Per una riconversione ambientale dell’industria. Una proposta alla Fiom
Per guidare un percorso dei territori, verso la sicurezza alimentare, l'autosufficienza energetica, il rispetto dell'ambiente ci vuole una nuova classe dirigente
La riconversione ecologica del sistema produttivo e del modello di consumo
dominanti è un'utopia, come sostiene Asor Rosa sul manifesto del 14.10? Sì, è
un'utopia concreta, nel senso che aveva dato a questo termine Alex Langer: un
progetto radicalmente alternativo allo stato di cose esistente, ma praticabile.
Lo è perché prima o poi - più prima che poi, pochi decenni o pochi anni - il
pianeta Terra entrerà in uno stato di sofferenza irreversibile e continuare con
l'attuale regime produttivo sarà impossibile. Per la prima volta la questione
ambientale si combina in modo incontestabile con quelle dell'occupazione; e con
essa del reddito, dei consumi e dell'equità sociale. La vicenda della Fiat di
Pomigliano e Termini Imerese rende tutto ciò evidente.
Il prodotto auto è inquinante, sia nell'utilizzo (contribuisce ad almeno il 14%
delle emissioni climalteranti), sia nella produzione (dall'estrazione,
trasporto e lavorazione di materie prime e risorse energetiche alla produzione
e al montaggio di componenti: un impatto almeno equivalente), sia
nell'infrastrutturazione (strade, viadotti, gallerie, svincoli, parcheggi, ma
soprattutto assetti urbani impraticabili senza automobile: insieme si arriva
vicino al 50% delle emissioni).
La capacità produttiva del settore è e resterà sovradimensionata: in Occidente
e in Giappone la cosa è palese; nei paesi emergenti lo diventerà presto: i loro
programmi di sviluppo del comparto e di motorizzazione della popolazione sono
impraticabili. Infine, in questa industria la concorrenza è spietata: impegna
non solo le imprese, ma anche gli Stati e i sindacati e, attraverso questi, i
lavoratori; chiamati a schierarsi come soldati in difesa della propria impresa,
in una guerra contro altre imprese, altri Stati, altri lavoratori. In questa
competizione i contendenti sono destinati a cadere uno a uno. Per primi i più
deboli, e la Fiat
tra questi: non prima però di aver svenduto - se si segue il percorso proposto,
volgarmente chiamato Bau (business as usual) - diritti, livelli salariali,
salute, vita e famiglia. E portando allo sfacelo quanto resta della grande
industria italiana. La manifestazione del 16 ha offerto un riferimento a tutti coloro che
intendono opporsi a questa prospettiva. Il problema è collegare a questo
"no" un'alternativa e un percorso per realizzarla.
Nell'industria dell'auto ci sono risorse tecniche e umane per avviare
gradualmente produzioni diverse: soprattutto nel settore energetico, di
assoluta priorità nella riconversione: impianti di microcogenerazione diffusa,
turbine eoliche, microidrauliche e marine, pompe geotermiche, pannelli
fotovoltaici e impianti solari termici e termodinamici. Il mercato di questi
prodotti in parte si "paga da sé", con i risparmi che permette di
realizzare; in parte è incentivato, e potrebbe esserlo molto di più se si
rinunciasse a interventi "a perdere", come il nucleare e altre
"grandi opere". Ma a guidare un processo del genere certamente non
potrebbe essere l'attuale management della Fiat, tutto proiettato nella corsa
verso il baratro della competizione in un settore senza avvenire. Di fronte al
ricatto «o accettate questo diktat - e tutti quelli che verranno dopo - o si
chiude» l'unica risposta plausibile è contrapporre un'alternativa praticabile:
se l'azienda non è più in grado di garantire diritti e occupazione ai
dipendenti, passi la mano: accollandosi, almeno in parte, i costi delle
conversione.
Ma non sono solo l'auto e l'industria energetica a richiedere una
riconversione. Agricoltura e industria alimentare, edilizia e assetti urbani,
mobilità, gestione dei rifiuti, delle acque, del territorio, scuola, ricerca e
formazione sono tutti ambiti in cui un cambio di rotta è urgente, mentre le
condizioni di una conversione sono già in parte presenti in competenze e
impianti oggi impegnati nelle produzioni da abbandonare: basta pensare al
passaggio dalle "grandi opere" di ingegneria civile alla salvaguardia
del territorio e alla ristrutturazione e messa in sicurezza di impianti ed
edifici. In tutti i casi citati, il principio guida della riconversione dovrà
essere la "riterritorializzazione" di produzioni e mercati attraverso
una loro sempre più stretta prossimità: in agricoltura, nella generazione
energetica, nel recupero di scarti e rifiuti, nel riassetto degli edifici e del
territorio, nella formazione permanente. Un sistema in cui a circolare per il
mondo siano soprattutto informazioni, saperi e culture - i bit - e sempre meno,
anche per via dei costi e degli impatti del trasporto, risorse e beni fisici:
gli atomi.
È questa l'unica vera alternativa alle "guerre commerciali"; dal mero
protezionismo alla rincorsa delle valute, o alla gara a chi "esporta"
di più. Ed è anche la risposta alla teoria dei «vasi comunicanti» di Scalfari
ricordata da Asor Rosa. È giusto che le differenze tra salari, diritti e
livelli di vita dei paesi industrializzati e dei paesi emergenti si vadano
attenuando, come di fatto già avviene. Ma per rendere il processo graduale e
meno traumatico per tutti occorre guidare ogni territorio - che è cosa
differente da "ogni Stato" - verso la sicurezza alimentare,
l'autosufficienza energetica, il rispetto dell'ambiente, la promozione sociale
e culturale dei propri abitanti.
