Perché è giusto non lavorare nel giorno dell´Unità d´Italia
Un momento comune, pubblicamente riconosciuto per soffermarsi su un accadimento storico che ci riguarda tutti in quanto italiani, non in quanto legati a questo o a quel partito, a questa o a quella ideologia, fede religiosa o identità etnica.
Il 17 marzo 1861 si riunì a Torino il primo Parlamento e
venne proclamato il Regno d´Italia. Era nata la nazione come realtà politica.
Fino ad allora l´Italia era stata solo una espressione geografica. Per
ricordare quella data faremo festa il prossimo 17 marzo. La faremo davvero?
La data si avvicina e le voci critiche, dubbiose, ironiche si moltiplicano.
Oggi la possibilità, il pericolo che la festa venga cancellata si sono fatti
tangibili. Su di un´opinione pubblica frastornata, in un paese diviso
profondamente da disuguaglianze di beni, di consumi e di diritti, dove le
diversità che consideravamo la ricchezza e l´originalità dell´Italia oggi appaiono
improvvisamente come cesure insanabili, cala l´ombra del dubbio: un dubbio che
investe la festa come simbolo e che nel simbolo ferisce in modo grave il dato
reale. Perché se muoiono i simboli l´entità che essi rappresentano comincia a
cessare di esistere: la morte del simbolo nella coscienza comune
significherebbe che l´Italia che apparentemente continuerebbe a esistere
sarebbe un fantasma privo di vita.
Ma vediamo gli argomenti. Perché questa festa non s´ha da fare? Qualcuno la
mette sul serio: l´economia nazionale è così grama che non tollera il rischio
del lavoro perduto. E come spesso accade l´argomento dell´economia ha dato una
maschera seria a chi non la possedeva. È bastato che la presidente della
Confindustria, Emma Marcegaglia, persona seria e che sa farsi ascoltare con
rispetto, parlasse del danno rappresentato dalla perdita di otto ore di
produzione, perché chi non aveva avuto fino ad allora il coraggio di andare al
di là delle battutine e delle alzate di spalla si mettesse alla sua ombra per
insidiare più decisamente l´evento festivo e provare a cancellarlo del tutto.
Si sono levate voci ostili dalle regioni dove comandano parti politiche che si
desolidarizzano dalla responsabilità della nazione pur attingendo alle sue
risorse e si inventano appartenenze e identità patrie di pura fantasia. Hanno
parlato coloro che concepiscono la politica come arte dell´alzare muri divisori
e si inventano religioni del sole delle Alpi e del fiume Po mentre baciano
sacre pantofole prelatizie.
Non con loro vale la pena di parlare. Limitiamoci all´argomento
"serio" della Marcegaglia. Davvero – si chiedeva Giorgio Ruffolo su
questo giornale – in questi 150 anni della nostra storia non ci siamo
guadagnati nemmeno otto ore per festeggiare la nostra unità nazionale? Perché
il fatto singolare è che non stiamo progettando l´introduzione di una nuova
festa nel calendario civile: quella del 17 marzo 2011 non sarebbe l´equivalente
italiano del 14 luglio francese o del 4 luglio americano. Sarebbe un "una
tantum", da ripetere magari solo quanto i 150 saranno diventati 200 o 300.
Un ricordo del passato, un impegno per il futuro: un momento comune e
pubblicamente riconosciuto per sostare e prendere atto di un accadimento
storico che ci riguarda tutti in quanto italiani, non in quanto legati a questo
o a quel partito, a questa o a quella ideologia, fede religiosa o identità
etnica.
Quella mattina del 17 marzo gli italiani non si alzeranno per andare al loro
solito posto di lavoro – quelli che ne hanno uno – o a cercare lavoro – quelli
che non ne hanno, che sono tanti, soprattutto fra i giovani. Dovranno pensare
tutti almeno per un attimo che quel giorno è diverso e saranno portati a
soffermarsi su quel pensiero. Scopriranno che quel giorno è la loro festa: di
tutti loro in quanto italiani, perché in Italia sono nati, vi abitano, vivono e
lavorano. Per questo la festa deve esserci. La dobbiamo alle generazioni
passate e a quelle future. E deve essere pubblicamente dichiarata e rispettata.
Non ascolteremo chi vuole convincerci a sostituire il fatto pubblico con un
fatto privato o un pensiero individuale, a riporre il senso dell´appartenenza e
l´impegno ad affrontarne i problemi del paese nascondendo quel pensiero nel
dominio segreto delle intenzioni, trasformandolo chi vuole in voto da formulare
"in interiore homine". Sarebbe uno schiaffo al paese e in primo luogo
a chi degnamente lo rappresenta nel mondo e si è impegnato a tutelarne i
diritti e a farne osservare i doveri. Perciò quel pensiero il 17 di marzo del
2011 lo dovremo dedicare in particolare ad alcuni nomi: quello del presidente
della Repubblica Giorgio Napolitano e quelli dei suoi predecessori, in modo
particolare Carlo Azeglio Ciampi.
La Repubblica, 10 febbraio 2011

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