Perché il paese non ha memoria
Il "fattore violenza" ha esercitato un pesantissimo condizionamento sulla nostra democrazia.
C' è una costante che ricorre nei grandi "misteri italiani": la singolare coincidenza fra momenti topici della storia nazionale e il ricorso a forme clamorose di violenza, ora "selettiva", vale a dire esercitata contro bersagli mirati, ora generica e indiscriminata.
Non c' è passaggio cruciale del nostro recente passato - dalla caduta dell' Unità Nazionale nata dalla Resistenza al primo centrosinistra, dall' autunno caldo al compromesso storico, sino al crollo della Prima Repubblica - che non sia stato accompagnato da piombo, tritolo e tintinnar di sciabole. Il "fattore violenza" ha esercitato un pesantissimo condizionamento sulla nostra democrazia. E lo ha fatto a prescindere dagli obbiettivi immediati: sotto questo profilo, le pallottole del bandito Giuliano e Capaci, le bombe di Piazza Fontana e la Renault rossa di via Caetani appartengono, per così dire, alla stessa "famiglia".
Corollario di questo attento uso "politico" della violenza, l' ossessiva presenza, sullo sfondo, se non decisamente nel cuore, dei "grandi misteri", di settori degli apparati dello Stato. Capi, dirigenti, graduati e semplici collaboratori dei (molteplici e non ancora del tutto classificati) servizi di informazione e sicurezza che intervengono per consigliare strategie, infiltrare ed esfiltrare tagliagolee bombaroli, rimediarea situazioni critiche ovvero crearne di sana pianta. Siamo avvezzi da anni, per carità di patria, a definirli "schegge impazzite", elementi "deviati", nonostante il sangue versato in quasi cinquant' anni di "guerra civile a bassa intensità" tenda piuttosto a dimostrare che, semmai, "deviati" furono altri: i leali servitori dello Stato.
Basterebbe rileggersi, al riguardo, la dettagliata Relazione del COPACO (Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti) redatta nel 1995 dall' allora presidente Massimo Brutti, con il suo elenco minuzioso di "deviazioni", tutte finalizzate al conseguimento di un unico obbiettivo: impedire l' accertamento giudiziario di "misteri" che sarebbe ora di chiamare con il loro vero nome. Crimini. Documento tanto più prezioso, questa Relazione, perché costituisce un "unicum" nella storia politicoistituzionale del nostro Paese: mai più visto né letto, negli anni seguenti, niente di simile. D' altronde, siamo una nazione incline a dimenticare. Presto e volentieri. Periodicamente ci contagia un' amnesia, e ci consegna, a ogni nuovo "mistero", inconsapevoli e beatamente ignoranti.
Preda di una propaganda martellante che si alimenta di aggettivi tanto ridondanti quanto banali: il terrorista, tanto per dire, è per definizione "folle", e guai a chiedersi quale sia il senso di una bomba, si rischia di passare per complici.
In un simile contesto, sorge il sospetto che il "mistero dei misteri" risieda nella sopravvivenza di quanti ancora si ostinano a coltivare quello che Gherardo Colombo definì il "vizio della memoria". Storici, certo, e scrittori di cose criminali, giornalisti d' inchiesta,e gli eterni Pubblici Ministeri, nei ritagli di tempo che avanzano fra la caccia alla badante clandestina e al "graffitaro". Bisogna proprio amarla con tutte le proprie forze, questa Italia dei "misteri", per continuare a credere che, un giorno, riusciremo a dare un nome e un volto ai "signori della violenza". E, possibilmente, a sbarazzarcene.
http://www.repubblica.it/ — 28 luglio 2009

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