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Perché i numeri non bastano.

John Barrow: la scienza è diventata sempre più "visiva" e solo così ha potuto superare se stessa. "Ho creato un album di immagini-simbolo che rivelano come si è trasformato il modo di concepire la realtà".

La scienza ha il proprio album fotografico e chiunque può sfogliarlo ed emozionarsi. Anche commuoversi, perché un libro così genialmente semplice poteva immaginarlo solo un big. L'autore è John Barrow, matematico, cosmologo e divulgatore carismatico. Ora è nell'ufficio di Cambridge, ma tra quattro giorni sarà al Festival della Scienza di Spoleto e farà schizzare l'adrenalina del pubblico, usando proprio il suo nuovo saggio come pretesto, «Cosmic Imagery», in uscita in Gran Bretagna.

 Professore, lei intraprende un viaggio visivo che unisce le xilografie del corpo umano di Vesalius e il volto di Einstein, la Terra fotografata dalla Luna e i frattali di Mandelbrot: 200 immagini di scienza e sulla scienza. Non è un po' troppo? Che cosa vuole dirci?

«Che il mio è un modo diverso di pensare alla scienza».

 Diverso come?

«È diventata più "visiva" negli ultimi 20 anni: la tecnologia consente immagini di qualità sempre migliore e queste giocano un ruolo crescente sia nella ricerca sia nella sua divulgazione».

 Lei sostiene che è merito dei pc: perché?

«È negli Anni 70 che si è iniziato a studiare il caos e la complessità ed erano i computer a permetterlo. Non ci volevano più milioni di dollari, bastavano macchine economiche e facili da usare. Se dai a un pc i dati, lui li tratta come un gioco e tu vedi cosa succede. Problemi che erano teorici sono diventati di colpo sperimentali e dai modelli ottenuti si costruivano teorie su ciò che si osservava. Guardare è diventato un modo per capire. Prima non c'era niente da guardare».

 Un esempio?

«Le previsioni del tempo alla tv. Se non avessimo le mappe animate e se le informazioni fossero solo numeri ed equazioni, sarebbero incomprensibili. Abbiamo fatto un salto gigantesco».

Le foto del telescopio spaziale «Hubble» sono il caso più clamoroso?

«Hanno una chiarezza straordinaria, perché scattate oltre l'atmosfera, con una risoluzione mai raggiunta in precedenza. Non prevedono copyright e quindi sono riprodotte ovunque ed esercitano un forte impatto sulla gente e sui nostri pensieri sull'Universo».

Accanto, però, lei mette la «Notte stellata» di Vincent Van Gogh e i paesaggi di Thomas Moran. Qual è il legame?

 

«Non c'è legame. Van Gogh ha rappresentato una realtà astronomica importante, come le galassie a spirale, mentre altre immagini sono altrettanto essenziali perché testimoniano successi epocali, da quelle al microscopio a quelle, appunto, di Hubble. E poi ci sono le nuove prospettive conoscitive, come i primi grafici, diagrammi e carte geografiche, che incapsulano informazioni e rendono subito evidenti le conclusioni».

Lei ha inserito anche i disegni di dischi volanti: che cosa c'entrano con la scienza?

 

«Sono icone: rappresentano le nostre concezioni degli extraterrestri».

 Prima dei pc, lei esalta un antesignano, Irv Geis: chi era?

«Uno dei grandi illustratori del XX secolo, celebre tra gli addetti ai lavori per i disegni delle molecole. A lui "Scientific American" chiedeva i grafici più difficili e l'ho scelto per lo straordinario acquerello di una proteina, la mioglobina, la cui scoperta nel '62 fece vincere il Nobel a John Kendrew: è l'immagine di chimica più complessa mai tentata e Geis ci dedicò sei mesi, con la consulenza dello stesso Kendrew».

Come immagina la seconda edizione del libro tra 20 anni?

«Il nuovo Hubble ci mostrerà i pianeti extrasolari, che oggi deduciamo dagli effetti gravitazionali, mentre le ricerche sulla mente riveleranno ogni funzione del cervello e lo vedremo in azione come oggi avviene con le istantanee sul traffico. Ci muoveremo in piena realtà virtuale».

da http://www.lastampa.it - - TuttoScienze 9/07/2008

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