa di utile per la collettività.
Per il filosofo Leibnitz la felicità è “delectatio in felicitate alterius”. A
conclusioni simili arriva Adam Smith considerato il fondatore del pensiero
economico moderno quando afferma che la preoccupazione per la nostra felicità
attraverso il discernimento ci porta a capire che essa passa attraverso la
felicità degli altri. Jeremy Bentham considerato il padre dell’utilitarismo
afferma però che “per ogni granello di gioia che seminerai nel petto di un
altro, tu troverai un raccolto nel tuo petto, mentre ogni dispiacere che tu
toglierai dai pensieri e dai sentimenti di un’altra creatura sarà sostituito da
meravigliosa pace e gioia nel santuario della tua anima”. La psichiatria
contemporanea afferma lucidamente che “la felicità, in qualsiasi sua forma,
dalla più sensibile come il piacere, alla più alta come l’estasi, è conseguenza
di un’attività vitale non direttamente polarizzata verso di essa con desiderio
e ricerca intenzionali”. Arriva alla stessa conclusione un altro padre del
pensiero economico come John Stuart Mill quando afferma che “sono felici solo
coloro che hanno le menti fissate su qualcos’altro che la propria felicità:
sulla felicità degli altri, o nel miglioramento dell’umanità”.
E’ questo il motivo più profondo per il quale, anche se lentamente,
l’organizzazione della società e delle imprese va modificandosi in una
direzione di maggior senso e soddisfazione degli individui.
http://felicita-sostenibile.blogautore.repubblica.it 29 magg2011

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