Chi farà tutto ciò? La road map deve partire da una constatazione: per guidare,
o anche solo concepire e progettare, un percorso del genere ci vuole una nuova
classe dirigente; quella attuale, sia di parte politica che industriale, non è
assolutamente all'altezza, né in grado di attrezzarsi per esserlo: è
imprigionata nel dogma tatcheriano secondo cui non ci sono alternative al
liberismo e al dispotismo di impresa. Nella formazione di una nuova classe
dirigente molte competenze potranno essere rilevate attingendo al personale
oggi al comando; ma solo se un magnete sufficientemente forte riuscirà a
staccarli, a pezzi e bocconi, dalla rete di complicità - e di irresponsabilità
- che attualmente li lega. Lavorare perché si crei, dentro i rapporti di
produzione e gli assetti politici attuali, una nuova e diversa classe dirigente
non è compito da poco né di breve durata, mentre il tempo stringe. Ma proprio
per questo bisogna cominciare subito. Aiuta, nel definire una road map, il
fatto che l'ambito privilegiato della riconversione sia il territorio.
Certamente il processo che non potrà avere esiti positivi se non a livelli
superiori: nazionali, continentali e planetari. Ma è sui territori, a partire
dalle loro specificità sia geografiche e produttive che sociali, politiche e
culturali, che le cose devono partire; i livelli sovraordinati potranno esserne
investiti e coinvolti solo se i territori saranno in grado di esercitare su di
essi pressioni adeguate. Per fortuna non siamo soli, né in Italia, né in
Europa, né nel mondo. Molti altri sono al lavoro come noi, o come potremmo fare
noi, e meglio di noi.
Una nuova classe dirigente ha bisogno di saperi, sia tecnici sia sociali (cioè
conoscenza del proprio territorio e delle sue potenzialità); entrambi sono
abbondantemente diffusi tra la popolazione tanto che comitati, associazioni,
movimenti e organismi dell' "altra economia" sono cresciuti
attraverso la valorizzazione delle rispettive conoscenze. Ha bisogno di una
legittimazione, di finanziamenti e delle competenze presenti nelle
amministrazioni locali; cose che si possono ottenere solo con una adeguata
pressione dal basso. Ha bisogno di imprese e di imprenditori per mettere la
loro esperienza al servizio di nuovi progetti; e questi possono in parte essere
forniti - e formati - dal terzo settore; in parte dalle imprese messe alle
strette dalla crisi. E ha bisogno, infine, di una sede in cui queste tre
componenti possano aprire un confronto e provare a lavorare insieme alla
definizione di specifici progetti di riconversione. È questa la sede
privilegiata di selezione e formazione di una nuova e diversa classe dirigente.
La Fiom potrebbe
farsi promotrice di alcuni incontri in questo campo.
La vicenda Electrolux di Scandicci, riconvertita alla produzione di pannelli
fotovoltaici grazie alla lotta dei lavoratori, all'appoggio di sindacati e
Regione e all'impegno di molti Comuni toscani a installare gli impianti
prodotti nei propri edifici (a costo zero grazie agli incentivi) è esemplare:
di fronte alla prospettiva di un mercato di avviamento sicuro non è stato poi
difficile trovare anche gli imprenditori che ne assumessero la gestione.
Purtroppo i soggetti prescelti non sembrano all'altezza del compito, ma ciò
denuncia soltanto la debolezza di un processo di selezione che avrebbe forse
potuto essere più rigoroso se sottoposto a un controllo pubblico più
trasparente. Sbagliando si impara. Un'altra esperienza - fallimentare - come
quella del Forum rifiuti Campania, a cui ho partecipato direttamente, aveva dimostrato
a suo tempo che di fronte a situazioni estreme la disponibilità a discutere e
prospettare alternative matura anche in seno ad alcune imprese e alcune
amministrazioni pubbliche. Certamente è mancato a quell'esperienza il sostegno
dell'assessorato regionale, che pure l'aveva promossa e poi l'ha lasciata
cadere malamente; ma non quello di molti sindaci e assessori volonterosi; ed
era mancata in altri la capacità di valutare le potenzialità di una sede del
genere: anche in vista di future scadenze, come quelle della Fiat di Pomigliano
e del relativo indotto, che avrebbero potuto esserne coinvolte.
Nel dibattito su proprietà pubblica e privatizzazioni, Stato e mercato, si sta
facendo strada una "terza via"; che non è quella di Tony Blair e
Anthony Giddens, ma quella del controllo dal basso di beni e risorse da
acquisire alla sfera dei beni comuni. Una sfera che non è un ambito definito
una volta per tutte, bensì il risultato possibile, e sempre a rischio, di
mobilitazioni, di lotte, e soprattutto di alternative progettuali. Il caso
dell'Elettrolux allude alle straordinarie potenzialità che un controllo dal
basso sui governi locali offre alla promozione di un mercato
riterritorializzato e alla rilocalizzazione delle relative produzioni. Ma la
legge che espropria definitivamente gli enti locali della possibilità di
dotarsi di strumenti di intervento economico instaura un regime di predazione
dove, in nome della concorrenza, l'unico soggetto a essere privato della
libertà iniziativa - e della possibilità di lavorare alla riconversione
produttiva del territorio - è il Municipio, l'amministrazione che potrebbe e
dovrebbe rappresentare più direttamente le istanze e i bisogni dei cittadini.
Il terzo passo della road map è sicuramente la lotta contro questo sopruso.
il manifesto, 20 ottobre 2010

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