Per Obama è l'ora del pragmatismo
Più che opportunista, questo Obama appare sempre più dunque come un moderato.
Un opportunista o un grande leader? Un rivoluzionario o un
furbetto? Un visionario o un galleggiatore? Il Presidente degli Stati Uniti
nelle ultime settimane ha aperto un nuovo dossier sulla leadership, buttando
all’aria, con un paio di decisioni, il solito trantran delle chiacchiere
dell’analisi politica.
Nel giro di pochi giorni ha compiuto due scelte che fanno ideologicamente a
pugni tra loro: ha firmato la legge sulla riforma dell’assistenza medica, e ha
messo fine a una moratoria di vent’anni sull’estrazione del petrolio lungo le
coste Usa. Cioè, a pochi giorni dall’aver approvato una legge di natura
«socialista», ha scartato verso la destra, facendo suo un progetto energetico
sostenuto dai Repubblicani e considerato anatema dai suoi elettori.
Che logica c’è - se ce n’è una - in questa doppia mossa? La risposta più
semplice, e anche la più cinica, è che la Casa Bianca guardi
alle elezioni di midterm, in autunno. Per cui, dopo aver teso la corda verso la
sinistra, si sia ribilanciata a destra.
Un calcolo del genere non è da escludere, e sarebbe in ogni caso comprensibile.
Ma sarebbe efficace? Gli elettori non hanno l’anello al naso, e sanno
distinguere i fatti dai gesti simbolici. La scelta «petrolifera» di Obama,
guardata bene, si rivela in effetti parte di un vero e proprio programma
energetico.
Intanto, i permessi per i nuovi pozzi sono ispirati a una ricerca di equilibrio
fra difesa ambientale e necessità industriali. Sono stati esclusi ad esempio
gli ecosistemi più fragili, come quello di Bristol Bay in Alaska, e inviolate
rimarranno la costa atlantica dal New Jersey verso il Nord, e la costa pacifica
dal confine col Messico al Canada. Le nuove concessioni riaprono invece le
estrazioni nella costa atlantica, dal Delaware alla zona centrale della
Florida, nel Nord-Est del Golfo del Messico, e nella costa Nord dell’Alaska.
Per un totale di circa 300 milioni di acri di Oceano - area tutt’altro che
dimostrativa, il cui sfruttamento dovrebbe portare agli Usa un notevole
sollievo dalle importazioni energetiche. Secondo le previsioni ufficiali, la
costa Est promette una produzione equivalente a tre anni di petrolio, e due di
gas ai livelli di consumo attuale; il Golfo del Messico, parte di una zona già
oggi in piena produzione, ha una potenzialità valutata in circa 3,5 milioni di
barili di petrolio e vari miliardi di metri cubi di gas.
Vero è che nessuna di queste operazioni porterà agli Usa l’agognata
indipendenza energetica. Obama è il primo a esserne consapevole: «Con meno del
2 per cento di riserve a nostra disposizione e il 20 per cento del consumo
mondiale totale che ci caratterizza, questo programma di estrazione non ci
porta molto lontano».
Infatti, come si diceva, i permessi concessi sono parte di un articolato piano
energetico, in cui va inclusa la scelta nucleare. A febbraio il ministero
dell’Energia ha concesso un prestito di 8,3 miliardi di dollari alla Southern
Company per costruire due nuove centrali nucleari - le prime in America da 30
anni. Obama ha costituito un fondo prestiti di 36 miliardi di dollari
complessivi per la costruzione di «una nuova generazione» di centrali nucleari.
Oggi il 20 per cento dell’elettricità in Usa è prodotta dal nucleare.
Si tratta di un programma di lungo periodo che dovrebbe coprire almeno i
prossimi vent’anni; e che nel frattempo ha il vantaggio di creare
immediatamente migliaia di posti di lavoro per forza operaia qualificata - uno
dei settori che costituiscono la più solida base sociale elettorale
dell’attuale Casa Bianca.
Tutto questo non c’era nel bilancio del 2010 approvato l’anno scorso, tanto
meno era nelle 1400 pagine dell’American Clean Energy Security Act del 2009,
famosa piattaforma democratica. Un cambiamento di approccio di Obama alla
questione energetica è indubbio. A cosa è dovuto? Pragmatismo, opportunismo? O
il realismo che deriva da un anno di governo? Torniamo qui alle domande
iniziali.
In realtà, per quanto distanti fra loro, la riforma sanitaria e il nuovo
programma energetico sono ispirati da un’identica idea. Entrambe sono decisioni
che mettono al primo posto l’interesse nazionale. E’ indubbio infatti che sia
assolutamente necessario per la maggior potenza mondiale (sia pure non più
indiscussa) che nessuno dei propri cittadini rimanga escluso dall’assistenza
medica: prima ancora che obiettivo etico è uno stimolo fondamentale alla
crescita economica. Gli elementi di stabilizzazione sociale, di coesione e di
sicurezza che questa riforma sanitaria contiene costituiscono in prospettiva la
migliore assicurazione di ogni investimento sulla ripresa. Ugualmente, in un
clima di tensione internazionale così legata al petrolio e al gas,
l’indipendenza energetica ha un forte ritorno di sicurezza nazionale oltre che
di stabilizzazione economica.
Certo è una declinazione dell’interesse nazionale molto pragmatica, e poco
ideologica. Quello stesso pragmatismo, del resto, che, come si è visto di nuovo
ieri, porta Obama ad accettare in nome del dialogo le molte arroganze cinesi,
senza smettere tuttavia di chiedere al governo di Pechino di aiutare Washington
a mettere le redini, via sanzioni, all’Iran. Lo stesso pragmatismo che lo porta
a stressare per la prima volta dagli Anni Sessanta le relazioni fra Usa e
Israele in nome di un rilancio del progetto di dialogo in Medio Oriente.
Si può ben capire come questo pragmatismo possa sembrare opportunismo, o
debolezza, o oscillazione. E come possa fargli perdere pezzi di consenso - cosa
che sta succedendo.
Ma se in questo percorso Obama riuscisse davvero a identificare una nuova
piattaforma di interesse nazionale, avrebbe trovato la chiave per unire sotto
il suo governo più cittadini di quanti possa oggi unirne la politica. In questo
senso la frase forse più significativa che ha pronunciato presentando il suo
programma energetico è la seguente: «Abbiamo tutti bisogno di andare oltre
questo stanco dibattito fra destra e sinistra, tra business e ambientalismo,
tra coloro che pensano che il petrolio è tutto e chi pensa che non è nulla. Non
possiamo permetterci che il progresso languisca mentre combattiamo le stesse
battaglie di sempre».
Più che opportunista, questo Obama appare sempre più dunque come un moderato. E
non è detto che la vera rivoluzione non sia proprio l’attuazione di un
realistico, coerente, e in questo senso moderato, interesse pubblico.
PS. Se Obama fosse un politico italiano, non avrei scritto questo stesso
commento - il giovane Presidente di fronte a eventi di tale portata in Italia
sarebbe già stato adottato e/o stracciato, a fasi alterne, da governo e
opposizione. Ma il segno della novità della sua leadership (nonché della
profonda differenza fra il sistema italiano e quello americano) è invece proprio
nel fatto che oggi in America le domande intorno alla natura dell’attuale
presidenza possono convivere. E in qualche modo comprendersi.
http://www.lastampa.it 3/4/2010

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