Per sopravvivere, l’Unione Europea diventi una vera democrazia
E’ palese che oggi l’Europa è afflitta da un «deficit democratico»
E se, dopo tutto, gli euroscettici avessero visto giusto? E
se il sogno di un’Europa unita — scaturito dai timori di nuove guerre e
alimentato dalla speranza di lasciarsi alle spalle il concetto antiquato di
nazione-Stato per imboccare la strada della cittadinanza europea — si fosse
andato a infrangere nel vicolo cieco delle utopie? A prima vista, l’attuale
crisi — che secondo le previsioni di taluni finirà col dilaniare l’Unione — è
di natura finanziaria. Jacques Delors, uno degli architetti dell’euro, oggi
sostiene che la sua idea di una moneta unica era ottima, ma che l’«attuazione»
si è rivelata difettosa, poiché ai Paesi più deboli è stato consentito di
indebitarsi eccessivamente.
Ma la crisi più profonda è a livello politico. Quando gli Stati sovrani
dispongono della propria valuta, i cittadini vedono di buon occhio il
trasferimento delle risorse fiscali a favore delle regioni più deboli. È
l’espressione della solidarietà nazionale, fondata sulla consapevolezza che i
cittadini di una nazione sono accomunati dal medesimo destino e sono pronti, in
una fase di crisi, a sacrificare i propri interessi a favore della
collettività. Sentimento, questo, che peraltro non sempre affiora nemmeno negli
Stati nazionali. Molti italiani del Nord si chiedono perché debbano continuare
a sovvenzionare il Sud meno abbiente. I ricchi fiamminghi del Belgio sono
risentiti all’idea di mantenere i disoccupati valloni. Eppure, nel complesso,
proprio come i cittadini di tutti gli Stati democratici riconoscono e accettano
il governo che ha vinto le ultime elezioni, la popolazione partecipa allo
sforzo di solidarietà economica, poiché fondato sul concetto di appartenenza a
una medesima patria.
Ma proprio perché l’Unione Europea non è né una nazione-Stato né una
democrazia, non esiste un «popolo europeo» capace di sostenere l’Ue nei momenti
più critici. I ricchi tedeschi e olandesi non sono affatto disposti ad
allentare i cordoni della borsa per salvare le economie disastrate di Grecia,
Spagna e Portogallo. Anziché mostrarsi solidali, ecco che tedeschi e olandesi
salgono sul pulpito, quasi che tutti i problemi dell’Europa mediterranea fossero
conseguenza di pigrizia, sciatteria o altre degenerazioni innate dei cittadini
del Sud. Ne consegue che questi moralizzatori rischiano di far crollare sulle
nostre teste il tetto della casa comune, rinfocolando proprio quei pericoli che
l’Unione Europea, con la sua creazione, si proponeva di scongiurare.
L’Europa deve trovare al più presto un nuovo assetto politico, oltre che
finanziario. Sarà pure un cliché, ma è palese che oggi l’Europa è afflitta da
un «deficit democratico». Il problema è che la democrazia ha sinora soltanto
funzionato all’interno delle nazioni-Stato. Le nazioni-Stato non sono per
principio monoculturali, né monolinguistiche. Pensiamo alla Svizzera, o
all’India. Né occorre che siano democrazie: guardiamo la Cina, il Vietnam, Cuba. La
democrazia, tuttavia, esige che i cittadini sentano profondamente la loro
appartenenza alla patria comune.
È possibile far scaturire questa consapevolezza in un organismo sovranazionale
come l’Unione Europea? Se la risposta è no, sarebbe meglio restituire la
sovranità ai singoli Stati europei, rinunciare alla moneta unica e dimenticare
quel sogno di unità che oggi minaccia di trasformarsi in incubo. È quanto
pensano gli euroscettici più radicali in Gran Bretagna, i quali, sin
dall’inizio, non hanno mai condiviso il sogno europeo. Se è facile denigrare
tali atteggiamenti come tipico sciovinismo britannico — la visione angusta di
un popolo felice di godersi il suo splendido isolamento — non dimentichiamo
però, a difesa del Regno Unito, che la sua democrazia è storicamente la più
longeva e la meglio collaudata tra tutte quelle dell’Europa continentale.
Eppure, anche qualora fosse possibile sciogliere l’Europa, i costi
dell’operazione si rivelerebbero enormi. Abbandonare l’euro, per esempio,
metterebbe in ginocchio il sistema bancario dell’intero continente, tanto in
Germania e nel ricco Nord come pure al Sud. E se le economie di Grecia e Italia
fanno fatica a riprendersi all’interno dell’eurozona, immaginiamo quanto
sarebbe difficile ripianare i debiti in euro con dracme o lire svalutate.
Oltretutto, accanto agli aspetti finanziari, si correrebbe il serio pericolo di
veder vanificati tutti i vantaggi che l’Ue ci ha assicurato finora, specie per
quanto riguarda la posizione dell’Europa sullo scenario mondiale. Nuovamente
isolate, le nazioni europee dovrebbero accontentarsi di assai scarsa
considerazione su scala globale. Unita, invece, l’Europa conta ancora
moltissimo.
L’alternativa allo smantellamento dell’Ue è lo sforzo concertato verso il suo
rafforzamento: mettere in comune il debito e creare un Tesoro europeo. Per fare
accettare una simile mossa ai suoi cittadini, l’Ue deve dotarsi di maggior
democrazia, e ciò può solo scaturire da un senso vitale di solidarietà europea,
che non nasce certo da inni, bandiere e altre stramberie inventate dai
burocrati a Bruxelles. Tanto per cominciare, occorre convincere i ricchi
europei del Nord che è nel loro interesse rafforzare l’Unione, e questo è un
dato oggettivo. Dopo tutto, sono loro ad aver tratto i maggiori benefici dall’euro,
che ha favorito le esportazioni verso le regioni del Sud dell’Europa. Se questo
è un compito che spetta ai politici di ogni singola nazione, è indubbio che
occorre altresì avvicinare al più presto i cittadini europei alle istituzioni
comunitarie insediate a Bruxelles, nel Lussemburgo e a Strasburgo. Forse è
auspicabile che i cittadini eleggano direttamente i membri della Commissione
europea, tramite campagne elettorali condotte in più Paesi membri, non
esclusivamente nel proprio. E forse gli europei dovrebbero scegliersi un
presidente. La democrazia rischia di apparire una follia utopistica in una
comunità di 27 Stati membri, ma vale la pena considerare questa possibilità, se
non abbiamo già rinunciato in partenza al sogno di costruire un’Europa più
unita.
E chi decide ciò che è possibile e ciò che non lo è? Guardiamo le squadre di
calcio, le istituzioni più insulari — se non addirittura tribali — del mondo
moderno. Trent’anni fa, chi avrebbe mai immaginato che le due società
calcistiche più celebri di Londra — Arsenal e Chelsea — avrebbero avuto un
allenatore francese e portoghese rispettivamente, e calciatori provenienti da
Spagna, Francia, Portogallo, Brasile, Russia, Serbia, Repubblica Ceca, Polonia,
Messico, Ghana, Corea del Sud, Olanda, Belgio, Nigeria e Costa d’Avorio? A
proposito, sì, ci sono anche un paio di giocatori inglesi!
(traduzione di Rita Baldassarre)
Corriere della Sera 8 dicembre 2011

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