Perche' Camus e' nel pantheon della destra libertaria
A 50 anni dalla scomparsa di Albert Camus.
A cinquant'anni dalla prematura scomparsa per un incidente stradale, il presidente Sarkozy ha pensato di trasferire le spoglie di Albert Camus al Pantheon e in Francia è esplosa una vivace polemica. Tutta di natura politica. L'omaggio è stato considerato un affronto da parte di qualcuno. Tuttavia Catherine Camus, la figlia della scrittore che gestisce l'eredità del padre, ha comunque spiegato: «Camus è un uomo pubblico e i suoi libri appartengono a tutti. Io non voglio imporre nulla a nessuno, non sono la guardiana del tempio, anche perché il tempio non esiste...». E in questo senso qualcosa di simile si è registrata anche in Italia, dove il quotidiano la Repubblica ha dedicato un'inchiesta di Simonetta Fiori a una nuova destra politica e culturale - «libertaria e non autoritaria, riformatrice e non conservatrice, democratica e non populista» - il cui profilo emerge evidente proprio per il fatto che «adotta Albert Camus tra i propri Lari».
La scrittore e pensatore francese, di cui ricorre il
cinquantenario della morte, veniva affiancato su Repubblica accanto a figure a
lui apparentabili come Simone Weil,
Hannah Arendt, Bruce Chatwin o Jürgen Habermas. E alle quali si
potevano senz'altro accostare anche Ernst
Jünger, Indro Montanelli,
Arthur Koestler, Ignazio Silone, André Malraux, George Orwell, Raymond
Aron... Personalità del secolo scorso che si sono contraddistinte per il fatto di aver
"attraversato" criticamente il Novecento, essersi abbeverati alle sue
passioni incandescenti, ma che a un certo punto sono riusciti a prendere le
distanze da quelle tempeste a cui essi stessi avevano partecipato. Jünger,
ad esempio, arrivando a scrivere un romanzo-metafora contro la degenerazione
totalitaria di quel nazionalismo che lo aveva visto entusiasta da adolescente
come Sulle scogliere di marmo, partecipando al fallito putsch contro Hitler e
lavorando teoricamente, nel secondo dopoguerra, per un libertarismo
spiritualista. Allo stesso modo Koestler, Silone, Malraux e Orwell ribaltarono
gli entusiasmi giovanili per il comunismo nel più coerente impegno
intellettuale antitotalitario. Ma Albert Camus fu senz'altro più precoce e più
incisivo di tutti gli altri. Aderì ad Algeri, dove trascorse gran parte della
sua gioventù, alla locale sezione del partito comunista nel 1934, a ventuno anni. Ma lo
fece solo per occuparsi delle rivendicazioni e dei diritti della popolazione
araba. Ma si dimette già nel 1935: i motivi di dissenso erano già tanti, ma fu
soprattutto la posizione dei comunisti favorevole alla repressione poliziesca
contro Messali Hadj, leader del movimento indipendentista Etoil Nord Africaine,
a fargli intravvedere come inevitabile la rottura. Non a caso Albert, che
intanto si è laureato in filosofia, sceglie un'altra via per il suo impegno
politico: insieme a un gruppetto di intellettuali delle varie etnie algerine
fonda una "Casa della cultura" con l'obiettivo di dar vita a quello
che potremmo chiamare il "libertarismo
mediterraneo".
«Al suo tempo - ricorda sua figlia Catherine - la
maggior parte degli intellettuali francesi erano dei borghesi che avevano
frequentato le migliori scuole. Lui era diverso e per di più veniva
dall'Algeria, in un'epoca in cui la
Francia guardava soprattutto al Nord, rimuovendo la sua
dimensione mediterraneo. Per lui invece la mediterraneità era importante. Amava
moltissimo anche la Spagna,
la Grecia e
soprattutto l'Italia. Per lui il mare e il sole erano fondamentali. Ha anche
scritto che gli sarebbe piaciuto morire sulla strada che sale verso Siena...».
Morì invece in Francia, sulla strada Sens-Parigi, per un fatale incidente
d'auto quel 4 gennaio del 1960. La macchina era una Facel-Vega, alla guida Michel Gallimard, editore. «Albert
Camus, scrittore, nato il 7 novembre del 1913 a Mondovi, dipartimento di Costantine
(Algeria)», c'era scritto sulla carta d'identità ritrovatagli in una tasca
della sua giacca.
Aveva scritto da qualche parte che non gli sarebbe spiaciuto morire in una
camera d'albergo, libero da qualsiasi «senso di possesso». Non amava le
facili rassicurazioni, le comode ossessioni identitarie, i feticci della
modernità. E restò fino alla fine coerente con questi suoi assunti. Alla
notizia dell'incidente, l'allora ministro della Cultura francese, André Malraux, spedisce immediatamente
un segretario a ritirare la borsa di Camus. Nella borsa c'è un manoscritto,
centoquaranta fogli coperti da una scrittura fitta: è il romanzo "Il primo uomo". La casa
editrice decise di non pubblicarlo perché politicamente non opportuno. Eppure
quel romanzo era la risposta di Camus alla questione algerina, che dal 1954
lacerava la Francia,
l'Algeria e l'Europa, e che fu storicamente il primo laboratorio di quei
conflitti che, a cinquant'anni da quell'incidente automobilistico, agitano i
nostri tempi.
D'altronde è un dato storico che negli anni Sessanta,
alla vigilia di quella contestazione studentesca di Berkeley che anticipò il
nostro Sessantotto, gli universitari tenevano sul comodino due livre de chevet:
"Sulla rivoluzione"
di Hannah Arendt e "L'uomo in rivolta" di Albert Camus. In quel fermento
studentesco anglosassone, lontano dal marxismo-leninismo e spinto
soprattutto sul fronte dei diritti civili, della lotta contro la segregazione
razziale e del libertarismo, l'autore di romanzi come "Lo
straniero" e "La peste", il giovane premio Nobel nel
1957, veniva letto come uno scrittore "politico" tout court.
Già nel 1946 del resto Camus da giornalista impegnato -
cominciò a scrivere prima su Paris Soir poi su Combat dopo la
pubblicazione dei suoi primi famosi romanzi - pubblicò una serie di articoli dal
titolo "Né vittime né
carnefici", in cui delineava una prima critica profondo dello
stalinismo e di tutti i totalitarismi. Dal 1949 è tra i promotori di
un'organizzazione che si propone di dare aiuto materiali ai dissidenti dei
regimi comunisti dell'Est, delle colonie africane in esilio e delle dittature
militari. Nel 1950 interviene pubblicamente nel dibattito tra Palmiro Togliatti e Ignazio Silone, di cui è amico,
sulla rottura dell'italiano col Pci in nome delle ragioni della libertà. Nel
1951, infine, esce il suo saggio filosofico "L'uomo in rivolta" che segna la rottura tra lui e Jean-Paul Sartre. «Fu -
racconta sua figlia - un vero scandalo, fu accusato di essere di fatto un
alleato della destra. Molti si allontanarono da lui. Solo alcuni amici gli
rimasero vicini, come Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone». Il primo gli
restò vicino fino alla fine e lo fece collaborare sin dal 1956 alla rivista Tempo
Presente, in nome della comune avversione per il pensiero ideologico: «La
cultura non è il terreno - diceva - della verità, ma della disputa
intorno alla verità».
Nel 1953, alla notizia della rivolta libertaria di
Berlino, Camus prende posizione a favore delle ragioni degli insorti
anticomunisti. Tra il 1955 e il 1956 Camus collabora poi al settimanale
L'Express con una lunga serie di articoli sulla guerra civile algerina
scoppiata nel 1954. Impegnato nella ricerca di una soluzione politica per
quella crisi, nel gennaio 1956 torna ad Algeri e Orano sostenendo quei
movimenti che lottano per la fine del regime coloniale ma anche per la
convivenza etnica, partecipando a diversi comizi. Nel 1957, ancora, scrive "Riflessioni sulla ghigliottina",
una serie di testi contro la pena di morte, all'epoca ancora in vigore a Parigi
come a Washington, a Madrid come ad Algeri.
In Italia, oltre ovviamente ai suoi amici e sodali Silone
e Chiaromonte, si interessarono di lui Mario
Gozzini sulla rivista papiniana 'L'Ultima' già nel 1948, poi Guido Piovene, i pensatori cattolici Armando Rigobello e Armando Carlini, e i critici letterari
Luigi Baccolo e Carlo Bo, accostandolo quest'ultimo
alla letteratura di Pierre Drieu La Rochelle. Sul
piano generazione, vale quanto scritto a suo tempo da Massimo Fini:
«Coloro che, come me, erano adolescenti - ha scritto il giornalista - nella
seconda metà degli anni Cinquanta, si sono formati su Sartre e su Camus. Fummo
esistenzialisti anche se non sapevamo bene cosa fosse l'esistenzialismo. Da lì
nasceva la nostra inclinazione per l'individualismo, il nichilismo, l'assurdo,
il libertarismo che, sostanzialmente, non ci ha più abbandonato. Alla
rivoluzione preferivamo, con Camus, la rivolta».
Da "destra" comunque nei primi anni Sessanta se
ne occupano almeno due libri pubblicati dalle edizioni dell'Albero di Piero Femore: "L'uomo in allarme"
dell'allora giovane critico letterario Fausto
Gianfranceschi e "Il
declino dell'intellettuale" di Thomas Molnar. Il primo accostava la rivolta esistenziale evidente
negli scritti di Camus a tutti i "ribelli" che dalla letteratura dei
"giovani arrabbiati" britannici alla beat generation statunitense
stava caratterizzando nei romanzi il bisogno di libertà delle giovani
generazioni. Nella figura dello "straniero" di Camus si ravvisava l'escluso
«che si pone il problema della libertà, l'uomo che è interessato a sapere come
dovrebbe vivere invece di prendere semplicemente la vita come viene». E
Gianfranceschi apparentava la figura del Mersault camusiano, il protagonista de
Lo straniero, a personaggi letterari contemporanei come il "lupo della
steppa" di Herman Hesse
o all'outsider di Colin Wilson.
Thomas Molnar invece, anche sulla scorta
dell'interpretazione del pensatore cattolico (e di destra) Gabriel Marcel, lo avvicinava al
connazionale André Malraux: «Si
può dire - scriveva - nonostante il loro pensiero sia meno sistematico
di quello di Sartre, che abbiamo rappresentato meglio l'umanesimo esistenzialista
poiché hanno afferrato e colto le sue motivazioni sotterranee con l'intuizione
propria dell'artista». E in particolare su Camus, annotava: «Scrittore
più vivo, più caldo, più mediterraneo, rappresenta l'altra faccia del culto
dell'azione: la giustificazione dell'impegno quotidiano, di quelle che lui
chiama le "fatiche di Sisifo" che conferiscono dignità all'uomo
attraverso la schiavitù di un'esistenza media. Anch'egli, senza alcun dubbio,
parla dell'artista come di un ribelle che tenta di strappare alla storia i suoi
inafferabili valori».
Ma l'impulso libertario di Camus non si è mai crogiolato
nella santificazione di un comodo individualismo narcisista. «Visto che non
viviamo più i tempi della rivoluzione - scrisse - impariamo a vivere il
tempo della rivolta». Ed è anche per questo che Massimo Fini ha concluso: «Il
Sartre che cercava di coniugare esistenzialismo e marxismo non ci finì mai di
convincere. Camus, che ebbe la fortuna di morire presto, invece lo amammo
sempre. Tutto».
http://www.secoloditalia.it 3 gennaio 2010

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